Confine silenziosoLa Finlandia e i Paesi baltici non hanno mai smesso di prepararsi a una possibile invasione russa

Lo scorso giugno, la televisione di stato finlandese, dove è rimasta la leva obbligatoria, ha realizzato un cortometraggio in cui il colonnello delle forze di difesa spiega come reagire a un attacco militare imminente. Mentre Estonia, Lettonia e Lituania cercano di essere meno dipendenti dalle fonti energetiche di Mosca

Fotogramma

Il confine più caldo e pericoloso del mondo è un confine sul quale, da anni, non succede niente. Non si spara un colpo, non si registra un incidente, non viene ucciso nessuno. Eppure è a quella riga tracciata per terra lunga circa 2000 chilometri, che parte dalla Finlandia e che arriva fino alla Lituania, passando per Estonia e Lettonia che guardano i diplomatici di mezzo mondo. È lì, su quella riga tracciata per terra, che si gioca la partita più importante di questi anni: quella tra Unione Europea, Nato e Russia.

Da anni Mosca e Bruxelles hanno avuto contrasti geopolitici: la questione Ucraina, le sanzioni e l’embargo, le interferenze nel referendum Brexit del 2016, le proteste in Bielorussia e l’avvelenamento di Navalny. Continue provocazioni cui corrispondono continue dichiarazioni politiche e ultimatum. E soprattutto, anche se nel silenzio, continui dispiegamenti di forze. Per il momento in Estonia, Lettonia e Lituania, ci sono 1200 uomini guidati da Regno Unito, Canada e Germania e che riuniscono truppe da 17 stati Nato.

Gli Stati Uniti lo scorso febbraio hanno organizzato, proprio al confine tra Repubbliche Baltiche e Russia, una mega esercitazione che ha coinvolto 25 mila uomini. I russi, dall’altra parte della riga per terra, comunque, non stanno a guardare, anzi: hanno schierato i loro missili a corto raggio Iskander, a soli 45 chilometri dalla Lituania, e hanno dislocato da quelle parti circa 30 mila uomini. Se fosse una partita a Risiko e i giocatori schierassero così i loro carriarmatini, gli obiettivi dell’uno e dell’altro sarebbero piuttosto chiari a tutti.

Così, visto che Russia e Nato si temono e intimoriscono a vicenda, il livello della paranoia, nelle repubbliche Baltiche e in Finlandia è molto alto. In Finlandia, in particolare, anni fa (2014) erano state denunciate incursioni di caccia russi nello spazio aereo finlandese e la presenza di sottomarini russi alle calcagna di navi finlandesi (anche se su questo punto le informazioni non sono chiare).

Dopo un periodo di relativa calma, un mese fa, due caccia russi sono stati visti entrare nello spazio aereo finlandese vicino a Porvoo, nel sud del Paese. Un’incursione che non ha fatto altro che mettere in allerta i sensi bellici della Finlandia, un Paese consapevole di essere un paese allo stesso tempo debole e strategico, che per questo punta moltissimo sulle sue capacità di difesa. Per esempio è uno dei pochi Stati europei a mantenere ancora la leva obbligatoria e tiene molto a che i suoi riservisti siano sempre consapevoli della possibilità, remota ma concreta di una chiamata alle armi.

Per avere un’idea di quanto il governo finlandese abbia a cuore il fatto che i suoi cittadini non si adagino sugli allori di una pace che dura da quasi un secolo, basti sapere che lo scorso giugno, la televisione di stato YLE ha prodotto e diffuso su Youtube un cortometraggio nel quale il Colonnello delle Forze di Difesa finlandesi Jyri Raitasalo spiega come potrebbe iniziare e diffondersi un attacco al loro Paese e come l’esercito e la popolazione dovrebbero e potrebbero reagire.

Nel video non viene mai fatto il nome della Russia, ma basta dare un’occhiata a una cartina geografica per capire a chi, il colonnello Raitasalo, si riferisca. Il timore dei finlandesi non è solo relativo alla possibilità di essere attaccati o invasi. Ma riguarda la consapevolezza della propria strategicità: «Il territorio finlandese è importante per le rotte di rinforzo della Nato verso i paesi baltici (in particolare l’Estonia)- scrive Foreign Policy-. E come al solito, è bene tenere presente che un attacco russo alla Finlandia, al contrario della vicina Estonia, un membro della Nato, non innescherebbe l’articolo 5 della Nato, ossia non sarebbe considerato come un attacco all’intera alleanza».

Dunque se una guerra, ipotetica, tra Unione europea e Russia, dovesse iniziare, la Finlandia potrebbe essere un buon punto di partenza: metà disabita a bassa densità di popolazione, non aderente alla Nato.

L’ipotesi per fortuna appare ancora remota, almeno per ora. Dal punto di vista di Mosca, meglio sarebbe volgere lo sguardo su altri paesi, come le Repubbliche baltiche che, benché indipendenti dal 1991 e oggi parte di Nato e Unione europea, da sempre fanno parte della sfera d’influenza russa, prima come parte dell’Impero e poi come parte dell’URSS, e che, in qualche modo Mosca considera suoi Stati satelliti (come la Bielorussia, la Crimea, l’Ucraina, la Moldavia…).

Le ragioni per cui la Russia sente di avere dei diritti sulle Repubbliche baltiche  e a loro volta le Repubbliche baltiche sentono sul collo il fiato russo sono numerose e hanno a che fare con diversi aspetti della vita dei loro Paesi.

Il primo, al solito, sono gli approvvigionamenti energetici: fino al 2014 per un complicato insieme di ragioni che vanno dall’inerzia culturale, alla presentazione di piccoli potentati personali con gli oligarchi, fino a questione di mera praticità, gli Stati baltici hanno importato il 100% del loro gas naturale dalla Russia. Questa soluzione, benché fosse la più facile (non richiedeva nulla se non di continuare a fare le cose come le si erano sempre fatte) si è resa impraticabile dopo la crisi ucraina. Dopo la guerra in Ucraina e Crimea, infatti, le repubbliche baltiche hanno preso a sentirsi sempre meno a loro agio con le forniture russe e a temere sempre più che quelle forniture non potessero diventare uno strumento di ricatto e minaccia.

Così hanno iniziato a diversificare le loro fonti, indispettendo non poco il loro partner storico: nel 2014 Vilnius ha aperto un terminale galleggiante di gas naturale liquefatto e ha aumentato le sue importazioni di gas naturale dalla Norvegia e dagli Stati Uniti; la Lituania ha ridotto la percentuale di gas russo nel suo consumo di energia primaria al 19%; l’Estonia ha invece preso a puntare forte sull’idroelettrico. Una scelta che ha spuntato una delle principali armi politiche e commerciali di Mosca.

Al secondo posto nella classifica delle ragioni di screzio tra Russia e Repubbliche baltiche c’è la scottante e delicata questione delle minoranze linguistiche. Non è una faccenda da poco. Anzi. Si tratta di una questione spinosa che non di rado si è trasformata anche in motivo di imbarazzo per l’Unione europea.

Per comprenderla appieno occorre fare un passo indietro: durante il periodo sovietico era consuetudine che il governo comunista ordinasse dei dislocamenti di massa di centinaia di migliaia di persone, con lo scopo di sciogliere la compattezza dei popoli locali e di creare, al loro posto, un unico e solo popolo sovietico. Nel corso di questi dislocamenti, centinaia di migliaia di persone dai quattro angoli dell’Unione furono prese e spediti ai capi opposti dell’URSS. Questo, ovviamente successe anche in Lettonia, Estonia e Lituania, dove negli anni arrivarono migliaia di altri “compagni” da chissà dove.

Così quando nel ’91, le tre Repubbliche baltiche divennero indipendenti, si ritrovarono con circa il 25% della popolazione di origine sovietica. Poco male, in teoria. Malissimo in pratica. Perché i tre governi baltici decisero che mentre la nuova cittadinanza del nuovo stato sarebbe stata concessa senza problemi a tutti quelli che discendevano da famiglie oriunde, chi aveva origini russe doveva invece sostenere un esame di lingua e cultura del nuovo paese.

Anche qui poco male in teoria e malissimo in pratica. Perchè se è vero che quasi tutti i membri della minoranza russa nelle tre repubbliche hanno deciso di sostenere l’esame e diventare cittadino a tutti gli effetti del loro nuovo Paese, una piccola parte di loro (un po’ per principio, un po’ per difficoltà oggettive) non lo ha mai fatto, restando così apolide. Si tratta, secondo le stime, di circa 350 mila persone, la cui ultima cittadinanza registrata è quella dell’Unione Sovietica, e che benché vivano, lavorino e paghino le tasse, da sempre, in Lituania, Estonia e Lettonia, non hanno alcun diritto: non possono votare (se non alle elezioni locali), non possono richiedere un documento, non possono partecipare a un concorso pubblico.

Vladimir Putin, che si considera nume tutelare delle minoranze russofone in tutto il mondo, ha più volte chiesto all’Unione di intervenire affinché agli apolidi vengano concessi i diritti di cittadinanza e si è detto poco soddisfatto di quanto fatto sino ad ora dalle tre repubbliche per migliorare le condizioni degli ex sovietici che vivono sul loro territorio.

La ragione per cui Putin reclama la fine dell’apolidia dei cittadini di origine russa (anzi, sovietica) rientra in un quadro ideologico ampio, detto Ruskiy Mir, cioè mondo russo. Secondo l’ideologia del Ruskiy Mir, esiterebbe una grande comunità transnazionale e unica, di lingua russa, fede ortodossa e storia comune, che, di fatto, è costituito da figli della grande madre Russia. Per questo, seguendo questa logica, la Russia ha il diritto e il dovere di tutelare gli interessi dei suoi figli sparpagliati per il mondo, anche a scapito della sovranità degli altri Stati.

Occorre precisare tuttavia che la situazione appare in grande equilibrio. Ci sono delle tensioni, ma appare difficile, almeno allo stato attuale delle cose, che la Russia invada davvero le repubbliche baltiche. Le ragioni per cui scartare questa ipotesi le spiega ampiamente Una Bergmane di London School of Economics nel suo paper Fading Russian Influence in the Baltic States. «Il servizio d’intelligence estone – scrive Bergmane – ha monitorato tutte le esercitazioni militari russe negli ultimi dieci anni e conclude che il russo non considera l’Estonia un obiettivo separato, ma una parte della Nato. Da questo punto di vista, un eventuale attacco russo agli stati baltici non sorgerebbe a causa dell’interesse russo in questi paesi di per sé, ma piuttosto a causa della necessità di spostare l’equilibrio di potere nella regione del Mar Baltico durante un conflitto su larga scala con l’Occidente».

Nelle ultime settimane a causa delle proteste in Bielorussia contro il dittatore filoputiniano, Alexandr Lukashenko, che governa il Paese dal 1994, l’ipotesi di un intervento russo si fa ogni giorno sempre più probabile e se si concretizzasse, avvicinerebbe ancor di più le truppe di Mosca al cuore dell’Europa.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta