L’Italia non pone il vetoGualtieri prova a spiegare la riforma del Mes ai Cinquestelle

Il ministro dell’Economia, in audizione in Parlamento prima dell’Eurogruppo, ha spiegato che il governo dirà sì, ma questo non comporterà alcun utilizzo dei prestiti del Fondo Salva Stati

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

L’Italia non pone alcun veto sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità. «Il mandato per me è estremamente chiaro. È un dovere politico istituzionale difendere i nostri interessi e concorrere a un accordo positivo». A un’ora dall’inizio dell’Eurogruppo, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, in audizione davanti alle Commissioni congiunte di Camera e Senato, mette nero su bianco quale sarà la posizione dell’Italia sulla riforma del Fondo Salva Stati: il no di un anno fa ora si è trasformato in sì.

Il via libera alla riforma, però, non significherà automaticamente un utilizzo del Mes, visto che l’ultima parola spetta al Parlamento. E in ogni caso l’Italia in questo momento «non ne ha bisogno», ha detto il ministro, provando a rassicurare gli alleati di governo dei Cinque Stelle. Senza però riuscirci del tutto. I parlamentari grillini hanno ribadito la loro contrarietà, definendo il Mes «anti storico». E lo stesso ha fatto Stefano Fassina di LeU, invitando il governo ha riesaminare un testo «approvato un’era geologica fa». Mentre Forza Italia ha sottolineato la posizione favorevole.

È passato un anno da quando l’accordo in Europa è saltato. Ufficialmente per motivi burocratici, ma in realtà per l’opposizione da parte dell’Italia, con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che condizionava il sì alla famosa «logica a pacchetto». Dopo un anno di decantazione, le distanze nella maggioranza restano ancora abissali e il famoso «pacchetto» ancora non è completo, ma le modifiche tecniche che Gualtieri è riuscito a ottenere gli permettono di andare in Europa a dare l’ok italiano. «Sarebbe come contraddire le indicazioni del Parlamento se il ministro dell’Economia oggi andasse a porre un veto», ha spiegato il ministro, ipotizzando anche un eventuale impatto negativo sui mercati nel caso del no italiano.

Grazie anche alla mediazione del nostro Paese, ha detto, la riforma complessiva avverrà invece in contemporanea all’istituzione del cosiddetto backstop, la rete di sicurezza bancaria che partirà da gennaio 2022, e a una valutazione più positiva dei rischi del sistema bancario europeo e italiano. Laddove invece in origine la riforma del Mes e gli altri due punti erano stati immaginati in sequenza e non in parallelo. «Ci impegneremo perché le decisioni sulla riforma del Mes e sul backstop, siano prese oggi e perché i due processi di firma e successiva ratifica del trattato Mes e dell’emendamento di riforma del backstop siano avviati insieme». Questo, ha spiegato il ministro, «costituisce un’opportunità da cogliere adesso, valorizzando una valutazione positiva dei progressi delle nostre banche che porterebbe a escludere ogni possibilità di ulteriori misure restrittive o penalizzanti».

Sono queste modifiche che consentono al ministro di dire ora ai parlamentari che il nuovo Mes «non aumenta le probabilità di ristrutturazione del debito» e che «non è richiesta una ristrutturazione preventiva per l’accesso al Mes». Con la riforma, verrebbero meno molte delle obiezioni ideologiche avanzate finora dai Cinque Stelle, a cominciare da quella per cui si rischierebbe la ristrutturazione del debito. L’ultima parola sulla sostenibilità del debito, ha risposto Gualtieri agli interventi grillini, non spetta al Mes ma ai ministri degli Stati membri all’unanimità. Una garanzia in più rispetto alla stessa Commissione europea, che in ogni caso ha sempre avuto in mano la decisione finale, ha specificato.

Senza dimenticare – ha aggiunto – che nell’ultimo anno, con la crisi Covid, il mondo è cambiato. E anche l’Europa non è più quella dell’austerity e della Troika. Una delle vecchie richieste italiane, come quella degli eurobond, è passata con il Next Generation Eu. E anche la politica di bilancio – con la sospensione del Patto di stabilità – non è più certo quella del 2012.

Un cambio di passo e varie trattative politiche dopo che, un anno dopo, ha permesso quindi al Pd di raggiungere quel compromesso con i Cinque Stelle che dovrebbe portare ad avere l’ok in Parlamento il prossimo 9 dicembre, quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte riferirà prima del Consiglio europeo. Nella risoluzione di maggioranza, si darà il via libera alla riforma del Mes, sottolineando però che l’Italia non accederà ai fondi.

Sono «due cose distinte», ha ripetuto Gualtieri davanti agli oltre 20 interventi di maggioranza e opposizione. Le decisioni che verranno prese dall’Eurogruppo «non investono in alcun modo l’utilizzo del Mes, la riforma è cosa distinta dalla scelta se usare o meno il Mes sanitario. Su questo esistono posizioni diverse nel Parlamento e nella stessa maggioranza, e ogni decisione dovrà essere condivisa dall’intera maggioranza e approvata dal Parlamento».

Detto questo, il ministro ha comunque chiarito che in questo momento per l’Italia non c’è alcuna necessità di ricorrere al Mes. L’attivazione, ha detto, «diventerebbe estremamente importante in caso di carenza di liquidità da parte di uno Stato che, dovendo spendere molto e rapidamente, non riuscisse a finanziarsi sufficientemente sui mercati».

La firma ufficiale da parte degli Stati potrebbe avvenire il 27 gennaio, secondo le previsioni del ministro. Ma prima il Parlamento dirà la sua con il voto del 9 dicembre.

«La riforma del trattato è stata finalizzata dal governo precedente. Siamo nel perimetro delle condizioni che il Parlamento ha posto al governo», ha risposto Gualtieri ai leghisti che, tra i toni apocalittici di un possibile default invocato da Claudio Borghi, gli hanno fatto notare di aver riferito alle Camere al mattino per andare a dire sì all’Eurogruppo nel pomeriggio, senza un vero confronto.

La riforma, in ogni caso, entrerà in vigore da gennaio 2022. E fino ad allora potrebbero cambiare ancora posizioni, compromessi e – chi lo sa – anche le maggioranze.