La capitolazione della Chiesa UsaLe gerarchie cattoliche americane tifano Trump

La partecipazione del cardinale Dolan, arcivescovo di New York, e le sue parole molto favorevoli alla Convention repubblicana mostrano come una parte dell’establishment episcopale consideri l’attuale presidente il miglior garante su aborto, tutela della libertà religiosa e il diritto alla scelta scolastica

Brendan Smialowski / AFP

Reminiscenze bibliche e capitalistiche per la serata inaugurale della Convention repubblicana, che nella mattinata del 24 agosto ha visto i 336 delegati, riuniti a Charlotte in rappresentanza dei 50 Stati dell’Unione e dei territori, nominare senza colpi di scena e all’unanimità (1471 voti) Donald Trump e Mike Pence quali candidati ufficiali del Grand Old Party alle elezioni presidenziali del 3 novembre. 

Il tema Land of Promise, scelto per gli interventi delle ultime ore di ieri, è infatti rievocativo non solo della promessa divina contenuta nel testo genesiaco ma anche della «terra di Canaan, la terra della promessa del capitalismo» come Werner Sombart definì, nel 1906, gli Stati Uniti in Warum gibt es in den Vereinigten Staaten keinen Sozialismus?.

Ad aprire la serata è stato il cardinale Timothy Michael Dolan, arcivescovo metropolita di New York e guida de facto dell’episcopato cattolico statunitense, che, in diretta da Manhattan, ha pregato «per un paese, dove la libertà religiosa è così cara e dove sia i Repubblicani sia i Democratici iniziano le loro Convention chinando il capo nell’orazione». 

Preghiera, dunque, ma anche volontà di tacitare, una volta per tutte, le polemiche scatenatesi, giorni fa, all’improvviso annuncio della sua partecipazione al raduno del Gop, cui lo stesso presule aveva già cercato di rispondere il 18 agosto.

«Il mio consenso a pregare – così Dolan nel comunicato ufficiale di sette giorni fa – non costituisce un esplicito endorsement di un candidato, partito o piattaforma politica. Se fossi stato invitato a offrire una preghiera per la Convention nazionale democratica, avrei accettato con gioia, proprio come ho fatto nel 2012». 

Pur tacendo della sua partecipazione, sempre nel 2012, anche alla Convention repubblicana, il presule ha in linea di principio ragioni da vendere. Non c’è di per sé nulla di nuovo e sorprendente nella preghiera, che ha ieri elevato al tramonto con la Statua della Libertà sullo sfondo. 

Il 20 agosto hanno fatto lo stesso il gesuita James Martin e suor Simone Campbell delle Sorelle del Servizio Sociale a chiusura della Convention democratica. E, andando indietro in tempi recenti, si possono, ad esempio, menzionare i cardinali Anthony Joseph Bevilacqua (Convention nazionale repubblicana, 3 agosto 2000), Roger Mahony (Convention nazionale democratica, 14 agosto 2000) ed Edward Egan (Convention nazionale repubblicana, 2 settembre 2004). 

Ma, in linea di fatto, il Dolan supplice per la polizia che custodisce «le nostre città travagliate», per «i nostri uomini e donne in uniforme» che «mantengono la pace» in zone calde del pianeta, «per la vita innocente del bambino nel grembo materno, per i nostri anziani bisognosi d’assistenza, per i nostri immigrati e rifugiati, per quelle vite minacciate dalla persecuzione religiosa in tutto il mondo o dall’epidemia, dalla fame, dalla droga, dal traffico di esseri umani, dalla guerra», ha ieri formalmente superato il discrimine tra ragione e torto, dando prova definitiva di palmare parzialità. 

In primo luogo, per la diversa situazione rispetto al 2012, quando, cioè, l’arrivo di Trump alla Casa Bianca era lungi da venire e gli Stati Uniti non ne avevano ancora sperimentato le disumane prese di posizione in materia di migrazioni o il greve armamentario lessicale, farcito di razzismo e sessismo, di volta in volta messo in campo contro chi si sarebbe permesso di contrastare le sue politiche.

È vero che Dolan non aveva esitato, il 15 giugno 2018, a definire «ingiusta, non americana e non in linea con le Scritture» la politica presidenziale di separazione dei minori di migranti dai loro genitori. Ma sono ancor più innegabili il supporto e l’ammirazione che egli ha sempre riservato a chi si è autodichiarato, il 25 aprile scorso, «il miglior presidente nella storia della Chiesa cattolica». 

E, se ciò è stato possibile, lo si deve proprio all’arcivescovo di New York che, in quella data, ha preso parte alla conference call organizzata da Trump e rivolta a oltre seicento rappresentanti dell’alto clero statunitense, tra cui il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston, e José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza episcopale statunitense. 

A Trump, che nella video conferenza aveva detto di voler continuare a sostenere la Chiesa cattolica in questioni per essa vitali come la lotta all’aborto, la tutela della libertà religiosa e il diritto alla scelta scolastica, Dolan si era subito rivolto entusiasta salutandolo quale «amico» e «grande gentiluomo». 

Come se non bastasse, quando Trump, terminata la conference call, si era collegato alla diretta della messa nella cattedrale newyorkese di Saint Patrick, il cardinale aveva dichiarato: «Mi è stato comunicato che il nostro ex vicino di casa è in adorazione con noi in diretta streaming. Benvenuto, signor presidente», per poi aggiungere nell’omelia: «San Paolo nella Bibbia ci esorta a pregare per i nostri governanti e lo facciamo ogni domenica. E soprattutto in questi giorni difficili, specialmente come nazione a Dio sottomessa, imploriamo la guida e la forza dell’Onnipotente su di te e sulla tua amministrazione, nonché sulla nostra leadership statale e locale». Non senza formulare affettuosi auguri alla first lady per il suo 50° compleanno.

E così la partecipazione di Dolan alla serata inaugurale della Convention repubblicana è suonata come il suggello definitivo della capitolazione dell’episcopato statunitense, già in atto da tempo, e della relativa consegna, per le mani della sua guida riconosciuta, a Trump e al Grand Old Party. 

D’altra parte il 20 agosto, mentre già fervevano gli attacchi frontali d’area cattolico-conservatrice al neocandidato dem Joe Biden per le posizioni libertarie in materia d’interruzione di gravidanza, i vescovi statunitensi non avevano esitato ad elogiare pubblicamente, attraverso due documenti a firma dell’arcivescovo Joseph Naumann (presidente del Comitato episcopale per le attività pro-vita), l’operato dell’Amministrazione sul blocco dei finanziamenti federali alle ong che forniscono consulenze in favore dell’aborto o ne promuovono la depenalizzazione e ai progetti di ricerca che prevedono l’uso di tessuti fetali.

Un atto, quello di Dolan, che ha inoltre marcato un’ulteriore distanza da Papa Francesco non solo nelle valutazioni su Trump ma anche nel modo stesso di concepire la Chiesa. Il presule, che è stato nominato arcivescovo di New York il 23 febbraio 2009 e creato cardinale il 18 febbraio 2012 da Benedetto XVI, è stato infatti tra i 13 porporati firmatari della lettera critica a Bergoglio sulle modalità organizzative del Sinodo sulla Famiglia del 2015. 

Inoltre, nella prima metà del mese scorso, tutti i 222 cardinali (ridottisi a 221 con la morte, il 17 luglio, di Zenon Grocholewski) hanno ricevuto dall’antibergogliano George Weigel una copia del suo ultimo libro The Next Pope: The Office of Peter and a Church in Mission, accompagnato dalla nota di Dolan: «Sono grato all’Ignatius Press [la casa editrice ultraconservatrice, che ha stampato il volume, ndr] per aver messo a disposizione del Collegio cardinalizio quest’importante riflessione sul futuro della Chiesa».

Si aggiunga a tutto ciò il triplice attacco esplicito a Joe Biden, che è cattolico, porta sempre in tasca una corona del rosario e partecipa alla messa domenicale, da parte dei vescovi Thomas Joseph Tobin (Providence), Richard Frank Stika (Knoxville), Joseph Edward Strickland (Tyler), che si sono aggiunti al cardinale Raymond Leo Burke e all’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, nell’aperto sostegno a Trump, e il quadro è completo. La questione per i tre presuli resta, come si diceva, l’allineamento ultimo di Biden alla posizione pro choice del Partito Democratico. 

Se per Tobin il candidato dem non è nemmeno cattolico al punto da twittare che da un po’ di tempo «nel ticket democratico ne manca» un rappresentante, Stika è andato ben al di là cinguettando il 21 agosto: «Non capisco come il signor Biden possa dirsi un buono e fedele cattolico dal momento che rigetta larga parte dell’insegnamento della Chiesa, specialmente sulle violazioni dei diritti umani dei più innocenti, i non ancora nati». 

Da parte sua, a fine luglio, il ratzingeriano di ferro Strickland, il vescovo blogger noto per la sua intransigenza dottrinaria, aveva rivolto un chiaro appello ai cattolici: «Votate con coscienza ben formata e scegliete i candidati che rispettano la vita, la moralità, il matrimonio, la famiglia e le nostre libertà fondamentali. È fondamentale mantenere le verità eterne in primo piano mentre votiamo. Studia le questioni e scegli i candidati che rispettano la fede». 

Poi il 12 agosto, a commento di un articolo con foto di Joe Biden e Kamala Harris, il tweet: «Cattolici, prendete nota… Ciò mi ricorda un altro candidato che ci chiamava “i deplorevoli”… Dobbiamo essere attenti a questo… L’assalto anticattolico di Kamala anticipa la sua potenziale amministrazione». Inequivocabile riferimento all’espressione «Basket of deplorables», utilizzata da Hillary Clinton il 9 settembre 2016, e all’attacco sferrato, il 2 gennaio 2019, dalla senatrice Harris nell’udienza di conferma di Brian Craig Buescher a giudice federale per la Corte distrettuale del Nebraska. 

Per l’attuale candidata dei dem alla vicepresidenza degli Stati Uniti il magistrato, scelto da Trump e poi immesso ufficialmente nell’incarico il 6 agosto 2019, sarebbe stato non qualificabile per la sua appartenenza ai Cavalieri di Colombo, la potente organizzazione cattolica statunitense di servizio fraterno, portatrice, a suo dire, di «numerose posizioni estremiste». Parole, queste, che avevano subito spinto l’allora arcivescovo di Filadelfia, Charles Joseph Chaput, a parlare di «folle bigottismo anticattolico».

Trump sì, Biden no, allora, per l’elettore cattolico? Una risposta al quesito la dà a Linkiesta il già citato gesuita James Martin, consultore del Dicastero vaticano per la Comunicazione: «Come dice Papa Francesco, siamo destinati a formare le coscienze, non a sostituirle. Quindi, vescovi e preti non dovrebbero appoggiare alcun candidato o partito. Un elettore dovrebbe meditare sui Vangeli, conoscere l’insegnamento della Chiesa e quindi utilizzare la propria coscienza per prendere una decisione. Non è dunque un peccato votare né Democratici né Repubblicani. Inoltre, nessuno dei due partiti abbraccia pienamente l’insegnamento della Chiesa su tutte le questioni ed entrambi mostrano una seria opposizione, in aree diverse, all’insegnamento della stessa».

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