Da dilettante imbranato a talento generazionaleE così vorresti diventare il nuovo Picasso? La buona notizia è che puoi

Nello scherzoso ma serissimo libretto “Come diventare un artista” (Johan & Levi), lo scrittore e gallerista americano Jerry Saltz fa una panoramica del settore e, con la scusa di dispensare consigli e suggerimenti, affronta e scioglie con leggerezza tutti i temi cruciali

da Pxhere

Non bisogna farsi illusioni, ma un po’ sì. Serve liberarsi delle proprie paure (prima di tutto ammetterle, poi pensare – e pare che sia vero – che le hanno tutti), ma anche accarezzarle. Sapere abbandonare il perfezionismo ma non smettere di migliorarsi. Affidarsi più di tutto all’immaginazione, ma osservare ogni cosa con attenzione. Fatto? Adesso bisogna cominciare a lavorare.

Perché l’arte è per tutti, tutti possono diventare artisti (serve – ma non basta – volerlo) ma la chiave, spiega Jerry Saltz, critico d’arte americano, gallerista e autore di un celebre articolo sul New York Magazine in cui raccoglieva i consigli per aspiranti artisti (un altro, altrettanto celebre, è quello in cui elogia l’arte dell’ex presidente americano George W. Bush), è non battere mai la fiacca.

Lo ribadisce in “Come diventare un artista” (Johan & Levi), simpatico libretto in cui, con la scusa di fornire consigli e suggerimenti, fa una rapida panoramica sul mondo dell’arte, sul suo senso (spoiler: l’arte non deve avere senso) e sulle dinamiche che la popolano.

Prima di tutto, il problema della definizione: «l’arte è un linguaggio visivo che ha il potere di dirci, in un battito di ciglia più di quello che possiamo imparare in ore passate a leggere o ascoltare», cui se ne aggiunge una forse più misteriosa ma più efficace: «l’arte è una strategia di sopravvivenza».

Dopodiché seguono i vari consigli teorici e pratici per superare i primi ostacoli e diventare «da imbranato dilettante, un talento generazionale» o, almeno, «vivere in modo creativo la vita di tutti i giorni» (obiettivo più alla portata di tutti).

L’aspirante artista dovrà capire che l’arte è personale, ma al tempo stesso dipende da qualcosa di esterno. Che viene suddivisa secondo il corso della storia in generi e modi, ma ognuno ha il suo stile. Che «nulla accade se non lavori, ma quando lavori tutto è possibile», che «la produzione artistica è un processo fluido e mutevole. Comporta epifanie grandi e piccole, entusiasmi e delusioni, simboli e strutture», ma che è facile procrastinare (consiglio: comincia a lavorare nelle due prime ore in cui si è svegli) abbandonarsi, spaventarsi.

La lezione più importante, forse, è che l’arte non va spiegata. «Poco tempo fa, in una galleria, osservavo una noiosa serie di fotografie di nuvole in bianco e nero, quando il gallerista mi si avvicina di soppiatto per darmi questa preziosa informazione: “Sono foto di nuvole nel cielo di Ferguson, Missouri. Il tema è la protesta e la violenza della polizia”. In quel momento mi è saltata la mosca al naso. “Non è vero! Sono solo foto di nuvole e non vogliono dire un bel niente. Non sono neppure interessanti come fotografie!” Un’opera d’arte non può dipendere da una spiegazione. Il senso deve essere dentro il lavoro. Come ha detto Frank Stella, “non ci sono buone idee per i dipinti, ci sono solo buoni dipinti”. Il dipinto diventa l’idea».

Forse l’aspetto più interessante di questo compendio del mondo dell’arte travestito da manuale è la parte degli affari. Superate le pagine su lavoro e ispirazione (la tradizione è sempre quella: 1% inspiration, 99% transpiration) ecco il prontuario su come farsi notare, conoscere, apprezzare. Su come diventare affermati.

«Galleristi? Te ne basta uno solo: qualcuno che creda in te, che ti dia un sostegno anche morale, ti paghi subito e non faccia troppi giochetti psicologici; che sappia dirti onestamente se hai fatto qualcosa di pessimo o di grandioso; che si impegni il più possibile per far conoscere in giro il tuo lavoro e cerchi anche di farti guadagnare qualche soldo. Un gallerista così non deve essere per forza a New York. Collezionisti? Te ne servono giusto cinque o sei che acquistino tuoi lavori di tanto in tanto e con una certa costanza negli anni, che capiscano davvero quello che fai, che siano disposti ad accompagnarti anche nei tuoi alti e bassi, che non ti dicano “Fai così”. Ciascuno di questi sei potrebbe parlare del tuo lavoro ad altri sei collezionisti. O forse no. Sei collezionisti dovrebbero essere abbastanza per farti fare abbastanza soldi da avere abbastanza tempo per fare il tuo lavoro. Critici? Sarebbe bello se ce ne fossero due o anche tre che sembrino capire quello che fai. Ancora meglio se questi critici sono della tua generazione, non vecchi bacucchi come me. Curatori? Sarebbe una gran bella cosa trovarne un paio fra i tuoi coetanei o un poco più vecchi, che ogni tanto possano includerti nelle loro mostre. Tutto qua! Dodici persone. Sono certo che, con la tua arte da quattro soldi, li troverai almeno dodici stupidi da prendere all’amo! Ho visto artisti farcela anche solo con uno o due! Galleristi visionari come i compianti Colin de Land (dell’American Fine Arts) e Hudson (della Feature) spesso esponevano artisti che solo loro avevano visto, artisti che non avevano mai esposto da nessun’altra parte».

Il tutto viene presentato insieme ad altre perle («l’arte non evolve», «le scadenze sono una manna dal cielo», «i master sono un’ottima idea ma sono molto molto cari»), piccole lezioni di storia dell’arte, osservazioni di celebri galleristi e curatori, che arriva a rendere chiara l’idea di fondo: l’arte è un lavoro come un altro, ha i ritmi e le difficoltà di tutti gli altri, con un risultato specifico: incantare il mondo. Forse non è alla portata di tutti ma, dice Saltz, tutti hanno il diritto di provarci.

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