Dubravka UgrešićIl nazionalismo è la soluzione per chi non vuole confrontarsi con la propria inadeguatezza

Intervista alla scrittrice nata in Croazia, che da trent’anni vive nei Paesi Bassi: «L’Europa era culturalmente più unita quando ero piccola e il personaggio televisivo più popolare in Jugoslavia era Mike Bongiorno»

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“Mi sedetti sugli scalini e mi misi a pensare. A cosa? A nulla in particolare. A come tutta l’Europa sia incorreggibilmente tribale, a come sia stata bene addestrata da due guerre mondiali e, di conseguenza, come ne sia possibile anche una terza, non credete? Questa volta a causa dei polacchi […] a causa di serbi e croati – gli uni e gli altri a imbrattarsi a vicenda le lapidi sopra le tombe –, a causa degli slovacchi che rubano i denti agli scheletri, a causa di qualsiasi cosa e, come sempre, più di tutto a causa del denaro”, si legge nella sua raccolta di saggi “Europa in seppia”.

Nata nel 1949 a Kutina, in Croazia, Dubravka Ugrešić è la voce fuori dal coro che rovina la festa, l’intrusa non arruolabile in alcun fronte, pronta a vivisezionare senza pietà le ipocrisie degli intellettuali, le tendenze totalitarie del popolo, la sciatteria culturale, la pigrizia morale che diventa fascismo. Da sempre critica verso i nazionalismi serbi e croati e le rivendicazioni etniche che hanno insanguinato i Balcani, allo scoppiare della guerra, nel 1991, è diventata il bersaglio di una campagna mediatica che l’ha definita “una prostituta, una strega, una traditrice”. 

Messa all’angolo e stigmatizzata anche dai colleghi dell’Università di Zagabria, dove insegnava, ha deciso di lasciare il paese. Dal 1993 vive in Olanda e ha insegnato in diverse università europee e americane. Non si definisce né emigrante né profuga né rifugiata politica: “Sono una scrittrice che a un certo punto ha deciso di non vivere più nella sua terra perché la sua terra non era più sua”, ha scritto in “Vietato leggere”. 

I suoi libri uniscono autobiografia e saggistica, romanzesco e frammenti di caustica denuncia morale. In Italia sono stati tradotti “Baba Jaga ha fatto l’uovo”, le raccolte di saggi “Vietato leggere”, “Cultura Karaoke” e “Europa in seppia” (nottetempo). Il suo ultimo romanzo “Lisica” (Volpe) e la raccolta di saggi “Doba Kože” (L’età della pelle) sono in corso di traduzione presso La Nave di Teseo, che ripubblicherà anche “Il ministero del dolore” e “Il museo della resa incondizionata”.

Sul Los Angeles Review of Books ha scritto “L’Europa era, essa stessa, una migrante; secondo una versione mitica era la figlia di un re fenicio, nata nella città di Tiro in quello che è oggi il Libano, e cavalcando un toro – il suo amante Zeus – raggiunse le coste dell’Europa”. Ma l’Europa è anche il luogo dove sono nati i concetti di Stati nazione. Come possono convivere questi due aspetti?

Conosco solo i fatti concreti: in questo momento ci sono 80 milioni di rifugiati nel mondo. E la maggior parte di noi, umani, si sta dimenticando di questo fatto devastante. Come se avessimo tutti altre preoccupazioni, ora il virus, domani la politica.

Quali sono i suoi primi ricordi dell’Europa?
Paradossalmente, l’Europa era più “europea” dopo la seconda guerra mondiale e fino agli anni Settanta del secolo scorso di quanto lo sia oggi, che siamo ufficialmente uniti. Nella mia prima adolescenza il programma televisivo jugoslavo più popolare era lo spettacolo di Mike Bongiorno. Il più importante appuntamento di musica pop il Festival di Sanremo. Roma, Cinecittà, Via Appia avevano per gli jugoslavi lo stesso fascino di Hollywood. L’Italia in realtà era la Hollywood europea. Guardavamo film italiani, conoscevamo stelle del cinema italiane, avevamo persino stelle del cinema jugoslave che recitavano nei film italiani. In termini di cultura popolare l’Italia è stata per un po’ una di “famiglia”. 

Anche la letteratura era un forte prodotto di esportazione italiano: conservo ancora i libri di mia madre e le traduzioni in lingua croata della raccolta di opere di Alberto Moravia, rivestite con un’elegante copertina in tessuto viola. Presto arrivò la follia culturale francese, poi l’“infatuazione svedese” dei film di Ingmar Bergman. Anche l’Europa orientale era presente: film e letteratura ungheresi, polacche, cecoslovacche, scrittori come Milan Kundera, Bohumil Hrabal e molti altri. L’Europa era la mia vera patria culturale. 

Poi la massiccia cultura anglo-americana prese il sopravvento. Oggi siamo fortemente dominati dal quel mondo, che è anche un grande mediatore culturale. Grazie ad essa possiamo consumare beni culturali cinesi, giapponesi, italiani e non solo: film, letteratura, musica, arte… Abbiamo scoperto Elena Ferrante grazie alla traduzione inglese dei suoi libri. 

Come vede la cultura europea contemporanea?
Ho la sensazione che sia piuttosto burocratizzata. Il primo processo di burocratizzazione culturale sta avvenendo a livello di culture nazionali (istituzioni, Ministeri della cultura, Accademie, e così via). Il secondo processo a livello di Unione europea. L’autore, chiunque egli o essa sia, è un “proletario”, un lavoratore sottopagato di una grande industria creativa.

È sempre stata critica sulla divisione etnica dei Balcani. Questo processo è ancora in corso, Kosovo e Serbia stanno negoziando. Pensa che, dopo tutte le divisioni e gli accordi, sarà possibile riflettere più criticamente sul proprio passato e collaborare?
È difficile prevederlo. Inoltre, sono sempre stata un cattivo profeta. Quando è iniziata la “recente” guerra in Jugoslavia, non credevo possibile che la gente avrebbe potuto distruggere tutto ciò che era riuscita a costruire insieme durante il periodo della “fratellanza e unità” jugoslava. Tuttavia, mi sbagliavo profondamente.

Trent’anni dopo aver lasciato il paese, vede qualche segnale di speranza in Croazia?
I portatori di quella speranza sono i piccoli partiti socialisti “verdi”. Nelle ultime elezioni alcune persone di sinistra hanno ottenuto un paio di posti nel parlamento croato. Se non altro si sentiranno voci diverse e stimolanti nella vita politica ufficiale.

Per il resto, la società croata non è cambiata?
Sono stati trent’anni di brutale tirannia nazionalista. I croati si sono abituati a vivere immersi in una pesante corruzione. La Croazia era (e forse lo è ancora) uno stato “democratico” strutturato come una mafia. Le persone sono mentalmente schiave: non protestano contro la falsificazione della storia, contro la politica di riabilitazione dello stato nazista fantoccio di Pavelic durante la seconda guerra mondiale, contro le forti tendenze filofasciste o neofasciste, contro la stigmatizzazione del movimento di resistenza jugoslavo durante la seconda guerra mondiale, contro la catastrofica mancanza di competenza politica e di altro tipo delle persone al potere. 

Questo processo di de-professionalizzazione è iniziato sin dai primi giorni dell’indipendenza croata. Centinaia e centinaia di professionisti – giudici, medici, economisti, persino insegnanti di matematica! – sono stati licenziati (molti di loro erano di etnia serba) e sostituiti dalla “nuova classe” di persone le cui uniche qualifiche erano l’identità etnica e la lealtà politica al nuovo governo. Franjo Tudjman ha attuato una politica medievale di ricompensa verso i suoi fedeli “cavalieri”, installando il “suo popolo” in tutti i luoghi cruciali del potere: università, scuole, media, esercito, banche, industria. 

A non aver capito cosa ci fosse in gioco nei conflitti balcanici fu anche e soprattutto l’Unione europea.
L’intero “caso jugoslavo” è stato interpretato dall’élite politica europea sullo sfondo della caduta del muro. Tuttavia, la Jugoslavia era una costellazione politica e culturale diversa dalla Polonia, dall’Unione Sovietica o dalla Bulgaria. I responsabili locali della guerra erano furobi: mostravano la caduta della Jugoslavia come una forma di lotta contro il comunismo (e i comunisti erano serbi, naturalmente). Una narrazione del genere serviva a legittimare il saccheggio e altre sporche attività di guerra. Il grande saccheggio di beni, proprietà, fabbriche, ospedali e terreni di nessuno («comunisti!») da entrambe le parti (croata e serba) è stato presentato come una lotta per l’indipendenza nazionale. I politici locali si sono armati di narrativa anticomunista per legittimare i loro crimini. Un saccheggio condito con un po’ di “adeguata” ideologia (che in alcuni casi potrebbe essere anche una religione) è la cosa “più dolce” che gli esseri umani abbiano mai inventato.

Ha scritto che oggi nei Balcani c’è più paura rispetto al passato. Lo scrittore ungherese László Darvasi ha recentemente detto a Linkiesta che secondo lui l’Europa è “la cancellazione o almeno l’addomesticamento della paura”. C’è un modo per sconfiggere, o almeno addomesticare, la sua paura e quella dei croati?
Il nazionalismo e il fascismo sono già le migliori strategie per l’addomesticamento della paura. Il nazionalismo è la comfort zone per le persone che rifiutano di confrontarsi con la propria inadeguatezza. E l’inadeguatezza è il miglior fertilizzante per il fascismo. Un popolo inadeguato ama la pietrificazione (un altro modo per chiamare la morte). Vedono la bandiera nazionale come una placenta simbolica che li conforta e li protegge da cambiamenti “spaventosi”, dalla democratizzazione, dalla perdita dell’unica cosa che sentono di avere. E l’unica cosa che sentono di avere è il loro “gruppo sanguigno”, la loro identità etnica.

Ha sempre uno sguardo molto pessimista sulla realtà. Esiste una possibilità di riscatto nella sua visione del mondo?
Il disfattismo era una delle accuse più comuni durante il primo comunismo (in Unione Sovietica e in altri paesi comunisti). I disfattisti erano “nemici pubblici”. Una persona accusata di disfattismo, scetticismo e mancanza di fede nel sistema poteva venire emarginata, a volte persino incarcerata. Quando l’ideologia comunista è crollata ho scoperto che molti dei modelli ideologici comunisti prosperavano anche in un sistema capitalista, come fossero una sorta di tatuaggi ideologici inamovibili. Uno di questi “tatuaggi” mentali è l’ottimismo. L’intero “mondo occidentale” vive nella dittatura della felicità. Il capitalismo vive dell’entusiasmo dei consumatori. Esso non può tollerare i disfattisti. Per sopravvivere il capitalismo ha bisogno di consumatori allegri, collaborativi, partecipativi, credenti e soprattutto ottimisti.

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