Le sfide dell’Età Digitale Come guidare la globalizzazione nel ventunesimo secolo

Nel suo nuovo saggio “Terra, popoli, macchine” (Luiss Up), Jeffrey Sachs spiega quali sono i tre grandi problemi che la comunità internazionale dovrà affrontare: le crescenti disuguaglianze, un diffuso degrado ambientale e i rischi che scaturiscono da grandi cambiamenti a livello geopolitico

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Ogni Età della Globalizzazione ha scatenato tensioni e guerre. Nel Paleolitico, l’Homo sapiens spinse all’estinzione altri ominidi incontrati, i neandertaliani e i denisoviani. Nel Neolitico pastori e agricoltori rimpiazzarono i cacciatori-raccoglitori incontrati nelle loro migrazioni, forse in modo violento, in competizione per le poche risorse disponibili. Nell’Età Equestre cavalieri provenienti dalle steppe razziarono e saccheggiarono le società insediate in zone a clima temperato dell’Eurasia. Nell’Età Classica si scontrarono grandi Imperi territoriali per il dominio dell’Eurasia. Nell’Età Oceanica i conquistatori europei si sostituirono alle popolazioni indigene delle Americhe, provocandone quasi la sparizione a causa di malattie e sottomissione. Nell’Età Industriale gli imperialisti europei combatterono per accaparrarsi il dominio politico di gran parte dell’Africa e dell’Asia.

Oggi torniamo a essere in mutamento e il mondo guidato dalle potenze angloamericane cede il passo a qualcos’altro che ancora deve essere definito. In ogni età si sono anche introdotte nuove forme di governance, e questo può darci speranza. Il Paleolitico forgiò i forti legami tra clan locali nomadi. Il Neolitico fece emergere la vita sedentaria di villaggio e una politica locale. L’Età Equestre ci portò i primi Stati; l’Età Classica i primi Imperi multietnici; l’Età Oceanica i primi Imperi Globali oltreoceano; l’Età Industriale le prime forme di governance globale, compresa la nascita delle Nazioni Unite e di due potenze egemoniche, il Regno Unito e gli Stati Uniti. Ora l’Età Digitale ci chiama a inventarci altri modi efficaci per governare un mondo globalmente interconnesso.

Le tre grandi sfide che l’Età Digitale ha davanti a sé: le crescenti disuguaglianze, un diffuso degrado ambientale e i rischi che scaturiscono da grandi cambiamenti a livello geopolitico. Queste situazioni preoccupanti potrebbero sovraccaricare le nostre istituzioni politiche e provocare un conflitto devastante. Così è accaduto in passato. Il compito fondamentale della nostra era è quindi quello di resistere a una tendenza verso la guerra, perché la nostra capacità di distruzione supera ora i limiti che storicamente abbiamo avuto. E nel mantenere la pace, i nostri obiettivi devono essere anche quelli di mantenere il nostro pianeta abitabile e le nostre società inclusive e giuste.

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L’economia mondiale oggi è almeno cento volte più espansa che all’inizio dell’Età Industriale. Con una crescita annuale nella produzione mondiale che si aggira attorno al 3 per cento, l’economia mondiale continua a raddoppiare circa ogni vent’anni, vale a dire in una sola generazione. Questa crescita ha prodotto miglioramenti sbalorditivi nel tenore di vita e ha reso obiettivo raggiungibile l’eliminazione della povertà estrema. Ma ha prodotto anche due esiti negativi. Il primo: le disuguaglianze di reddito e ricchezza sono enormi e in aumento. Non solo la povertà estrema esiste ancora nel contesto di una ricchezza globale, ma si riscontrano anche crescenti disuguaglianze all’interno di società ricche che minacciano di peggiorare ulteriormente in un’età di macchine intelligenti. Il secondo: abbiamo violato i confini planetari con un cambiamento climatico indotto dall’uomo, una perdita della biodiversità e un diffuso inquinamento che minaccia il benessere di miliardi di persone e pone a rischio la sopravvivenza di milioni di specie.

La chiave per il benessere, perciò, è una combinazione di obiettivi: non soltanto la ricerca della ricchezza, ma la combinazione tra prosperità, livelli di disuguaglianza più bassi, e sostenibilità ambientale. Questa triplice sostanza di obiettivi economici, sociali e ambientali forma il concetto di sviluppo sostenibile. Deve essere la visione fondamentale della nostra epoca. L’equivalente del testo di Adam Smith per questo secolo dovrebbe essere “Lo sviluppo sostenibile delle nazioni”.

(…)

Dobbiamo guardare al futuro in modo sistematico e razionale. Abbiamo soprattutto bisogno di un tipo di pianificazione dinamica e incline all’adattamento – vale a dire una pianificazione con un esplicito grado di incertezza che consenta di aggiornare le politiche e le strategie in fieri. Dal momento che non sappiamo con precisione che cosa ci offriranno le tecnologie del futuro, possiamo pianificare con anticipo ma senza rigidità. A questo proposito, dovremmo tenere in considerazione le parole molto sagge del presidente Dwight D. Eisenhower, che servì come comandante supremo delle forze alleate nella Seconda guerra mondiale. A Eisenhower piaceva dire che “i piani non sono nulla, la pianificazione è tutto”. Quel che intendeva era che alcuni piani specifici non verranno seguiti nella pratica per il sicuro verificarsi di circostanze inaspettate, ma la pianificazione – il processo logico di guardare avanti a sé in maniera sistematica – è di cruciale importanza per il successo.

Parte di una pianificazione efficace sarà il ragionare su sistemi multidimensionali. Dobbiamo integrare la nostra comprensione di agricoltura, assistenza sanitaria, sfruttamento della Terra, gestione del carbonio, sistemi di energia e tutela della biodiversità. Dovremo per esempio riconsiderare lo sfruttamento della Terra per raggiungere diversi obiettivi simultaneamente: la sicurezza del cibo, la tutela della biodiversità, lo stoccaggio biologico del carbonio per combattere il cambiamento climatico e il benessere economico delle comunità rurali. Questo richiederà una teoria dei sistemi multidimensionale.

Per pianificare in modo efficace il mondo avrà bisogno di un attivo interscambio di idee, di una cooperazione globale in ambito di ricerca e sviluppo, e della rapida diffusione delle migliori pratiche in tutti i Paesi. In un periodo in cui esistono tanti centri di eccellenza del sapere i vantaggi di reti di conoscenze globali per le varie dimensioni dello sviluppo sostenibile saranno enormi. Il programma di ricerca globale dovrebbe adottare il concetto di directed technical change, a intendere che l’impegno di Ricerca e Sviluppo dovrebbe incentrarsi verso obiettivi ad alta priorità come quello di energie a basso costo e a zero emissioni di carbonio, prodotti biodegradabili, colture che siano resilienti agli stress ambientali, mezzi più efficienti d’irrigazione e un sistema migliore di previsioni climatiche.

La governance per lo sviluppo sostenibile esigerà una grandissima costruzione del consenso. Sarà un compito arduo. Gli interessi acquisiti e varie prospettive e culture spesso rendono difficile raggiungere un consenso nazionale, e ancor meno globale, su come realizzare i cambiamenti necessari, per esempio in ambito di sistemi energetici, sfruttamento della terra e urbanistica. Si renderanno necessarie attente valutazioni di più portatori d’interesse e un grande impegno nella costruzione del consenso per mettere in atto le buone idee che emergono da Ricerca e Sviluppo.

Avremo anche bisogno che governi e attività economiche siano responsabili del loro impegno nei confronti degli SDG: il tipo di responsabilità dipenderà da misurazioni accurate e tempestive per valutare il progresso verso il raggiungimento degli obiettivi. Anche gli investitori dovranno ritenersi responsabili di nuovi fondi d’investimento verso progetti sostenibili. Fortunatamente sono in ascesa gli “investimenti ESG” (Environmental, Social and Government) a intendere l’utilizzo di indicatori ambientali, sociali e di governance negli investimenti. Di fatto, gli investimenti nel futuro dovrebbero soddisfare gli standard ESG.

Infine, abbiamo bisogno di entusiasmo e ispirazione. Lo sviluppo sostenibile
deve essere il lancio sulla Luna della nostra generazione – un’avventura
elettrizzante che stimola il talento, le risorse e le energie per riuscire
a compiere l’impresa.

Da Terra, popoli, macchine. Settantamila anni di globalizzazione (Luiss University Press) di Jeffrey D. Sachs, 254 pagine, 24 euro

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