Stipendi a confrontoGli insegnanti italiani sono i meno pagati d’Europa

Il salario dei docenti del nostro Paese si attesta tra i 22 e i 28 mila euro lordi l’anno e non è legato al merito o alle qualifiche. Gli scatti nelle buste paga avvengono solo per anzianità e sono più bassi degli altri Stati. Nei Paesi Bassi l’aumento può arrivare fino al 76% nei primi 15 anni, da noi solo al 50%, ma dopo 35 anni di attività

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«Gli insegnanti e i dirigenti scolastici svolgono un ruolo chiave nella società, perché aiutano i bambini e i giovani a sviluppare il loro potenziale, spesso anche in situazioni difficili», ha affermato la commissaria europea per l’Innovazione, Mary Gabriel, il 5 ottobre in occasione della Giornata mondiale degli insegnanti. «La retribuzione e le prospettive di carriera dovrebbero essere parte integrante delle politiche volte ad attrarre e a trattenere gli insegnanti più qualificati». 

Le parole della commissaria sono arrivate dopo la pubblicazione del dossier Teachers’ and School Heads’ Salaries and Allowances in Europe – 2018/19 realizzato dalla rete Eurydice, che ogni anno raccoglie e mette a confronto gli stipendi di insegnanti e dirigenti scolastici delle scuole pre-primarie, primarie e secondarie di 38 Paesi europei. Il dossier analizza anche la velocità con cui le remunerazioni crescono con l’aumentare degli anni di servizio, così come le differenze tra gli stipendi iniziali e il peso che l’acquisizione di maggiori competenze ha sui compensi lordi. 

Come sottolineato dalla commissaria Gabriel, una giusta remunerazione e le prospettive di crescita sono fondamentali per attrarre personale qualificato, garantire una continuità all’interno degli istituti scolastici e avere delle ricadute positive sul rendimento degli alunni. Come già evidenziato da una Raccomandazione Ue del 2019 sullo stato dell’insegnamento in Italia, la «scarsissima attrattiva della professione di insegnante per le persone altamente qualificate» ha un effetto «disincentivante sul personale docente, che a sua volta ha un impatto negativo sui risultati di apprendimento degli studenti».

Garantire condizioni di lavoro migliori, quindi, avrebbe degli effetti positivi non solo sul lavoro degli insegnanti, ma anche sul rendimento degli alunni e di conseguenza sull’intera società, generando un virtuoso effetto a cascata che l’Ue vorrebbe vedere anche in Italia. La situazione fotografata dal dossier di Eurydice, però, è ben lontana da quella auspicata da Bruxelles. 

Stipendi a confronto
Gli stipendi base dei docenti italiani si attestano in generale tra i 22 e i 28 mila euro lordi l’anno, rientrando così nella media europea che prevede una remunerazione annua di 24.499 per le scuole pre-primarie, 26.237 per le primarie, 27.419 per le secondarie inferiori e 28.420 per le scuole secondarie superiore. Una situazione simile a quella che si registra in Francia, Portogallo, Malta e Regno Unito. 

I compensi iniziali sono invece più alti della media in Belgio, Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Austria, Finlandia, Svezia e Scozia, mentre remunerazioni ancora maggiori sono garantite in Danimarca, Germania, Lussemburgo, Svizzera, Islanda, Liechtenstein e Norvegia. Diversa la situazione in Bulgaria, Lettonia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, dove lo stipendio di base dei neoassunti è al di sotto dei 9 mila euro annui. 

Il fatto che i compensi base dei docenti italiani rientrino nella media europea non deve però confondere. Il dato deve essere infatti confrontato con altri fattori per poter avere un quadro più preciso della situazione italiana. Nel nostro Paese, per esempio, gli insegnanti non ricevono un compenso maggiore in base al merito, per cui il possesso di un numero maggiore di qualifiche non comporta un aumento del salario di base. 

In Italia, infatti, gli insegnanti ottengono un aumento dello stipendio solo con l’avanzare degli anni di carriera, ma anche in questo caso i dati legati al nostro Paese sono poco incoraggianti se confrontati con altri Stati membri. I docenti italiani arrivano infatti ad avere un incremento del 50 per cento dello stipendio base dopo 35 anni di carriera, come accade in Spagna, Slovacchia o Macedonia del Nord. Ben diverse le prospettive degli insegnanti in Irlanda, Paesi Bassi e Polonia, che possono avere un aumento anche del 60 per cento nei primi 15 anni di servizio; o nei Paesi Bassi, dove l’aumento può arrivare fino al 76 per cento nei primi 15 anni e fino al 105 per cento in quelli successivi.

In teoria anche gli aumenti garantiti in Svezia e Germania sono inferiori rispetto ai Paesi sopracitati, ma lo stipendio base iniziale è più alto rispetto a quello italiano: un neoassunto nella scuola primaria tedesca potrà avere un aumento massimo del 32 per cento, ma percepirà fin da subito 50.029 euro lordi annui (contro i 23 mila italiani). 

Adeguamento degli stipendi e risorse dello Stato
Il dossier di Eurydice analizza anche l’aggiustamento salariale degli ultimi anni degli impiegati pubblici e degli insegnanti in relazione all’aumento del costo della vita. I compensi dei docenti sono rimasti invariati in Grecia, Portogallo, Svizzera, Lussemburgo, Albania, Bosnia e Montenegro, mentre sono aumentanti in Polonia, Regno Unito (Inghilterra, Wales e Irlanda del Nord) e Italia. Nonostante ciò, nel nostro Paese il potere d’acquisto degli insegnanti è rimasto invariato negli ultimi quattro anni: gli aumenti infatti non sono stati sufficienti né correttamente indicizzati rispetto all’inflazione. 

A pesare sulla retribuzione degli insegnanti italiani è la scarsità di risorse investite dallo Stato nell’istruzione. Il Governo, secondo i dati Eurostat del 2017, ha destinato al settore solo il 3,8 per cento del Pil e il 7,9 per cento della spesa pubblica totale (contro il 9,3 della Germania e l’11,3 del Regno Unito), facendo registrare un calo rispetto agli anni precedenti. 

Questi tagli sono spesso stati spesso giustificati in relazione alla flessione demografico, ma tale associazione è stata smentita dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano. «Tra il 2007 e il 2017 la quota di popolazione 3-25 anni sul totale della popolazione è calata del 2,3 per cento», spiega l’Ocip, «mentre la spesa media per popolazione 3-25 anni in pubblica istruzione in rapporto al reddito pro capite è calata del 14,1 per cento».

Adesso, però, l’Italia ha la possibilità di fare di più per l’istruzione grazie al Next Generation Eu. Nelle Linee guida del Governo si parla infatti di investimenti in «Istruzione, Formazione, Ricerca e Cultura» e tra le misure proposte vi è anche la valorizzazione del personale scolastico attraverso l’adeguamento degli stipendi e la formazione continua.