Tutti chiacchiere e dpcmCon Conte, Salvini e Meloni più che l’unità nazionale si può fare un talk show

Mentre tutto il Paese accusa i colpi di un nuovo picco di contagi, maggioranza e opposizione dimostrano un’insensata distanza che alimenta nuove chiacchiere e non aiuta a trovare soluzioni. Certo, con un premier diverso e un’opposizione presentabile sarebbe tutto più semplice

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Unità nazionale? Ma dove? Ma quando? Certo non in Italia, in queste ore. Unità nazionale? Ci vorrebbero altri leader, altri partiti, altra cultura. Bastava ascoltare ieri il più surreale dibattito della storia del Senato, una seduta pirandelliana nella quale Giuseppe Conte ha illustrato il discusso dpcm di domenica scorsa, quell’acqua fresca che ha pure scontentato i sindaci, cioè un dpcm già superato da una realtà che in pochi giorni ha fatto schizzare contagi, ricoveri e decessi.

Conte ha parlato dopo che le agenzie avevano sfornato numeri da brividi – 15mila contagi, 127 morti – e lui raccontava dell’Italia di quattro giorni fa, quattro giorni che paiono quattro anni, leggendo il discorso preparato dagli uffici di palazzo Chigi, una extended version di quello della conferenza stampa di domenica sera.

Ma fin qui, nulla di nuovo: quando mai il presidente del Consiglio è scattato in avanti ponendosi in sintonia con le cose che cambiano? Un presidente del Consiglio che si rispetti avrebbe dovuto dire a tutto il Senato: «La situazione sta precipitando, vediamo di intenderci sulle cose da fare, mettiamo su qualcosa per unire tutte le forze e intanto tentiamo di riaprire un rapporto con una Paese impaurito, sfibrato, disilluso». Invece, zero indicazioni politiche.

Se vogliamo, l’aspetto più drammatico è stato nella strabiliante pochezza del dibattito che è seguito. Tutto basato sulle solite contrapposizioni. Nulla che sia andato oltre, da parte delle opposizioni, del «che avete fatto in questi mesi?» con la maggioranza che ripeteva «abbiamo fatto questo e quello». Roba che nemmeno in un’assemblea di un qualunque liceo italiano.

Daniela Santanché, Ignazio La Russa, dovevate sentirli. Quest’ultimo ha persino criticato la ministra della famiglia Bonetti perché il virus circola nelle case; Gianluigi Paragone ha parlato della condanna di Alessandro Profumo, di Fca, e quant’altro; Santanché ha accusato la maggioranza di essere amica dei cinesi che hanno portato in Italia i monopattini.

Polemiche da Tagadà, da Quarto grado. E non è che dalla maggioranza siano venuti fuori molti spunti. Ma almeno ha avuto un tono diverso, più consapevole della situazione, non inutilmente polemico.

E allora viene da chiedersi se quello che ha scritto Walter Veltroni sul Corriere della Sera sia realistico. Veltroni (lo aveva già fatto un altro padre nobile del Partito democratico, Pierluigi Castagnetti) aveva detto che «la cosa giusta sarebbe creare subito un tavolo permanente di consultazione tra tutte le forze parlamentari. Un luogo di scambio di dati e di preventiva informazione sulle scelte fondamentali. Senza confusione di ruoli, senza pasticci. Senza chiedere, all’opposizione, di condividere scelte che sono appannaggio dell’esecutivo. Ma i dati, le scelte fondamentali, i rischi devono essere condivisi».

Anche se uno che ha ripreso l’idea di un tavolo comune maggioranza-opposizione c’è stato: Pierferdinando Casini, partito con il bollare questo dibattito come «uno sfogatoio» ma concludendo con un appello a tutti a unire gli sforzi. L’opposizione ha applaudito, probabilmente non rendendosi conto di aver fatto discorsi in totale contraddizione con uno spirito da unità nazionale. Dopo il discorso dell’ex presidente della Camera qualcosina è cambiata. Anche Forza Italia ha ripreso l’idea del tavolo unitario.

Ma con le leadership di Salvini e Meloni la prospettiva di un clima diverso appare davvero arduo. È fuori dalla loro cultura. E purtroppo anche il presidente del Consiglio non brilla per attitudine a guardare oltre il suo bunker di Palazzo Chigi (vale persino nel rapporto con i partiti della sua maggioranza, figuriamoci in quello con i partiti di opposizione).

Alla fine dunque resta un netto senso di sfasatura fra il Paese reale e una politica sempre più modellata sui ritmi televisivi e infarcita da narcisismi e ricerca di facili consensi. Mentre fuori il Covid infuria il Parlamento ormai è un grande talk show.

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