Nomenklatura demIl Pd dovrebbe avere più Schlein e meno dirigenti senza carisma

La vicepresidente della regione Emilia-Romagna è portatrice di un ideale politico antico ma espresso in una forma nuova, gentile, radicale e netta. Invece il Nazareno appare sempre più un bunker basato sulla cooptazione e l’autoconservazione

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Se oggi il Partito democratico fosse quello pensato alla sua fondazione (2008) una persona come Elly Schlein siederebbe nella segreteria politica, o forse sarebbe la leader, o la vice. Vale anche per un intellettuale come Gianrico Carofiglio (l’associazione dei due nomi ci viene per averli visti insieme l’altra sera a Ottoemezzo, che freschezza rispetto ai soliti capi) troverebbe un ruolo nel gruppo dirigente. Potremmo fare mille altri esempi. Cosa vogliamo dire? Proviamo ad andare indietro con la memoria a quel periodo ormai non vicinissimo della ideazione del Pd, che non voleva essere la pura somma di Ds e Margherita ma la creazione di qualcosa di mai visto prima, un grande contenitore plurale fondato sul protagonismo degli elettori e degli iscritti e a forte direzione di un leader.

Era l’idea della “grande tenda” (che avrebbe funzionato meglio senza le ingenuità che connotarono quel periodo), ove vi fosse spazio per tutte le culture progressiste, in particolare per le nuove sensibilità che travalicano la tradizione della sinistra storica. Elly Schlein risponde perfettamente a queste caratteristiche. Carismatica, incarna istanze e posizioni che non necessariamente devono trovare tutti d’accordo ma è portatrice di politica nuova espressa in una forma non politicista, gentile (direbbe Carofiglio), non urlata: e tuttavia radicale, netta, come il progressismo deve essere.

Con il suo istinto politico Stefano Bonaccini l’ha voluta come vicepresidente della regione Emilia-Romagna, e ha fatto un bel colpo. Forse il Walter Veltroni segretario avrebbe fatto lo stesso, proprio per dare respiro all’azione e freschezza all’immagine del Pd.

Invece il gruppo dirigente di Zingaretti, con il dovuto rispetto per le singole persone, non ha neppure un’immagine vecchia: non ha proprio immagine. È il risultato dell’antico metodo della cooptazione che si realizza con il bilancino delle correnti interne, un antico metodo ovviamente basato sulla fedeltà al capo. 

È l’effetto di una reale difficoltà del Pd di aprirsi alle nuove realtà ma anche di una rinuncia a cercare nella società italiana quelle personalità, quelle competenze, quelle potenziali leadership che pure non mancano. E così il partito resta bloccato nel meccanismo di autoconservazione e di “guida dall’alto” da parte di una nomenklatura che erige, forse anche inconsapevolmente, un muro verso l’esterno. Con tanti saluti alla mitica contendibilità.

Il Nazareno appare sempre più un bunker di politici di professione: giusto ogni tanto qualcuno di loro prova ad ascoltare il mondo là fuori. Alle filiere storiche – stringi stringi, il Pci e la Dc – si sono ovviamente aggiunti in questi anni “rami” più giovani però subito inglobati nell’andazzo correntizio che domina la vita del partito. E naturalmente tutto questo accresce la diffusione del virus del conformismo, quello, per capirci, che fa sì che gente che non condivide nulla dell’attuale segretario alla fine voti la sua relazione.

Ma bisogna essere chiari. Se è vero che la situazione si è sclerotizzata con la segreteria Zingaretti (forse contro la sua volontà iniziale, quando diceva che avrebbe cambiato tutto), va anche detto che il conformismo, il correntismo e la burocratizzazione sono vizi antichi. Non va dimenticato che con Renzi regnante erano tutti renziani, prima che molto di loro si convertissero al nuovo leader.

Bisognerebbe domandarsi se il fatto che il Pd stia sempre impalato a quel maledetto 20% non sia anche la conseguenza di questa sua chiusura a riccio verso l’esterno, come se fosse vittima di un lockdown politico che lo costringa a stare nel palazzo. È così che poi si arriva alle invettive di Roberto Saviano e di altro meno famosi, è per questo che il rapporto com la società mai è stato così improvvisato e sdrucciolevole come in questa fase. Ed è per questo che chi non è d’accordo – si chiamino Gianni Cuperlo o Giorgio Gori – venga sempre percepito con sospetto. 

Eppure c’è una sinistra, nelle sue varie forme (comprese certe istanze liberali), che chiede una nuova rappresentanza, firmata da tutta quella gente che si appresta con il No a opporsi alla deriva populista made 5 Stelle. Ed è forse una base interessante per costruire qualcosa che piaccia a Elly Schlein.

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