Papale papaleLa controversa ascensione di Conte, da avvocato del popolo a quasi santo

Ad Assisi è avvenuto il miracolo della definitiva trasformazione del presidente del Consiglio italiano, che ha mostrato completa devozione alla Chiesa e per questo è stato paragonato ai grandi della politica italiana. Ma l’ex professore universitario al momento non si è mai distinto in nessuno dei temi attuali

(Photo by Andreas SOLARO / AFP)

Sul prato salvifico della Basilica Superiore di Assisi è avvenuto il miracolo della definitiva trasformazione di Giuseppe Conte. Molto tempo è trascorso da quando il giovane promettente fu allevato nel “vivaio” cattolico del collegio universitario di Villa Nazareth dove era stato ammesso nel 1983, facendosi notare dal fondatore, il potentissimo Cardinale Achille Silvestrini, scomparso alla vigilia dell’insediamento del governo Conte bis e dall’attuale Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin.

Di Conte, Carlo Felice Casula, direttore scientifico di Rerum Novarum e magna pars nella Fondazione Tadini che gestisce Villa Nazareth, ha detto recentemente a TV 2000 «continua a darci il suo contributo, a livello nazionale e internazionale. È stato molto attivo quando abbiamo stretto rapporti con alcune Università negli Stati Uniti. Era uno studente modello, proveniente da una famiglia modesta (la madre insegnante elementare, il padre segretario comunale) che si è laureato brillantemente e col massimo dei voti ad appena 24 anni e che a soli 36 anni era già professore universitario».

Un legame inossidabile che ha visto Conte adoperarsi nel tempo in molteplici ruoli consulenziali e, fino a poco prima dell’insediamento a Palazzo Chigi, in mediazioni nel corso di quelle speculazioni immobiliari che stanno scuotendo la Santa Sede e le cui indagini sono in corso, con un coinvolgimento del presidente del Consiglio che taluni vogliono minimizzare. Insomma, un professorino non illustre ma un professionista fidato e con molte relazioni di qua e di là dal Tevere, a cui chiedere consiglio come al Conte Zio di manzoniana memoria che il conte Attilio, cugino di Don Rodrigo, interessa perché intervenga presso il Padre provinciale dei Cappuccini, sul trasferimento dal convento di Pescarenico a quello di Rimini del Padre Cristoforo, divenuto un ostacolo alle mire su Lucia che presto sfoceranno nel suo rapimento, affidato al “braccio armato” dell’Innominato.

Il dialogo con il nipote e quello successivo con il Padre Provinciale sono due capolavori di dettagliata descrizione delle modalità e dei linguaggi in uso nei rapporti tra potere pubblico e gerarchie ecclesiastiche che datano secoli prima di ogni antico o recente Concordato: ragionamenti felpati, ambigue allusioni, velate minacce, ricatti incrociati, esplicite promesse di futuri e reciproci vantaggi.

Curiale sino in fondo dunque il rapporto di Conte con una Gerarchia che ha sempre avuto in massimo disprezzo Matteo Salvini e che non esitò in passato a bacchettare persino Romano Prodi, proclamatosi “cattolico adulto” e come tale non disponibile, similmente ad Alcide De Gasperi peraltro, a sottomettersi ai diktat vaticani.

Nonostante trovi alimento nella dichiarata devozione a San Pio da Pietralcina, la cui immaginetta ha dichiarato di portare sempre con sé, la religiosità del presidente del Consiglio non è stata esibita con la volgarità del leader della Lega che presto, anche a motivo di ciò, si è trovato contro l’elettorato cattolico più colto e responsabile.

Mai oggetto di attacchi diretti durante il governo giallo-verde, l’avvocato del popolo è stato esplicitamente benedetto nel suo secondo mandato essendosi messo ancora di più sotto l’ala di Sergio Mattarella e saldandosi sempre al Partito Democratico, in larga misura ben gradito al clero più giovane e considerato affidabile anche nei Sacri Palazzi, rispetto all’uomo del Papeete e a quell’accozzaglia indistinta del Movimento 5 Stelle e dei suoi fondatori, il dissacrante e talvolta blasfemo Beppe Grillo, copia sbiadita del Premio Nobel Dario Fo, pure autore di “Mistero buffo” e la “trista figura” di Roberto Casaleggio, allucinato visionario di un mondo inquietante che il figlio stesso fatica a comprendere mentre si avvia, insieme alla piattaforma Rousseau, all’irrilevanza politica.

Definito incautamente dall’indefinibile Nicola Zingaretti “il nuovo De Gasperi” ed ottenuta la “berretta cardinalizia” Conte veleggia verso lidi avvistati da tempo e ora sempre più vicini, tenuto conto della marea crescente di un nuovo polo moderato d’ispirazione cattolica a cui Stefano Zamagni, Marco Bentivogli, ex leader della CISL e Carlo Cottarelli stanno lavorando alacremente.

Un soggetto politico, che nulla ha a che fare con l’esperienza democristiana, che potrebbe allearsi con il Partito Democratico ormai sempre più orientato a sinistra insieme ai residui pentastellati di Luigi Di Maio, convertito sulla strada di Damasco ed a Liberi e Uguali di Roberto Speranza, unico puledro della scuderia di Bersani, che sta salendo molto nei consensi degli italiani, grazie ad una comunicazione garbata ed equilibrata.

In quale delle due aggregazioni confluirebbero il cattolico Matteo Renzi e il laico Carlo Calenda è ancora presto per dirlo e lo si potrà comprendere solo dopo il varo della nuova legge elettorale. Di Alessandro Di Battista è prevedibile che ascolti il richiamo della destra fascista del cui DNA partecipa, come anticipato nel mese di luglio..

L’analisi del linguaggio recente di Giuseppe Conte, abilissimo indossatore di variopinte casacche, rivela il progressivo abbandono della toga a tutto vantaggio del clergyman con pochette. Con una gamma di tonalità che va da Girolamo Savonarola a Giorgio La Pira, passando per Amintore Fanfani, il Rieccolo, e Luigi Gedda il fondatore dei comitati per l’abolizione del divorzio, sul prato angelico ha detto:

«Siamo chiamati a volgere lo sguardo al futuro abbracciando con coraggio, con fiducia, una prospettiva di rinascita, una conversione, verso un modello di sviluppo più equo e sostenibile, più attento all’ambiente, orientato al pieno, integrale sviluppo della persona. Dobbiamo cogliere questa straordinaria opportunità, l’attesa di una nuova alba che oltrepassi i confini che ci hanno diviso e impoverito» E ha aggiunto: «Stiamo elaborando un piano nazionale che dovrà consegnare alle prossime generazioni un Paese rigenerato».

Riecheggiando l’enciclica Fratelli tutti su cui era ancora fresco l’inchiostro della firma di Papa Francesco e dei cui risvolti politici ho scritto martedì scorso, Conte ha rinnovato la propria professione di fede affermando che «La crisi che stiamo attraversando rende attuale ed urgente abbracciare nuove relazioni tra uomo e mondo, etica e tecnologia, ambiente e sviluppo. La spiritualità francescana, così centrata sull’uomo, è certamente una delle sorgenti più feconde alle quali possiamo attingere, al di là di differenze culturali, religiose, nel rispetto della sensibilità di ciascuno, per alimentare e dare sostanza a questa nuova prospettiva umanistica».

Forse l’ingegner Rocco Casalino non ha fatto in tempo a ricordare, almeno a lui, che il viaggio di Francesco d’Assisi presso il Sultano, si concluse con un atto di sottomissione e fu in buon sostanza un fallimento; sulla spiritualità francescana si innestarono l’eresia dei Catari, il movimento di Fra’ Dolcino da Novara e le sanguinose repressioni che seguirono. Toccò a Bonaventura da Bagnoreggio emendare il francescanesimo dagli elementi eccessivamente pauperistici ed eversivi del potere e delle proprietà della Chiesa, riconducendolo nell’alveo più rassicurante della pratica conventuale del voto di Povertà, intervento senza il quale l’Ordine sarebbe stato probabilmente soppresso. Ma, si sa, sui divani della casa del Grande Fratello si parla d’altro.

Giovanni Sartori, che tanto ci manca, e il cui giudizio sull’attuale campagna elettorale delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti sarebbe stato dirimente e definitivo, a chi un giorno gli chiese: «Dicono che lei sia un po’ altezzoso?» rispose: «Certi personaggi sono dei pigmei. È inevitabile guardarli dall’alto in basso». E di nani ne aveva visto ben più di sette nei novantadue anni trascorsi a cavallo tra due continenti.

Gli dobbiamo le definizioni di Mattarellum e di Porcellum e fece in tempo a chiamare “Bastardellum” la riforma definitivamente approvata pochi mesi prima della scomparsa e che porta il nome di Ettore Rosato. Se ne avesse visto gli effetti dopo le elezioni del 2018, lo avremmo visto prorompere in una sonora bestemmia in lingua fiorentina.

Sartori che etichettò il berlusconismo «un sultanato» oggi forse chiamerebbe il contismo imperante «un papato» e non avrebbe tutti i torti, visti “i cardinali” i “vescovi” ed i molti “curati di campagna” che affollano Palazzo Chigi sotto la guida del Camerlengo Rocco Casalino. Mentre si dibatte di nuova legge elettorale e di soglie di sbarramento che si assottigliano sempre di più, andrebbe ricordato il pensiero che il politologo fiorentino espresse in occasione del Manifesto del 2013 sottoscritto da più di cento scienziati della politica italiani: «Riteniamo che sia tempo di adottare finalmente un sistema elettorale chiaro e trasparente nei suoi meccanismi e nelle sue potenzialità: ovvero il maggioritario a doppio turno, sul modello del sistema elettorale francese. A nostro avviso questo sistema ha almeno quattro vantaggi: riduce la frammentazione partitica; favorisce la costruzione di maggioranze alternative; legittima l’eletto con una ampia percentuale di votanti, spesso la maggioranza assoluta; facilita un rapporto diretto e potenzialmente più fiduciario tra cittadini e rappresentanti».

Aver ridotto il numero dei parlamentari, diluito la rappresentanza e annullato il rapporto diretto con gli elettori, non va proprio nella direzione indicata da Sartori e prefigura la triste replica dell’ingovernabilità del Paese.

Sui temi internazionali poi il linguaggio usato da Giuseppe Conte si manifesta come pienamente anodino nel duplice significato di “calmante” e di “insignificante”. Se comprensibile può essere una certa prudenza circa l’esito delle elezioni americane che in un capo di governo potrebbe connotarsi come ingerenza, astrale appare l’equidistanza assoluta che mette sullo stesso piano Donald Trump e Joe Biden, come se tra i due passasse una lieve differenza fatta di sfumature e soprattutto come se la vittoria dell’uno piuttosto che dell’altro candidato non avesse conseguenze enormi sulla politica, sull’economia, sui rapporti con l’Unione europea e sulla posizione nella NATO dell’Italia.

Il Conte francescano avrà pure qualcosa da dire sulla mobilitazione dei proud boys, sulla definitiva abolizione dell’ObamaCare, sul differenziale d’istruzione, di sviluppo e di welfare delle minoranze etniche e linguistiche, sulla costruzione di nuovi muri. E, se proprio non ha il coraggio di farlo, potrebbe parlare per bocca del partito che tanto in alto lo ha lanciato e che lo sta sostenendo, nonostante gli evidenti e reciproci limiti.

Su quel versante, invece, più che i silenzi regnano simpatie non tanto velate verso il leader mondiale dei sovranisti. Anche questo nodo andrà sciolto al momento dell’ormai prossima confluenza di molti parlamentari grillini nel Partito Democratico. Dai tanto annunciati stati generali del Movimento, presto voleranno gli stracci e “gronderà sangue” come in una tragedia shakespeariana o, più modestamente, come in un horror movie di Dario Argento.

Nei confronti dell’Unione europea, continua il mantra della corrispondenza di amorosi sensi, ma Ursula Von der Lyen non è Santa Chiara né Angela Merkel veste i panni di Sant’Elisabetta d’Ungheria, anch’essa contemporanea del Poverello di Assisi e Conte non potrà ancora a lungo ammansire i lupi che scendono dal grande nord a reclamare garanzie dall’Italia che, mentre affastella proposte di finanziamento che eccedono la quota assegnata, già differita nel tempo rispetto ai primi annunci, non ha ancora detto nulla di definitivo sui fondi del MES immediatamente disponibili.

Il termine di presentazione delle linee guida italiane alla Commissione europea scadrà tra pochi giorni. Assisteremo al consueto balletto di richiesta di ulteriori margini di tempo o qualcuno spera nella mediazione di Paolo Gentiloni che finora si è guardato bene dal rischiare ogni genere di magra figura indotta dall’approssimazione del Governo italiano? I lupi chiederanno presto il pasto dovuto e non credo che stavolta sarà frugale.

Nel Mediterraneo, in Libia brilliamo per assenza, in Tunisia siamo ai ricatti di rilasci incrociati di prigionieri, stile brigate rosse ed anche in Egitto per la vicenda di Giulio Regeni il governo non ottiene risultati, anzi, nel frattempo, l’Italia ha venduto due navi da guerra al presidente Al Sisi e l’ambasciatore Gianpaolo Cantini è tornato al Cairo, la stessa città in cui San Francesco incontrò il Sultano Malik al Kamil nel 1219 che lo rispettò ma non ne fu né convertito né convinto, come riferisce il biografo Tommaso da Celano, contemporaneo e discepolo del Santo. Speriamo che la visita di Papa Bergoglio porti maggiori frutti dopo l’incontro dello scorso anno con il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb e la firma del Documento sulla Fratellanza Umana poi ripreso in nell’enciclica Fratelli Tutti.

Infine, ma solo per il rispetto dovuto alla pazienza del lettore, la politica di contrasto alla pandemia. Conte ha nuovamente i poteri di marzo e lo stato di emergenza durerà sino al 31 gennaio 2021 comprendendo anche le festività di fine anno con il loro portato di vacanze, acquisti, festeggiamenti, liturgie e relativi assembramenti o anche semplici riunioni domestiche intergenerazionali, come vuole la tradizione.

Le previsioni non sono buone e scuole ed uffici arrancheranno sino alla Festività tra lockdown parziali e lavoro o studio a distanza. Poi si vedrà. Intanto è giallo sui vaccini, non quello anti Covid per il quali nonostante gli annunci occorrerà attendere almeno ancora un anno per l’effettiva distribuzione. No, l’allarme è per i normali vaccini antinfluenzali che rischiano di non arrivare nel tempo massimo per l’inoculazione ai soggetti a rischio e nelle quantità necessarie, con le conseguenze che tutti temiamo per la tenuta complessiva del Paese.

Un po’ come i banchi della ministra Lucia Azzolina, vittima predestinata di un probabile rimpasto, del cui ritratto mai eseguito presto scomparirà anche la cornice vuota nel Palazzo di Viale Trastevere.

Intanto si continua a dibattere stancamente sull’uso costante della mascherina che dovrebbe essere ormai scontato dovunque e per chiunque. Un rito civile ma dal valore apotropaico che presto troverà la propria collocazione tra i totem e i tabù di una società smarrita e disorientata che riscopre santuari non sempre canonici, vere e false reliquie, amuleti e antiche magie, sulle quali nelle zone più disperate del Paese si costruisce la fortuna di guaritori e di ciarlatani, come nel Medio Evo.

Attraverso i noti Decreti motu proprio il presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) potrà disporre dei medesimi poteri in base ai quali quest’anno, tra gli altri necessari divieti, abbiamo celebrato la Pasqua attraverso gli schermi televisivi. Per la prima volta Babbo Natale avrà la mascherina, rossa ovviamente, Gesù Bambino nascerà in streaming ed è giusto che ciò accada, specie in costanza dell’attuale trend di contagi ed i primi segnali di affanno del Sistema Sanitario.

Nessun Papa ha mai esercitato tanto potere e persino durante le grandi pestilenze del passato, nel corso delle guerre e nonostante le persecuzioni dei primi cristiani, la nascita di Cristo è avvenuta tra la gente, a partire dai primi pastori del Presepe, «una cigolante macchinazione cosmogonica» come lo definì Giorgio Manganelli, tramandati tra le generazioni e che qualcuno ha ancora la fortuna di possedere insieme alla dedizione di disporli con altri personaggi in essenziali o fastosi allestimenti, magari nell’indifferenza di qualche familiare che come in “Natale in casa Cupiello” fa imbestialire Eduardo De Filippo.

Fra di essi è presente in ogni regione lo Spaventato (U’sbaundatu ra stidda, in dialetto siciliano) un omino la cui interpretazione è controversa. Ha le braccia spalancate e, in posizione elevata e spesso precaria su traballanti montagne di cartapesta, contempla la stella cometa e non l’umile capanna dell’Incarnazione. Guardando la Stella ha perso di vista la Stalla.

Alcuni sostengono che sia talmente abbagliato dallo stupore per il fenomeno celeste da ignorare l’Evento centrale dell’Umanità, altri, identificandolo con quello che un tempo veniva chiamato “lo scemo del villaggio” ritengono che declami compiaciuto agli spettatori: «Guardate che cosa sta accadendo in cielo» quasi attribuendosene il merito. In entrambi casi è il più esibizionista ma anche il più popolare tra folla anonima di pastori, filatrici, fornai, bottai, pecorelle, cani, oche e galline razzolanti poiché è l’unico ad avere un nome.

Di solito resiste fino al 25 dicembre, poi, indebolito dalle mani dei tanti bambini che incuriositi amano toccarlo, precipita dall’alta rupe su cui un improvvisato scenografo lo aveva collocato, finendo nei recessi nascosti dell’ingenua istallazione predisposta per la prima volta proprio da San Francesco nel villaggio di Greccio. Era il Natale del 1223.

Quando, trionfanti, arrivano i Re Magi con le braccia cariche di doni, dello Spaventato si è persa traccia. Qualche volta viene ritrovato dopo lo smontaggio del Presepe e riposto con cura per il Natale successivo, qualche altra no e si provvederà ad acquistare un altro nel magico mercatino natalizio del quartiere.

Un utile monito per quanti si considerano destinati all’Ascensione ma, spesso, non arrivano nemmeno all’Epifania.

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