Esercizi di stileGli algoritmi non cancelleranno gli scrittori, ma li aiuteranno a lavorare meglio

Come racconta l’autore canadese Stephen Marche, la macchina sa dare spunti e fornire indicazioni. Ma dev’essere la creatività dell’essere umano a trasformarli in narrazioni convincenti

Philip FONG / AFP

Forse non elimineranno gli scrittori. Forse non ruberanno il loro lavoro, scrivendo grandi romanzi di successo. Con ogni probabilità, almeno stando a quanto racconta lo scrittore e giornalista canadese Stephen Marche sulla Mit Technology Review, gli algoritmi saranno degli aiutanti.

Possono fornire mappe nella trama, o dare indicazioni per lo stile. Ma anche fornire idee per chi si trovasse a corto di ispirazione.

Marche ha provato due volte a usarli come strumento creativo. La prima, qualche anno fa, ha dato come risultato un racconto di fantascienza dal titol “Twinkle Winkle”.

La macchina, chiamata SciFiQ era stata messa a punto da Julian Brook, un informatico, insieme ad Adam Hammond, professore di inglese. Marche aveva fornito la materia prima da cui avrebbe estrapolato le informazioni (50 dei suoi romanzi di fantascienza preferita) e poi ha seguito alla lettera le istruzioni fornite dal programma.

Ad esempio, come spunto per la trama, l’algoritmo aveva dato un’indicazione all’apparenza impossibile: i protagonisti dovevano stare sulla Terra ma la trama doveva svolgersi su un altro pianeta.

Come fare? Alla fine lo scrittore ha trovato la soluzione, in cui i protagonisti osservavano le vicende che avvenivano su un pianeta lontano attraverso macchinari sofisticati. «Un’idea che non avrei mai avuto», ha commentato.

«Uno spunto creativo di cui sono del tutto debitore alla macchina», che in più ha fornito indicazioni («che ho scelto di seguire alla lettera») anche sullo stile, sulla tipologia degli aggettivi, sulla scelta delle parole, sul numero degli avverbi. Il risultato era accettabile.

«La seconda volta, invece, ho scelto di percorrere un’altra strada». Prima di tutto, anziché utilizzare una selezione di 50 opere, Marche e il team di SciFiQ ha deciso di prendere tutto il corpus disponibile delle opere di letteratura fantascientfica. «Anche quelle che non avevo mai letto».

L’obiettivo era permettere all’algoritmo di imparare ad analizzare un corpo di testo e a estrapolare le indicazioni della trama (operazione che, la prima volta, aveva fatto Adam Hammond). Sarebbe stata, per così dire, la trama delle trame dei racconti di fantascienza.

«Si potrebbe pensare che la trama sia, per un computer, la parte più facile da “capire”, visto che gli scrittori usano spesso numeri, o schemi specifici, per indicarne le sezioni. Ma come fa una macchina a capire il concetto di “colpo di scena”?». La verità è che «la narrazione rimane un mistero per chi cerca di codificarla, ha quasi una resistenza».

E da qui nasce la sua sfida: trovare una trama insieme alla macchina. «Il processo di modellazione di un argomento mi ha restituito dei word cloud dei temi più comuni». Una sorpresa, una delusione.

«All’inizio non sapevo cosa farmene». Sembrava solo un’accozzaglia di parole, che però Marche si è stampato e con molta disciplina ha appeso nel suo ufficio. Poi un giorno ha capito. Era l’idea.

«Anche questo racconto, che si intitola “Krishna e Arjuna”, è arrivato all’improvviso, come “Twinkle Winkle”». Il concetto base era che quella nuvola di parole costituiva il modo con cui una macchina cercava di dare senso al mondo.

Ed ecco allora il protagonista, un robot che pian piano, attraverso frasi senza senso, comincia a trovarlo e a raffinarlo.

Un viaggio nel linguaggio, nella creatività e nella formazione del significato. «Un altro modo per leggere questo racconto», ha aggiunto, «è pensare che con l’aiuto dell’algoritmo ho estratto il senso profondo di tutte le storie di fantascienza». Che sarebbe, sostiene Marche, il concetto che «la coscienza è una maledizione».

Se fosse possibile scegliere, «nessuna entità razionale la vorrebbe» ed è per questo che quando una macchina, nelle finzioni, «diventa cosciente, il suo primo istinto è quello di suicidarsi».

È una lettura negativa, e inaspettata, di un genere che a uno sguardo superficiale può apparire una fantasia divertente per chi ha avuto una adolescenza prolungata.

Eppure potrebbe essere vero. Del resto le “algostorie”, come le ha ribattezzate lo scrittore, altro non sono che una stampella, un sostegno. A decidere la direzione è ancora l’essere umano, mentre la macchina, come i manuali di scrittura già in vendita, altro non fa che proporre spunti e connessioni. Insomma: il lavoro di scrittore, se fatto bene, è ancora salvo.

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