Dalla parte del mostroEmma Cline mette in scena Weinstein ma senza cedere alla retorica del #MeToo

“Harvey”, pubblicato da Einaudi, racconta le ultime ore di un personaggio già condannato, che tra autocommiserazione e distacco dalla realtà cerca un riscatto che non arriverà mai. Una situazione che mette in mostra, più di tutto, la sua sicurezza di impunità e la convinzione che il sistema lo avrebbe salvato

AP Photo/Seth Wenig, Lapresse

Guarda di continuo serie su Netflix. Si cerca su Google in modo ossessivo. Passa le ultime ore da uomo libero, o semi-libero (il dettaglio del braccialetto elettronico alla caviglia, che fa a pugni con i calzini rossi di ispirazione papale è un segno infausto) dedicandosi a trattamenti per il mal di schiena e dedicandosi a progetti irrealizzabili.

Il protagonista dell’ultimo libro di Emma Cline ha un nome famoso, Harvey (che dà anche il titolo) e un cognome – Weinstein – che rimane sottinteso. Quelle raccontate sono le sue ultime ore prima della condanna definitiva: il lettore, che sa già la fine, lo trova in una lussuosa villa dispersa nel Connecticut, dove si trascina su e giù dai diversi piani e cerca distrazioni dal turbine di pensieri che lo assilla.

Una è l’autocommiserazione: «Stava dimagrendo. Buffo che alla fine fosse bastato questo. Altro che i medici supercostosi, le buste di vitamine in sostituzione dei pasti, una notte di polisonnografia al Weill Cornell e il corso di pilates durante il giorno. Si era scoperto che bastava l’annientamento totale. Il tentato annientamento, si corresse, la minaccia dell’annientamento». Una correzione importante: Harvey non è un uomo disperato, anzi. Il processo è una seccatura, l’assoluzione è una formalità, bisogna aspettare. «È l’America, dopotutto», si ripete. Mentre scaccia il fantasma di Epstein, che si è suicidato in carcere. A lui non capiterà, ripete: Lui «era soltanto un uomo, soltanto un uomo con i calzini rossi e la maglietta troppo sottile, un dolore al molare sinistro e la schiena che stava praticamente per collassare».

L’altra è la superstizione: Harvey esce dal giardino della casa, incontra il vicino e riconosce nei suoi tratti lo scrittore Don DeLillo. Un segno del destino: «Perché mai si ritrovava qui, sulla terra, nell’anno 2020, in una casa che guarda caso era vicina a Don DeLillo, se non per quel vicino intento? Se non per imbattersi in quella precisa circostanza, per vivere quel fortuito incontro di menti?». L’idea è la trasposizione cinematografica di “Rumore bianco”, «il libro che era impossibile trasporre», con cui si sarebbe riscattato e avrebbe risalito la china. Ma è un delirio: Harvey non conosce il testo, sbaglia le citazioni, e chissà se quell’uomo è davvero lo scrittore.

La sua ansia furiosa di evitare la realtà – gli avvocati, la visita della figlia con nipote, il freddo aiuto di Gabe, il suo cameriere – sono tutti segnali: chi conosce già la fine, sa cosa vogliono dire: «Invece forse a Harvey era sfuggito qualcosa, qualcosa di evidente. Possibile che i suoi istinti l’avessero allontanato tanto dalla realtà? Forse… forse. Come quando sua moglie gli diceva che lo amava. Lui spesso le aveva creduto».

Harvey suscita compassione? No. Ma Emma Cline non ritrae un mostro, non rappresenta un predatore seriale. Nel suo racconto non ci sono donne, non ci sono nemmeno i ricordi di donne.

Il protagonista solo una volta si abbandona a ricordi di quel genere. O meglio, a ricordi di potere: «Alla fin fine, per lui, a conti fatti, sarebbe stato tale e quale a qualsiasi altro momento vittorioso. Solo quello che intercorreva nel mezzo era diverso, creava un diverso susseguirsi di concessioni, le caratteristiche di ogni persona. Certe resistevano, certe no. Certe s’immobilizzavano, non muovevano un dito; certe si mettevano a ridere, a disagio. Lui assaporava tutto, perfino quelle vittorie minori: erano come gusti di gelato diversi. E alla fine era sempre soddisfatto, mentre l’altra persona annaspava, strizzava gli occhi, si spostava, una nuova vergogna stampata in faccia».

Il senso è tutto qui: nella fiducia immotivata – ma lui non lo sa – nel sistema che lo ha sempre protetto e sostenuto, nella fuga dalle responsabilità, dalla tendenza a minimizzare, negare, ribaltare le accuse e le responsabilità.

“Harvey” non è una sussiegosa presa di posizione sul #MeToo: racconta piuttosto gli effetti che ha un ambiente sulla psicologia del personaggio, che si traducono in abitudini e automatismi all’impunità. Una tendenza generale, una attitudine al cedimento radicata: «Okay – disse il dottore, tutto pimpante, – facciamo centoventicinque – come se la proposta fosse partita da lui. Nessuno voleva ammettere la propria debolezza, la facilità con cui si era pronti a cedere. Molto meglio fingere di far parte della brigata, salvare la faccia, anche con sé stessi».

La presa di Weinstein (pardon, Harvey) sugli altri somiglia alla stretta di mano di Donald Trump: violenta e compromettente al tempo stesso. Trasforma subito il collaboratore in un complice.

Harvey pensa di non essere colpevole ed è abituato a credere che basti: la convinzione è sufficiente. Il lettore sa che non è così, che tutto finirà di lì a qualche ora. Ma questo scontro con il destino non lo rende un personaggio tragico. Racconta solo la meschinità di chi, per inerzia e interesse, non riesce a vedere la realtà che monta, come un’onda, contro di lui.

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