Senza menate sui congiuntiGli israeliani fanno grandi serie tv perché anziché frignare fanno il militare ad Haifa

In un’epoca senza guerre, ma alle prese con i dpcm e le festività familiari mancate, invece noi c’ingegniamo a lamentarci ogni volta sia possibile

Unsplash

Se c’è una cosa che quest’anno abbastanza crudele sta facendo, è specializzarci nei ricatti emotivi. Siamo sempre stati piuttosto vocati (è un’epoca in cui si piange in tv con la disinvoltura con cui una volta si limonava nei bagni della scuola, è un’epoca senza guerre e in cui perciò c’ingegniamo a trovare piccoli dolori dove possiamo), ma adesso abbiamo portato la gara per l’ultimo brownie a nuovi livelli.

Se negli anni Novanta eravate vivi, vi ricorderete Notting Hill, forse la più bella commedia romantica di fine secolo, e anche un discreto caso di premonizione.

In una scena che coglieva alla perfezione lo spirito del tempo futuro, a una tavolata di amici si gareggiava per il diritto all’ultimo brownie rimasto sul vassoio. Vinceva chi si raccontava in modo più patetico. Certo, si sarebbero potuti alzare da tavola e andare a comprare altri brownie, ma vuoi mettere il compiacimento di stare lì e crogiolarsi nelle proprie miserevolezze, ora vi racconto come sono finita in sedia a rotelle, ora vi dico quanti interventi di chirurgia plastica ho dovuto fare per tenermi il lavoro.

Era il 1999, e ne ridevamo come fosse un’estremizzazione comica, mica la normalità del secolo successivo.

Persino il capodanno, nel 2020, è un’occasione per compiangerci. Decenni trascorsi a lamentarci di quelli che ci chiedevano «cosa fai a capodanno», a dire che a capodanno non ci eravamo mai divertiti, a maledire le feste comandate, e ora eccoci qui, a usare i social come muro del pianto perché, me misero me tapino, il governo cattivo e la pandemia dispettosa m’hanno privato del trenino e dei fischietti e della sciampagna sgassata.

Non parliamo neanche del Natale. Improvvisamente tutti hanno genitori in punto di morte. Genitori che se non passano questo Natale con loro non ci sarà più occasione. Genitori che l’ha detto anche il governo che se un genitore anziano ha bisogno allora tu puoi dichiarare che.

Se provi a spiegargli che non abbiamo dodici anni e dovremmo capire che la ricerca spasmodica del cavillo cui appigliarci non è una buona idea; se provi a spiegargli che è inutile fare quelli della parte politica ligia e non di quella cialtrona se poi «fatta la legge, trovato l’inganno» è il nostro comandamento; se provi a dirgli che forse non è così indispensabile andare a mangiare il cappone da mammà in un’altra regione, si può anche soprassedere, non succede niente; se ci provi, ti saltano alla giugulare (la mia giugulare è piuttosto malconcia, negli ultimi giorni).

Domani in America comincia ad andare in onda Your Honor (in Italia arriva nel 2021, su Sky). È una serie con quello-di-Breaking-Bad (Bryan Cranston, ma credo non lo chiamino per nome neanche a casa sua) che fa il giudice specchiato, uno che vorresti presiedesse tutti i processi in cui dovessi trovarti coinvolto. Ma, di fronte allo scarrafone, anche l’etica del giudice più etico va a puttane. Quando suo figlio ammazza un altro ragazzino investendolo, e il ragazzino è il figlio d’un mafioso che come minimo gli ammazzerebbe il figlio, il giudice diventa mente criminale e trama per occultare il delitto.

Il ragazzino è il perfetto prodotto di questi anni. Poverino, soffre tanto, gli è morta la mamma. Poverino, non bisogna metterlo in difficoltà, ha l’asma. Sogno una serie in cui questo piscialetto debba decidere se andare a trovare papà a Natale durante la pandemia.

La settimana scorsa al Grande Fratello piangevano tutti. Nella disperazione da palinsesti deserti, Mediaset ha deciso di sbrodolare il programma per un altro paio di mesi, e tutti i piangenti dicevano di dover parlare coi loro affetti stabili prima di decidere se fosse il caso di restare. Gente di sessant’anni in lacrime consolava gente di quaranta in lacrime dicendo ma cosa credi, anch’io non so se restare finché non parlo con. Chissà se i congiunti poi gli hanno detto ma cosa torni a casa che neanche si può fare il veglione, resta ben lì a incassare l’incremento di cachet: se qualcuno ha avuto la pazienza di vedere più di dieci minuti di pianto e cortesemente può informarmi, grazie.

Il fatto è che ormai siamo tutti così, frignatori a tempo pieno, settantenni che dicono che trauma sia la recente morte della mamma (morte in culla, invero), figurine patetiche che ambiscono a Dickens ma sono scritte da un romanziere fallito che si è riciclato come autore d’un qualche reality.

Your Honor è il rifacimento d’una serie israeliana. Non può non suscitare una certa curiosità la sovrabbondanza di serie americane – da In Treatment a Homeland – che negli ultimi anni ricalcano serie israeliane. Perché Israele ha un mercato televisivo e noi no? Come fa Israele a essere egemone nell’industria televisiva, a essere addirittura competitiva con gli americani, essendo un paese con meno abitanti della Lombardia?

Quelli che ne capiscono dicono che dipenda dal loro essere iconoclasti: mentre noi dipingevamo, loro diventavano grandi drammaturghi. Io, che non ne capisco niente, ho deciso che però il segreto è un altro. È l’avere problemi troppo seri per farsi menate sui congiunti e le festività; è il dover crescere in fretta invece di frignare sui social o in tv per tutta la vita, come ripetenti delle medie cui abbiano rubato la merenda, fino alla terza età; è, soprattutto, l’esercito. Non è che, mentre loro scrivono, noi dipingiamo. È che, mentre noi ci esercitiamo nei virtuosismi del patetico, loro fanno il servizio militare.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

K - Linkiesta FictionPreordina qui il nuovo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta

Ci siamo: il nuovo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta curata da Nadia Terranova, è in stampa e sarà in distribuzione dal 15 maggio nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (ecco l’elenco), oltre che direttamente qui sul sito de Linkiesta.

Il tema del secondo numero di K è la Memoria.

Gli autori che hanno partecipato a questo numero con un racconto originale scritto appositamente per K sono:
Viola Ardone, Stefania Auci, Silvia Avallone, Annalena Benini, Giulia Caminito, Donatella Di Pietrantonio, Davide Enia, Lisa Ginzburg, Wlodek Goldkorn, Loredana Lipperini, Pasquale Panella, Francesco Piccolo, Alberto Schiavone, Simonetta Sciandivasci, Andrea Tarabbia, Alessandro Zaccuri.

C’è anche l’anteprima dei romanzi di Karl Ove Knausgård e di Ali Smith, entrambi in uscita in Italia nei prossimi mesi.
Il volume ospita anche tre mini racconti di Stefania Auci, Rosella Postorino e Nadia Terranova.

Preordina K – Memoria sul sito de Linkiesta a 20 euro più 5 di spese postali. Il volume sarà spedito dal 17 maggio e arriverà in due giorni in tutta Italia. Oppure compralo a 20 euro nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (ecco l’elenco).

Per acquistare più copie di K, scrivere qui.

20 a copia