Capolavori trafugatiNon è così facile restituire alle ex colonie le opere d’arte conservate nei musei europei

Il Grassimuseum di Leipzig ha ridato al governo australiano dei resti antichi della popolazione aborigena, Il Jesus College di Cambridge consegnerà alla Nigeria una statua di bronzo, conosciuta con il nome di Okukor. Anche l’Italia si è impegnata con la Libia, ma ci sono almeno tre problemi da risolvere

Afp

È davvero possibile restituire i beni culturali trafugati durante il colonialismo ora esposti nei musei d’Europa? Il tema è tornato attuale con le proteste negli Stati Uniti dovuto alla morte dell’afroamericano George Floyd ucciso da un agente di polizia, ma la risposta non è così semplice. 

Se n’era parlato già lo scorso settembre alla Conferenza generale del Consiglio internazionale dei musei (Icom) a Kyoto, in Giappone. Lì, i rappresentanti dei musei di tutto il mondo si sono trovati d’accordo su un punto: valorizzare le comunità e promuovere un approccio proattivo verso il colonialismo contemporaneo. Una perifrasi che può voler dire molto e niente, tutto rimane alla disponibilità dei musei del Continente. 

La restituzione, infatti, non implica solo il rimpatrio di alcune opere d’arte nei paesi di origine, ma anche il potenziamento delle comunità a cui vengono restituiti i beni. Secondo quanto riportato dalla vice-presidente del Kolkata Centre for Creativity a The art newspaper, i manufatti recuperati potrebbero «rilanciare delle forme d’arte, la produzione culturale e lo spirito imprenditoriale nei paesi precedentemente colonizzati».

Eppure restituire una parte importante delle opere potrebbe essere il modo per riconciliarsi con il passato di conquistatori e allo stesso tempo ammettere che tuttora esistono forme di colonialismo nel mondo dell’arte. Secondo Tonya Nelson, la presidente inglese di Icom, i musei tendono a presentare una visione unidimensionale della storia che non dà credito al lavoro di alcune comunità. Invece dovrebbero presentarsi come piattaforme per il rimodellamento delle storie in modo da includere anche quelle considerate “minori” all’interno della narrazione. 

Il quadro normativo a cui gli stati che richiedono il rimpatrio delle opere fanno riferimento, si basa su alcuni trattati firmati alla fine della seconda guerra mondiale, tra cui la Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali del 1954. Il documento sancisce la tutela del patrimonio artistico in caso di conflitto armato e occupazione territoriale, invitando i firmatari a proibire il saccheggio delle opere da parte degli occupanti. In questo contesto è importante menzionare anche la successiva Convenzione Unesco del 1970 per impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà dei beni artistici. 

Sono tre però i problemi principali legati alla restituzione dei tesori looted (saccheggiati, ndr) durante il colonialismo. Primo, chi stabilisce quanto materiale debba essere restituito? Secondo, quanto si torna indietro nel tempo? Non tutti gli Stati africani di oggi corrispondono ai regni o alle ex colonie di secoli fa. Terzo, chi garantisce che i musei delle ex colonie possano avere i fondi per proteggerli in modo adeguato? 

Per non parlare anche dell’altro filone che si aprirebbe: quello dei beni culturali trafugati o confiscati tra Stati europei. Non è il caso de La Gioconda di Leonardo Da Vinci che fu venduta dal pittore italiano a Francesco I, re di Francia per quattromila ducati d’oro. Non si può dire lo stesso dei Marmi del Partenone di Atene esposti al British Museum di Londra confiscati e trasportati oltremanica da Lord Elgin. Da decenni il governo greco ne chiede la restituzione.

Lo scorso novembre qualcosa si è mosso per la prima volta dopo molto tempo. Il primo ministro francese Édouard Philippe ha approvato il prestito per cinque anni al Senegal della spada di El Hadj Omar Tall che era stata depredata durante l’epoca coloniale, assicurando che la definitiva restituzione avverrà una volta che le rispettive normative francesi saranno cambiate.

Il Jesus College dell’Università di Cambridge ha annunciato sempre nel novembre 2019 che restituirà una statua di bronzo, conosciuta con il nome di Okukor, alla Nigeria. L’opera era stata saccheggiata nel 1897 nell’allora Regno del Benin, territorio che faceva parte dell’Impero britannico.

Il Grassimuseum di Leipzig, in Germania, ha invece già restituito al governo australiano dei resti antichi e degli oggetti culturali appartenenti alla popolazione indigena della Australia dell’Ovest.

L’olandese Nationaal Museum van Wereldculturen (NMVW) non ha nemmeno aspettato la richiesta di rimpatrio dei beni. Il museo restituirà gli oggetti trafugati dai Paesi Bassi ai paesi d’origine. Il direttore del NMVW Stijn Schoonderwoerd ha riferito all’emittente NRC: «Sappiamo che parte della nostra collezione è stata acquisita nel periodo coloniale, un periodo di grandi differenze di potere e ingiustizia». 

Pure l’Italia è stata coinvolta in processi di restituzione di opere d’arte. Il Trattato di Bengasi del 2008 con il quale si pose fine al contenzioso con la ex-colonia della Libia ne è un esempio. In questa occasione, infatti, l’Italia accettò di istituire un Comitato Misto per l’individuazione dei beni archeologici presenti nel territorio italiano perché confiscati durante la dominazione coloniale. Tra le restituzioni promosse con questo trattato anche la Venere di Cirene, una statua romana in marmo del II secolo d.C., copia di un originale greca.

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