Rafforzare la sanità territorialeCento sindaci chiedono al governo di utilizzare il Mes subito

I prossimi mesi potrebbero essere decisivi sul fronte sanitario, ma bisogna fare in fretta. Per Giorgio Gori «quando c’è in gioco la salute delle persone sarebbe giusto provare a forzare la mano»

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Cento sindaci, inclusi quelli delle grandi città, chiedono il Mes. «Ne avremmo bisogno domani mattina, anzi è troppo tardi, diciamo ieri».

Matteo Ricci è il primo cittadino di Pesaro e il presidente della Lega Autonomie Locali, che ha lanciato una raccolta firme tra gli amministratori di tutta Italia. Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, sottoscrive l’appello e non ha dubbi: «È palesemente una priorità. Se dovessi fare un sondaggio tra i miei cittadini, il 90% direbbe subito sì e mi chiederebbe perché non abbiamo preso prima quei soldi».

Nei giorni in cui sale l’allerta, aumentano i contagi, scattano nuovi obblighi sull’uso delle mascherine e si vuole prorogare lo stato di emergenza, la missione più urgente diventa il rafforzamento della sanità territoriale. L’inverno è alle porte e gli esperti temono il caos.

Gori, al telefono con Linkiesta, riflette: «In altri Paesi vicini al nostro c’è una seconda ondata in corso ma se tra qualche settimana arrivasse da noi, scopriremmo di avere quasi le stesse debolezze che avevamo in primavera. A partire dalla medicina territoriale che manca in gran parte del territorio nazionale. Con il Mes potremmo migliorare l’assistenza domiciliare, aumentare i posti delle terapie intensive soprattutto al Sud, investire in tecnologia e ricerca».

Non ci sono solo gli ospedali. La lista della spesa è lunga, le idee sono chiarissime. «Non possiamo permetterci un nuovo lockdown – spiega Ricci a Linkiesta – I soldi dell’Europa servono ad aumentare la presenza di presìdi sanitari che possano fornire esami, tamponi e visite in tempi brevi. Si potrebbero riaprire le strutture di assistenza nei piccoli comuni e nelle aree interne che negli ultimi anni sono state smantellate. E potremmo investire nella figura degli infermieri di quartiere, già in uso in altri Paesi europei, utili per controllare e supportare la fascia più anziana della popolazione».

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha lavorato a un piano incentrato sul potenziamento dell’assistenza domiciliare. Peccato che il governo continui a prendere tempo, tra motivi di opportunità e propaganda. Con il Movimento Cinque Stelle che fa muro sul Mes. «Nessuno di noi – riflette Gori – si capacita di come alcune ragioni ideologiche abbiano trattenuto il governo dal prendere una decisione così importante per la salute dei cittadini».

La linea di credito messa a disposizione dall’ex fondo salva-Stati per l’emergenza Covid-19 consiste in 36 miliardi di euro prestati a tassi vantaggiosi e senza condizionalità per dieci anni. Denaro da investire in spese sanitarie dirette e indirette. Anche il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha provato a spiegarne la convenienza: «È solo un prestito emesso a condizioni migliori di quelle del mercato ed è per un periodo prolungato. Permetterebbe di finanziare la sanità senza dover utilizzare titoli di Stato che potrebbero essere sfruttati per coprire altre esigenze di spesa».

Facile, no? Il tesoretto europeo è diventato il convitato di pietra di una maggioranza divisa e impaurita. Negli ultimi giorni si paventa l’ennesimo rinvio, questa volta a dicembre. «Parleremo del Mes quando sarà il momento», taglia corto la vice ministra grillina dell’Economia Laura Castelli.

Per i Cinque Stelle, da sempre contrari e ora alle prese con una crisi interna senza precedenti, il via libera a quei soldi rappresenterebbe l’ennesima sconfessione. «Sarebbe come lo sparo di Sarajevo per la Prima Guerra Mondiale: rischio serio di scissione, di possibile crisi di governo, di cataclisma», ha sintetizzato un giornalista navigato come Bruno Vespa. Ma il sindaco di Pesaro non ci sta: «Basta tatticismi e indugi. Quando si governa bisogna essere pragmatici, per l’Italia quella del Mes è un’opportunità storica e non possiamo bloccare tutto per le discussioni interne al Movimento 5 Stelle».

Pesaro è stata una delle dieci province italiane più colpite dalla pandemia. Il ritorno alla normalità non cancella gli incubi di qualche mese fa, quando gli ospedali erano al collasso. «Avevamo bisogno del triplo delle persone per affrontare l’emergenza. Ricordo bene le difficoltà per andare a fare tamponi nelle case o i tempi lunghi per avere risposte. Ci servono i soldi del Mes anche per questi motivi. Non possiamo tornare ad affollare i pronto soccorso, dobbiamo riuscire a curare le persone a casa».

Bergamo è stato il capoluogo simbolo della pandemia. Una «città martire», l’ha definita il quotidiano francese Libération. Qui, dove un’impressionante colonna di camion militari trasportava le bare dei morti, ognuno ha tra familiari e amici una vittima del Covid. Il sindaco non dimentica nulla: «Quello che ho potuto vedere con i miei occhi è la fragilità del sistema lombardo fatto di ottimi ospedali ma con una sanità territoriale disboscata. Le persone si ammalavano e andavano direttamente nei pronto soccorso, fin quando è stato possibile. Poi molte sono rimaste a casa e sono morte lì, senza nessun’assistenza».

I prossimi mesi potrebbero essere decisivi sul fronte sanitario, ma adesso il tempo stringe. Secondo Gori, «la discussione sul Mes non dovrebbe fermarsi al Consiglio dei Ministri. Servirebbe un lavoro politico, una mobilitazione del Pd nel Paese e nelle città. Su un tema come questo ne vale la pena. Quando c’è in gioco la salute delle persone sarebbe giusto provare a forzare la mano».

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