Come scippare i populistiGli Stati-nazione sono tornati e saranno il futuro. Ma dobbiamo farli diventare liberali

Secondo la professoressa ed ex ministro israeliano Yael Tamir, un nazionalismo inclusivo, progressista e aperto è possibile. Ma bisogna lavorarci fin d’ora perché il rischio di lasciare il tema in mano ai sovranisti è alto

GUIDO KIRCHNER / DPA / AFP

Forse la globalizzazione si è solo fermata per riposare. Ma le nazioni (e il nazionalismo) sono ancora in mezzo a noi. La novità è che, forse, non è del tutto un male. Dipende, prima di tutto, dallo spirito con cui lo si interpreta. Dai limiti che si pongono. E dalla volontà di non trasformarlo in un’arma per escludere o colpire le minoranze.

Secondo Yael “Yuli” Tamir, accademica ed ex politica israeliana (è stata ministro per la Scienza, la Cultura e lo Sport; dell’Istruzione e dell’Assorbimento dell’Immigrazione), ex allieva di Isaiah Berlin, si può fare. Si può essere “liberal”, progressisti e inclusivi, avere una visione globale e, al tempo stesso, essere nazionalisti.

È un tema troppo importante, sembra dire, per lasciarlo in mano ai populisti. Ma come si può fare a renderlo “buono”?

«È ovvio che l’identità nazionale, in moltissimi Paesi, è un fatto complesso». Soprattutto perché «combina gli aspetti più importanti con quelli più pericolosi. La distanza tra avere considerazione della propria cultura, della propria identità, razza o genere e assumere una posizione di supremazia è, ammettiamolo, molto breve».

Eppure, «quasi tutti capiamo, almeno a livello intuitivo, la differenza tra l’apprezzamento della nostra identità, magari anche illudendoci di crederci eccezionali (come fanno molti americani), e la mancanza di rispetto per l’auto-apprezzamento delle altre persone». Quasi tutti, certo. Di sicuro – sostiene – lo fanno le nonne. In che senso?

«È quello che chiamo “paradosso della nonna”. In quanto tale, sono portata a credere che i miei nipotini siano eccezionali. Ma so che anche le altre nonne la pensano allo stesso modo per i loro. E abbiamo tutte ragione».

Perché «avere considerazione di sé è un importante aspetto per la propria autostima. Almeno finché non diventa uno strumento per aggredire e opprimere gli altri, dobbiamo anzi favorirla». In poche parole, «il modo in cui percepiamo e trattiamo gli altri è la differenza più grande tra nazionalismo liberale e nazionalismo illiberale».

Del resto, aggiunge, «le ragioni per essere orgogliosi della propria identità sono varie e attingono a serbatoi diversi».

Da un lato i cittadini di Paesi grandi e potenti come Stati Uniti e Cina (anche se questi ultimi, nei sondaggi più recenti, ammettono di sentirsi sempre di più cittadini globali) amano basarsi sulla loro potenza. «Lo fanno in tanti. Per i Paesi più piccoli, però, bisogna fare qualche sforzo in più per far emergere in modo visibile le proprie qualità. Dall’Estonia a Singapore, i Paesi di dimensioni contenute si danno da fare per individuare nuovi modi di essere, ognuno a suo modo, eccezionali. Tutti questi movimenti, queste fatiche collettive, arricchiscono a mio avviso il mondo».

Lo stesso meccanismo, del resto, funziona anche a livello interno, in ogni Paese. Di tanto in tanto la percezione di sé cambia, i punti di riferimento si modificano, e gli Stati si trovano a camminare con equilibri nuovi.

«Il fatto che il nazionalismo possa essere liberale lo vedo dimostrato proprio nel recente dibattito sulle statue in America e in Europa. Chi le vuole buttare giù fa mostra di avere cura per la propria identità nazionale. Anzi, vuole che diventi più inclusiva e giusta. Di conseguenza cerca di “riselezionare” gli eroi che ispirano il Paese, scegliendo persone che esprimono valori liberali, progressisti e democratici».

Insomma, ciò che per alcuni è un atto di vandalismo, «è in realtà una dimostrazione di preoccupazione nazionale. Una richiesta di enfatizzare i valori liberali-civili nel momento in cui si ritracciano le fondamenta di una nazione».

E come si concilia l’appartenenza nazionale con la portata globale di aziende che si definiscono, appunto, multinazionali, che promuovono un tipo di cittadino globale, aperto e inclusivo. Cosa deve fare chi si trova a metà tra le due realtà? «A mio avviso, dopo il coronavirus questo modello di cui parla sta crollando. Gli Stati-nazione hanno cominciato a rivolgere la propria attenzione al proprio interno, diventando sempre più sospettosi nei confronti proprio di chi sceglie di essere cittadino del mondo. È un meccanismo che ha più livelli, da quello fiscale a quello commerciale. Non è una coincidenza che oggi non solo Trump, ma anche Joe Biden, il candidato democratico, lodi il nazionalismo economico».

La formula è nota: «“Buy American”, crea lavori in America e investi nel benessere dei lavoratori a basso reddito. Si può avere forti radici nazionali e difendere i diritti umani. Lo faceva Churchill ed è una figura cui penso molto quando elaboro la mia teoria».