Un mercato in crisiLa pandemia ha accelerato la decadenza delle pellicce in Danimarca (e nel resto d’Europa)

Il business è in declino da dieci anni. Non piacciono né al pubblico né alle case di moda. E dopo i 17 milioni di capi di visone abbattuti a causa del contagi la casa d’aste di pelliccia più famosa del mondo, Kopenhagen Fur, ha deciso di liquidare la sua attività

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Niente visoni, niente pellicce. L’abbattimento di mille visoni positivi al Covid a Eure-et Loir, cittadina francese della regione Centro-Valle della Loira a poco più di 110 chilometri da Parigi, ha fatto di nuovo scattare l’allarme sulla possibile mutazione del virus negli allevamenti. In Italia il ministro della Salute Roberto Speranza ha sospeso fino a febbraio 2021 le attività negli allevamenti di visoni dopo la positività di tre campioni. Cinquanta milioni di visoni allevati in tutto il mondo per produrre pellicce rischiano di dar vita a uno spillover dai contorni incerti come ha dimostrato la Danimarca, dove da inizio novembre sono stati abbattuti quasi 17 milioni di capi a seguito del rilevamento di una mutazione nel ceppo del virus che ha costretto un’intera regione, lo Jutland settentrionale, al lockdown.

«La scelta del ministro Speranza di sospendere temporaneamente l’attività degli allevamenti di visoni, in Italia sono 66 mila di cui più del 50% in Lombardia, è inutile. In questo periodo gli allevamenti sono fermi perché i visoni vengono uccisi per fare le pellicce e fino a marzo, quando avverrà la riproduzione, non ci sono attività», dichiara a Linkiesta Simone Pavesi, responsabile per la Lega Anti-Vivisezione dell’area “Moda animal free”. «La cosa grave è aver nascosto l’episodio per mesi, visto che le analisi negli allevamenti sospetti sono state fatte addirittura ad agosto». Intanto l’uccisione di milioni di visoni rischia di segnare la fine delle pellicce animali: la morte in Europa di quasi 20 milioni di capi rischia di far saltare il banco in un mercato come quello europeo, dove le pellicce di visone sono il 92% del totale (dati FurEurope 2018).

Dalla scorsa primavera in tutto il Continente è aumentata l’attenzione su ciò che succede negli allevamenti, ambienti molto simili ai mercati umidi cinesi da dove sarebbe partito il virus. Ad aprile e a maggio i primi casi erano stati registrati in alcuni allevamenti nei Paesi Bassi, dove era rilevata la presenza di una catena di contagio uomo-visone-uomo che infettava l’essere umano con un ceppo del virus diverso da quello di partenza. Per questo motivo il 3 giugno il ministro dell’Agricoltura olandese Carola Schouten dichiarò pubblicamente «che quegli animali che hanno manifestato difficoltà respiratorie vanno abbattuti e gli allevamenti sanificati per il bene dell’uomo e degli stessi visoni».

I 70 focolai olandesi (che hanno portato all’uccisione di 2.5 milioni di animali) non sono stati un caso isolato: tra l’estate e l’autunno casi simili sono spuntati in Spagna, in Svezia, in Italia, in Grecia ma soprattutto in Danimarca. Nella terra della commissaria europea Margrethe Vestager  il visone è qualcosa di più di un semplice animaletto, visto che il Paese è il primo esportatore mondiale di pellicce: ogni anno ne partono da Copenaghen ben 16 milioni per un valore di 1,1 miliardi di euro. Un business ricco, soprattutto verso i mercati orientali, che portano ogni anno 840 milioni di euro nelle casse danesi.

La decisione della premier Mette Frederiksen di abbattere tutti i capi ha però scatenato non poche polemiche: come ha riconosciuto il ministro dell’Agricoltura Mogens Jensen, poi costretto alle dimissioni, «il governo non aveva il potere di chiedere la macellazione di tutti i visoni, anche di quelli che non erano minimamente toccati dal virus». Molti allevatori sono così scesi in piazza e hanno sfilato per le vie della capitale e della seconda città più popolosa, Aarhus, chiedendo un risarcimento milionario. Infatti, secondo alcune stime, l’uccisione di 17 milioni di visoni in più di un migliaio di allevamenti del Paese ha provocato danni importanti anche a livello economico: il probabile risarcimento è di 671 milioni di euro, considerando anche la perdita di quasi 6000 posti di lavoro tra i 1500 allevatori e il relativo indotto.

La paura di una mutazione del virus ha costretto molti Paesi a valutare un eventuale bando degli allevamenti di visoni, ritenuti dannosi non solo per la salute degli animali ma anche per quella dell’uomo stesso. «Già in epoca pre-Covid alcuni Paesi avevano deciso di vietarli», sottolinea Pavesi. «Infatti, il Regno Unito, l’Austria e la Germania li hanno vietati da anni, mentre i Paesi Bassi, che avevano stabilito una lunga fase di transizione prima del blocco definitivo a gennaio 2024, hanno deciso di accorciarla e bandirli da gennaio 2021. La Danimarca sta valutando un bando temporaneo fino al 2022 mentre la Polonia, il secondo produttore mondiale con oltre 6 milioni di visoni, sta attualmente discutendo un disegno di legge per proibirli».

Con milioni di visoni andati persi, il mercato delle pellicce animali sembra arrivato a un punto decisivo, come dimostrano i numeri: tra il 2015 e il 2018 il mercato delle pellicce è sceso da 33 a 27 miliardi di euro «Da ormai 10 anni il settore è in declino, grazie anche a una nuova sensibilità delle generazioni più giovani che preferiscono quelle naturali o sintetiche». Dallo scorso anno persino la regina Elisabetta II ha deciso di convertirsi alla causa ecologista, decidendo di dire basta alle pellicce animali. Un segno dei tempi che cambiano, ancora più rilevante in quest’epoca di Covid. La crisi dei visoni danesi ha costretto la casa d’aste di pellicce più famosa del mondo, Kopenhagen Fur, a liquidare l’attività, che occupa 300 dipendenti.

Novant’anni di storia si chiuderanno così nel 2023: i 6 milioni di pelli conservate nei magazzini permetteranno alla casa d’aste di continuare la sua attività ancora per un po’, consapevole però che i tempi migliori sono ormai passati. Lo dimostrano i numeri: dalla Kopenhagen Fur passa il 40% della richiesta mondiale di pellicce, pari a 24,8 milioni (dati 2018-2019).

La grande concorrenza portata da alcuni Paesi extra-UE, come Cina, Stati Uniti e Canada, ha però cambiato notevolmente il valore delle pellicce e in particolare di quelle di visone, scese dai 59 euro per pelle del settembre 2013 ai 19 del settembre 2020. «La tendenza in Europa sembra consolidata: ormai le pellicce animali non incontrano più né il favore del pubblico né quello delle case di moda». Prada, Versace, Gucci, John Galliano sono ormai passati dall’altra parte. Le pellicce animali potrebbero avere i giorni contati.

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