Spremuta CineseIl grande successo del memorandum di Conte e Di Maio: l’Italia ha venduto alla Cina arance per 162mila euro

Nel 2019 Francia e Germania hanno firmato accordi commerciali di entità superiore rispetto a quelli delle imprese italiane senza assecondare la visione di Pechino sulla Belt and Road Initiative, e soprattutto senza dare a Xi Jinping la possibilità di utilizzare a scopi di propaganda l’adesione di uno Stato membro del G7, come invece ha fatto il governo gialloverde

Pixabay

«Una grande vittoria del governo, le arance siciliane raggiungeranno la Cina anche in aereo. Una bella notizia che fa parte di quelle piccole grandi rivoluzioni di cui l’Italia ha bisogno. Una promessa che diventa realtà». Così a inizio 2019 parlava Luigi Di Maio, all’epoca vicepremier del governo Conte 1, festeggiando un traguardo molto pubblicizzato in casa Cinque Stelle dopo la firma del discusso memorandum per la Via della Seta.

Dichiarazioni entusiastiche, eventi di benvenuto all’ambasciata di Pechino, foto di rito con l’ex capo politico M5s che sbucciava un agrume sulla scrivania del ministero. «Oggi è una giornata importante per il nostro Made in Italy – si leggeva in un comunicato dell’ufficio comunicazione grillino – Grazie al grande lavoro del ministro Di Maio, stiamo aprendo una nuova via della seta tra Roma e Pechino e proprio da qui passeranno i nostri prodotti che porteranno l’eccellenza italiana nel mercato più grande del mondo».

La «diplomazia dell’arancia», come l’aveva ribattezzata Il Foglio, aveva scatenato ironie e polemiche, oltre a elogi e speranze. «È una spremuta di patria, ci siamo venduti per le arance e ne vanno anche fieri», chiosava Carlo Calenda. Ma oggi a quasi due anni da quegli annunci roboanti, quante cassette sono sbarcate in Cina? Nel 2019 l’Italia risulta aver esportato arance per 162.460 euro. Un po’ poco, se si pensa che nello stesso lasso di tempo la vicina Spagna ha spedito agrumi per 32 milioni di euro, senza aver firmato il memorandum con la Cina, oggetto di critiche e tensioni a livello internazionale. Se non è un flop, poco ci manca.

A mettere nero su bianco questi numeri è l’Osservatorio di politica internazionale, organo promosso dal Parlamento Italiano in collaborazione con la Farnesina, che a ottobre ha pubblicato il rapporto “La Cina: sviluppi interni, proiezione esterna”, realizzato dal Torino World Affairs Institute. A pagina 62 del report si legge: «Se la logica italiana alla base della firma dell’accordo sulla Via della Seta era l’auspicio di un aumento dei rapporti commerciali ed economici, si può dire che a 18 mesi di distanza il calcolo si è rivelato quantomeno ottimistico, se non del tutto fallace. Come si è visto, le esportazioni italiane verso la Cina non sono aumentate in modo significativo, né vi sono stati particolari investimenti cinesi in Italia a seguito dell’accordo».

Era il 23 marzo 2019, il premier Giuseppe Conte e il presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping firmavano un memorandum d’intesa tra i due Paesi nell’ambito del progetto infrastrutturale cinese noto come Belt and Road Initiative (Bri). A margine del patto con Pechino, Conte seminava ottimismo: «È una grande opportunità per riequilibrare la bilancia commerciale con la Cina». E il suo vice Luigi Di Maio aggiungeva: «La Via della Seta aumenterà l’export delle nostre eccellenze nel mercato euroasiatico, cresceranno i nostri imprenditori».

L’Italia era stato il primo Paese del G7 e il primo tra i fondatori dell’Unione Europea ad aderire. Una sottoscrizione che non prevedeva impegni giuridicamente vincolanti, ma che ha fatto molto rumore. Da Bruxelles a Washington. Accolta con preoccupazione e fastidio dai nostri alleati, le critiche internazionali per la decisione dell’esecutivo gialloverde si sono sprecate. «Quella firma rappresentava per la Cina un importantissimo investimento di capitale politico con un partner occidentale come il nostro», ricorda oggi a Linkiesta una fonte diplomatica. Il governo italiano, con i Cinque Stelle in prima fila, aveva rivendicato la bontà dell’accordo anche per l’apertura di nuove rotte commerciali con Pechino.

Le arance siciliane entravano a pieno titolo nel dibattito, diventando il prodotto simbolo del nuovo corso. Portate in trionfo dal Movimento, che esultava per l’apertura del mercato cinese, anche se le trattative erano cominciate già col governo Gentiloni.

Lo sblocco delle esportazioni, con annessi viaggi aerei delle cassette sicule e accordo per la distribuzione cinese con il colosso Alibaba, aveva sollevato diversi dubbi tra gli addetti ai lavori. La Cina infatti è il primo produttore mondiale di agrumi: nel 2016 ha raccolto 32,7 milioni di tonnellate, oltre il 25% della produzione globale. In molti erano perplessi sull’opportunità di «vendere ghiaccioli agli eschimesi».

Oggi, con il report dell’Osservatorio di politica internazionale, scopriamo che nel 2019 le esportazioni italiane di arance ammontano a poco più di 160 mila euro. Una cifra non proprio esaltante, a fronte dell’iniziale spremuta di elogi. I ricercatori annotano un altro dato, ormai evidente: «La partecipazione alla via della Seta non è condizione né necessaria né sufficiente per aumentare le relazioni economiche con la Cina».

Ricorda il rapporto che nel 2019 altri paesi europei come Francia e Germania «sono riusciti a firmare accordi commerciali di entità ben superiori rispetto a quelli firmati dalle imprese italiane, senza dover per questo assecondare la visione cinese relativa alla Belt and Road Initiative».

Un esempio lo fornisce Alberto Forchielli, imprenditore e finanziere che conosce bene la Cina. Al telefono con Linkiesta spiega: «Il presidente francese Macron ha venduto a Pechino gli Airbus e le centrali nucleari. La storia delle arance italiane è una supercazzola, una brutta invenzione, bisognava trovare qualcosa per giustificare quella firma. E poi è tutto finito in una bolla di sapone, ma non mi sorprende».

Secondo Forchielli, «l’Italia avrebbe potuto aspettarsi qualche investimento sui porti, non sugli agrumi. Con la Via della Seta abbiamo concesso a Pechino un grande vantaggio, il privilegio che il primo Paese del G7 firmasse il memorandum e non abbiamo portato a casa nulla. La verità è che a differenza di Francia e Germania, noi abbiamo poche cose che i cinesi desiderino». E forse la spremuta italiana non era tra quelle.

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