Abbaiare per non essere morsiL’istituto sullo Stato di diritto in Europa creato da Polonia e Ungheria è una mossa per apparire come vittime di Bruxelles

Budapest e Varsavia non pretendono davvero di rivendicare la liceità della propria condotta. Vogliono solo presentarsi come bersaglio delle trame di Stati più forti, inflessibili nel punire chiunque devii dalla linea prestabilita. Nel disegno sovranista polacco-magiaro, i rimbrotti comunitari devono apparire come gli abusi di un bullo

Afp

Lunedì scorso Ungheria e Polonia hanno annunciato la fondazione di un istituto per monitorare lo Stato di diritto nei paesi Ue. Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha spiegato che «lo scopo di questo istituto di diritto comparato sarà di impedire che [i due paesi] siano presi per pazzi», mentre il suo omologo polacco Zbigniew Rau ha sottolineato l’importanza di non sostituire «una disputa legale con una disputa politica». 

Sottotesto: le critiche rivolte dalla Commissione europea, dal Parlamento europeo e da svariati osservatori internazionali al deterioramento dello Stato di diritto nei due paesi mitteleuropei sarebbero spinte da occulte finalità politiche, non da una lucida osservazione delle azioni dei due governi. 

Negli ultimi anni sia Budapest (dal 2010, l’inizio dell’ascesa di Viktor Orbán) e Varsavia (dal 2015, anno dell’arrivo al governo dei populisti ultra-conservatori del Pis guidati da Jarosław Kaczyński) si sono più volte meritate gli strali di Bruxelles per via delle loro flagranti, documentate e rivendicate violazioni del diritto comunitario. Contro entrambe sono state lanciate svariate procedure d’infrazione e più soggetti ne hanno invocato la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio europeo – scenario previsto dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione europea, ma improbabile, in quanto necessita del voto unanime degli Stati membri. 

Limitandosi anche solo ai fatti più recenti, a metà maggio il Parlamento europeo ha esortato la Commissione a punire l’Ungheria per lo stato d’emergenza imposto durante la pandemia e non più tardi di due settimane da la presidente Ursula Von Der Leyen si è scagliata contro le zone “LGBT-free” create da alcuni comuni polacchi – con il placet del governo centrale. 

Bollare l’iniziativa come pretestuosa e declassarla a provocazione potrebbe quindi suonare ridondante. Non tocca agli Stati membri valutare la salute democratica degli altri appartenenti al blocco comunitario e la compatibilità con il diritto comunitario delle norme che i loro governi varano. 

Secondo l’articolo 2 del Trattato dell’Unione europea «l’Unione  si  fonda  sui  valori  del  rispetto  della  dignità  umana,  della  libertà,  della  democrazia,  dell’uguaglianza,  dello  Stato  di  diritto  e  del  rispetto  dei  diritti  umani,  compresi  i  diritti  delle  persone  appartenenti  a  minoranze» e l’articolo 17 prevede che sia la Commissione europea a vigilare «sull’applicazione  dei  trattati  e  delle  misure  adottate  dalle  istituzioni  in  virtù  dei  trattati [e]  sull’applicazione  del  diritto  dell’Unione  sotto  il  controllo  della  Corte  di  giustizia  dell’Unione  europea». 

Seppur destinata all’irrilevanza anche qualora non restasse una semplice boutade, la mossa del duo magiaro-polacco merita attenzione. Per due fattori: la sua coerenza con la più generale tattica politica dell’Ungheria di Orbán e, sebbene in modo meno organico e ostinato, della Polonia di Kaczyński; il particolare frangente in cui è apparsa, ovvero mentre il blocco è alle prese con le negoziazioni sul prossimo quadro finanziario pluriennale 2021-2027. 

Il lancio di un centro finalizzato a esaminare le leggi degli altri Stati è solo l’ultima applicazione di quello che, come riportato in un accurato approfondimento di Politico, è stato definito l’approccio “Frankenstein” di Orbán. Espressione coniata da Rui Tavares, europarlamentare che nel 2012 venne nominato relatore per l’Ungheria. “Il dottor Frankenstein”, ha spiegato il curatore dell’omonimo rapporto sulle violazioni commesse da Budapest nel primo periodo dopo l’insediamento di Fidesz, «creò un mostro con membra e pezzi di altri corpi, che presi singolarmente erano sani. Era l’insieme a essere problematico». 

Allo stesso modo, ogni volta che l’adozione di leggi nocive per particolari soggetti o minoranze come le cosiddette “Lex Ceue “Lex Ongobbliga le autorità magiare a doversi difendere di fronte ai partner europei, esse richiamano norme effettivamente simili già in vigore in altri Stati membri. Sul sito del governo si possono consultare lunghi elenchi di queste leggi, compilati con un unico fine: dimostrare che l’Ungheria sarebbe attaccata su basi politiche e non perché davvero infranga il diritto comunitario. 

Uno degli artefici di quel brillante maquillage fu l’ex ministro della Giustizia ungherese Tibor Navracsics (2010-2014). «Tramite le giustapposizione provavamo a dimostrare ai nostri detrattori che le soluzioni da noi intraprese non erano assolutamente uniche e che le pratiche criticate dalla Commissione potevano essere rintracciate anche in altri Stati membri», secondo Navracsics. Che, incidentalmente, dopo la fine del suo mandato ha servito come Commissario per l’Educazione, la Cultura, la Gioventù e lo Sport nell’esecutivo Juncker.

Questo gioco di prestigio non regge l’esame di un occhio esperto: è abbastanza facile illustrare come da un insieme di norme in sé compatibili con un impianto di democrazia liberale si possa ricavare un corpus normativo repressivo e lesivo per alcuni determinati gruppi o individui – ovvero illiberale. 

Ma gli orbaniani e i loro emuli non pretendono davvero di rivendicare la liceità della propria condotta. Mirano a presentarsi come vittime delle trame di Stati più forti, inflessibili nel punire chiunque devii dalla linea prestabilita. I rimbrotti di Bruxelles devono apparire come gli abusi di un bullo. 

A questo fine concorrono più tattiche, dalla rivisitazione faziosa della memoria collettiva al ricorso massiccio a teorie del complotto come quella incentrata sul magnate-filantropo George Soros. Agli occhi dei propri elettori e dell’opinione pubblica populista, gli attori dello smantellamento dell’architettura democratica di Ungheria e Polonia devono passare per martiri della libertà d’espressione.  

Cosa abbia spinto i ribelli centro-europei a lanciare un’iniziativa così beffarda proprio ora è, verosimilmente, una paura oggettivamente fondata. 

Si stanno moltiplicando le voci di coloro che esigono che la redistribuzione dei fondi comunitari – finora un flusso da Ovest a Est – sia vincolata alle valutazioni relative allo Stato di diritto (redatte dalla Commissione). 

Il rischio, per gli aspiranti autrocrati oltrecortina, questa volta appare più tangibile. Finché simili richieste provengono dal Parlamento europeo, è facile ignorarle. Quando invece giungono, come si mormora stia per accadere, dallo Stato più importante, ricco e influente del blocco che, per inciso, è anche il tuo principale partner commerciale (export dell’Ungheria in Germania 26.8%, import 26%;  per la Polonia 27.3 e 25.5 rispettivamente), inizia a essere più complicato. 

Infatti, la tracotanza dei loro rappresentanti tende sovente a offuscare un dato: gli Stati dell’Europa post-comunista sono soggetti fragili; dipendono da partner esterni per sviluppo economico, sicurezza, disponibilità di tecnologia avanzata; hanno sempre meno popolazione e sempre più anziana. 

Chi li governa sa benissimo che senza i soldi europei qualunque esperimento di democrazia illiberale o cristiana cesserebbe all’istante. Le cerchie clientelari che sostengono le oligarchie al potere campano sovente di finanziamenti europei, come nel caso delle lobby agricole che controllano il settore agro-alimentare. Per questi campioni del sovranismo non c’è vita fuori dall’Ue. 

Un’evidenza di cui è conscio anche lo stesso Viktor Orbán, capace nel corso della stessa intervista di lodare il coraggio dei britannici definendo la Brexit come un voto che ne ha salvato la “buona reputazione” e di ripetere come al suo paese non convenga seguire la stessa strada. 

Se davvero la riallocazione infra-comunitaria dei fondi Ue venisse connessa agli standard democratici dei paesi coinvolti, un’opzione denunciata come “arbitraria” e “motivata politicamente” da Budapest e Varsavia, la classe politica populista che furoreggia oltrecortina sarebbe arrivata al capolinea.  

Non succederà, ma il terrore di anche solo questa remota possibilità è sufficiente per far partorire progetti come la provocazione vaticinata dai due ministri degli Esteri questa settimana. 

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