Piano pianoTroppi mini-progetti, poca trasparenza, e nessuna priorità: il Recovery plan del governo è confusionario

Lo scopo degli investimenti dovrà essere circostanziato e misurabile, con indicatori definiti ex ante per valutare i risultati. Tutto ciò manca nel documento provvisorio stilato dal governo. La metà degli investimenti presentati ha un costo inferiore ai 100 milioni di euro e 17 non prevedono tempistiche

Pixabay

La pubblicazione del documento provvisorio con i progetti al vaglio per la gestione dei fondi del Next Generation Eu ha aperto un dibattito pubblico acceso sulle proposte in alcuni casi considerate troppo vaghe o non pertinenti all’obiettivo posto dal Consiglio europeo.  A oggi manca è un’analisi più precisa di come le proposte di questo documento siano strutturate, un esercizio che riteniamo importantissimo per cercare di capire qual è la direzione verso la quale il Governo si sta incamminando per giungere al progetto definitivo. Rispetto al Next Generation Eu, il think tank Tortuga ha più volte portato l’attenzione su proposte di investimento concrete e mirate alla crescita e allo sviluppo del paese, e questa bozza, ufficiale o meno, ci permette di controllare quali potrebbero essere le priorità principali, seppur individuate in una fase preliminare.

Quanto, quando e chi
Innanzitutto, nel documento diffuso dalle testate giornalistiche contiene 405 proposte di investimento, per un totale di oltre 460 miliardi di euro, almeno due progetti non hanno indicazioni di costo e 15 sono a costo zero. Rimangono quindi 388 progetti con un budget. Guardando i dati riassunti nel grafico, non siamo sicuri che le promesse di evitare i micro-progetti saranno mantenute.

In generale, la metà dei progetti ha un costo previsto inferiore ai 100 milioni di euro. Addirittura ce ne sono 5 che non arrivano a 100 mila euro di budget. Ce ne sono poi molti concentrati tra i 100mila e il milione di euro. I progetti grandi, quelli con un budget sopra il miliardo di euro, sono 81 tra cui spiccano 15 super progetti con un costo previsto maggiore di 5 miliardi di euro.

Per quanto riguarda invece le tempistiche, su 405 progetti, 17 non hanno tempistiche. I restanti 388 sembrano avere durate consone con gli obbiettivi di lungo periodo che il Governo vuole raggiungere. La metà dei progetti ha infatti una durata prevista maggiore di 4 anni, mentre un gruppo numeroso ha una durata medio-breve: sono 73 i progetti con una durata pari o inferiore ai 2 anni.

C’è poi un piccolo drappello di progetti di lungo periodo (10, con durate pari o superiori ai 7 anni). Ma la maggior parte possono essere definiti progetti di medio periodo, con una durata tra i 3 i 6 anni. Un altro aspetto è apparentemente rassicurante: vi è una relazione positiva tra costi e durate previste. I progetti più lunghi sono anche quelli con i costi più elevati. In media, all’aumentare di un anno di durata, il costo previsto aumenta di 350 milioni di euro.

Figura 1

Infine, se confrontiamo il numero totale di progetti proposti da ogni ente e il costo totale di tali progetti, si nota come 93 di queste 405 proposte provengano da amministrazioni che hanno presentato meno di 10 progetti ciascuna, mentre l’ente con più progetti inseriti, 59, è il ministero dello Sviluppo Economico (Mise).

I soli progetti del Mise costerebbero infatti quasi 160 miliardi di euro, mentre la somma di tutti i 93 i progetti sopracitati supera di poco i 100 miliardi di euro. Un’altra voce di spesa complessiva importante è registrata dal ministero della Salute che, con 24 progetti, prevedrebbe una spesa di poco meno di 67 miliardi di euro.

Figura 2

Di cosa si parla
Dato l’elevato numero di proposte è difficile avere una panoramica delle priorità di investimento, occorrerebbe infatti categorizzare ogni progetto. Possiamo però avere un’idea immediata guardando a quali siano le parole più ricorrenti in tutto il documento, considerando sia gli obiettivi di spesa che i titoli.

Tra gli obiettivi (figura 3), “innovazione”, “lavoro”, “sviluppo” e “servizi” sono le parole più ricorrenti. “Green”, “ambiente” e “sostenibilità” appaiono invece molto meno.

Figura 3 – Parole più ricorrenti tra gli obiettivi

Figura 4 – Parole più ricorrenti tra i titoli di spesa

Se guardiamo ai titoli delle proposte (figura 4), spicca nuovamente l’attenzione al digitale, mentre la sostenibilità si attesta anche stavolta in secondo piano. Grandi assenti sono invece i giovani: mancano riferimenti alla scuola e all’istruzione, alla ricerca. Anche settori chiave come la sanità sono scarsamente nominati.

Si fa invece riferimento alla difesa e alla sicurezza e al fisco. L’impressione – pur considerando che si tratta di un documento preliminare – è che manchi una strategia chiara di investimento che abbracci in modo coerente e organico le priorità d’intervento. Non bisogna cadere nella tentazione di generalizzare le proposte utilizzando impropriamente termini quali “digitalizzazione”, “innovazione” e “sviluppo”, quanto individuare quegli interventi capaci di attivare tali processi, sicuramente desiderabili.

Molto passa dalla Pubblica amministrazione
Le risorse del Next Generation Eu rappresenteranno di certo un’opportunità epocale per la pubblica amministrazione italiana. Occorrerà però che le risorse siano investite secondo tre logiche, non sempre presenti nel settore pubblico: strategia, dati e talenti.

Innanzitutto, occorrerà ragionare strategicamente e abbandonare l’abitudine di definire in cosa o in che settore si vorrebbe investire senza aver prioritariamente deciso quale obiettivo di medio-lungo periodo si voglia raggiungere. Sarebbe un errore ritenere sufficiente “investire nella digitalizzazione e nell’innovazione”, per esempio, come obiettivo da raggiungere.

Lo scopo degli investimenti del Next Generation Eu dovrà essere circostanziato e misurabile, con specifici indicatori definiti ex ante per valutare i risultati di ogni progetto.

Di qui il secondo punto. I progetti in questione dovranno prevedere fin dall’inizio la disponibilità di dati aperti, per cittadini, giornalisti e ricercatori. Disponibilità dei dati implica una raccolta continuativa, che dovrà essere abbinata alla più ampia accessibilità e operabilità dei dati. Solo così si potrà valutare in itinere il decorso degli investimenti e i loro risultati. Questa sarà la base per valutazioni più elaborate sugli impatti dei progetti.

Infine, la pubblica amministrazione italiana paga anni di blocco del turnover e di mancate assunzioni. L’età media è di 50 anni e soltanto il 3% dei dipendenti pubblici ha meno di 30 anni. Solo 4 su 10 sono laureati. Personale che non sempre presenta le competenze e la preparazione necessaria per poter gestire le proposte discusse in precedenza. Saranno certamente necessarie nuove professionalità e una nuova generazione di lavoratori, ad affiancare i dipendenti con più esperienza.

È necessario ragionare con un’ottica progettuale, guidata dai dati e affidata a nuovi talenti. Solo così potremo mettere a frutto queste risorse straordinarie e rilanciare l’Italia.

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