Viaggio nel cuore dell’Europa neraCosa sono gli Afropei e perché parlarne aiuterebbe a combattere il razzismo in Europa

Lo scrittore britannico Johnny Pitts ha raccontato in un libro le storie di alcuni dei 30 milioni di europei di origine africana che reclamano il diritto a non sentirsi stranieri nella propria patria: «L'identità deve essere più di un semplice pezzo di terra in cui vivi»

Lapresse

In Europa ci sono almeno 30 milioni di persone alla ricerca di una identità. Donne e uomini nati e cresciuti in Europa che si sentono ovviamente italiani o francesi od olandesi o spagnoli, ma anche europei e africani.

Non vogliono rinunciare al modo in cui la tradizione dei loro genitori, nonni o bisnonni nati in Africa ha contribuito a dare forma alla loro identità nazionale ed europea. E soprattutto reclamano il diritto a non sentirsi stranieri in patria solo perché hanno la pelle nera.

Non sono migranti né vogliono essere definiti cittadini di prima, seconda, o terza generazione. Se non diventano calciatori, cantanti o attori i mass media non raccontano le loro storie.  E anche se molti di loro non lo sanno, tutte queste persone così diverse, come sono diversi tra loro gli europei con la pelle bianca, possono essere raggruppate da un termine coniato trent’anni fa dal cantante dei Talking Heads David Byrne per descrivere la musica del gruppo belgo-congolese “Zap Mama”. Ovvero Afropei: scritto così, senza trattino.

Siccome il destino ha più fantasia degli uomini, a raccontare le storie delle tante comunità nere in Europa ci ha pensato uno scrittore britannico, filoeuropeo, figlio di un afroamericano e di una inglese di pelle bianca.

Si chiama Johnny Pitts e il suo libro “Afropei” è diventato un caso editoriale, quando è uscito nel 2019 nel Regno Unito. Da poche settimane è stato tradotto in italiano dalla casa editrice Edt. Senza pretese sociologiche Pitts ha cercato di andare oltre la pigra etichetta di Afropei cercando il suo vero e cangiante significato viaggiando nelle grandi città europee e raccontando le storie di nomadi egiziani, ristoratori sudanesi, musulmani svedesi, attivisti afrofrancesi e pittori belga-congolesi.

«Afropei è un modo per me e per altre persone nere in Europa di pensare a noi stessi come un’entità integra in un Continente in cui c’è già molta confusione sull’identità e cultura europea», spiega Pitts a Linkiesta.

«In questi anni le differenze tra gli Stati europei sembrano sempre più evidenti e lo stesso concetto di Europa sembra sgretolarsi. Per questo allargare la nozione di Europa anche alle comunità nere può essere un modo per creare dei ponti culturali nonostante le differenze culturali e linguistiche. Nel mio libro ho descritto le tante differenze tra le comunità nere in Europa. Non solo in paesi diversi, ma anche all’interno della stessa nazione. Per esempio in Portogallo ho incontrato angolani che hanno avuto problemi con capoverdiani, o in Svezia tunisini che hanno problemi con somali. Ma ho cercato di trovare potenziali punti in comune».

Ecco, parliamo dei punti in comune. Cosa unisce tra loro le varie comunità nere in Europa?
Ci sono molti problemi simili che le varie comunità nere in Europa stanno affrontando in questi anni. Come il tema della “innocenza bianca” che ha ben descritto la professoressa Gloria Wekke nei Paessi Bassi. Ovvero il fatto che gli olandesi neghino la discriminazione razziale e la violenza coloniale e si considerino un Paese progressista e tollerante, soprattutto per essere stati vittime dell’occupazione nazista nella Seconda guerra mondiale. Ma la negazione del razzismo e il professarsi “innocenti” salvaguardia alcune forme di xenofobia e di razzismo aggressivo presenti nel Paese. Come nel caso di Zwarte Piet, il servo nero che aiuta Babbo Natale a portare i doni ai bambini.

Il problema della “innocenza bianca” riguarda anche il Regno Unito?
C’è un fenomeno simile: quello dell’eroismo bianco. Da noi la narrazione è che Winston Churchill e la Gran Bretagna hanno vinto da soli la seconda guerra mondiale e non si sente mai niente sui 25 milioni di russi morti per combattere i nazisti. Nel dibattito pubblico l’idea che gli inglesi hanno salvato il mondo è un modo per nascondere il modo in cui l’impero britannico ha sfruttato l’Africa a proprio vantaggio. Parlando solo dell’eroismo dei nostri paesi, non si riesce a discutere anche del lato oscuro del periodo coloniale. Per me invece è importante che le persone guardino anche a queste pagine meno eroiche se vogliamo andare avanti insieme in un percorso comune.

Ti senti ancora a casa nel Regno Unito o temi possa ripiegare su se stessa fino a diventare una Little England?
Paul Gilroy ha scritto un libro straordinario intitolato “The Black Atlantic” in cui parla della malinconia postcoloniale: la tristezza inconscia della morte dell’Impero britannico. Dopo la seconda guerra mondiale il Regno Unito ha perso tutte le sue colonie e ha dovuto cedere lo scettro di potenza occidentale agli Stati Uniti. La generazione Windrush (i bambini arrivati negli anni Cinquanta e Sessanta dai Caraibi, ndr) ha rappresentato il ricordo costante del fallimenti dell’impero britannico, di un paese che non è rispettato come una volta. Dopo la caduta del New Labour e la crisi finanziaria del 2008, ho iniziato a notare un aumento del razzismo e una sorta di iritorno all’insularità nel mio Paese E, naturalmente, queste sono state alcune delle energie che alla fine hanno portato alla Brexit. Ho iniziato a sentirmi quasi abbandonato su quest’isola che sta tornando ad antiche idee di identità nazionale. Allora ho pensato: ho bisogno di trovare un modo per sentirmi a mio agio dove sono. E ampliare ampliare il concetto di identità nera oltre la sola Gran Bretagna.

Non temi che il concetto di Afropei possa creare un muro culturale con gli altri europei bianchi?
C’è sempre la preoccupazione che quando fai qualcosa, ci saranno degli effetti negativi. Ma questo libro è fatto d’amore, non d’odio. Citando il poeta Robert Frost, il mio rapporto con l’Europa è come una lite tra innamorati. Forse nel mio libro non vado leggero con l’Europa, ma è perché voglio che sia migliore. Sto combattendo per l’Europa. E Afropei lo scrivo senza trattino proprio perché voglio costruire ponti, non muri. Avrei potuto scrivere parlando di afro-europei o neri europei o solo africani. Avrei potuto elencare i fatti e puntare il dito contro il colonialismo. Invece per me era importante portare i lettori in un viaggio in modo da connettersi non solo con le loro menti, ma anche con i loro cuori. Nelle pagine mostro anche la mia inadeguatezza e talvolta il mio pregiudizio, la mia idiozia. Non ho tutte le risposte a questo problema, non sono scrittore onnisciente. Ho voluto esplorare la sfumatura, perché sono imperfetto, lo siamo tutti in fondo. Parliamone e andiamo avanti. Nel libro alcune e foto spiegano in modo più diretto il concetto.

Descrivine una.
Una donna che va in bicicletta per le strade di Amsterdam. È così olandese ai miei occhi, anche se ha la pelle scura. Quella foto è il simbolo di alcune persone di cui non si parla mai che sono indelebilmente intrecciate nel tessuto culturale ormai così variegato. Anche io sono inglese fino al midollo e allo stesso tempo mi sento europeo perché sono diventato maggiorenne alla fine degli anni ’90, in un periodo in cui il Regno Unito era più vicino che mai all’Europa. Non sono un nazionalista etnico che crede in una Sion africana, un super Stato per tutti gli africani persi nella diaspora. Ma anche io mi sento slegato per alcuni versi all’elemento europeo che di certo non voglio negare nella mia identità. Sto solo cercando di aprire un dialogo col lettore bianco europeo che spero possa vedere la realtà anche coi miei occhi.

La necessità di definire il concetto di Afropei deriva anche dalla sudditanza psicologica che molte comunità nere in Europa hanno con l’egemonia della cultura afroamericana?
Anche. Di solito i neri europei cercano la loro identità in due direzioni. La prima è quella dell’afrocentrismo in cui si riprendono i codici culturali ed estetici africani, senza mediazione. La seconda invece indulge nel predominio culturale afroamericano. Posso capire perché molte persone guardino alla comunità nera che ha più potere economico, culturale, musicale e intellettuale al mondo. Da Henry Louis Gates Jr. a James Baldwin sono tante le grandi menti emerse in questo calderone di oppressione che sono gli Stati Uniti. Non bisogna rifiutare quella cultura perché serve per approfondire la propria conoscenza, ma non bisogna neanche rifiutare la cultura afropea davanti ai nostri occhi. Inoltre la storia della segregazione negli Stati Uniti e il loro linguaggio politico non possono fornire tutte le risposte per i problemi che stiamo affrontando in Europa, come l’eredità del colonialismo.

Le nuove generazioni di afropei hanno però trovato il coraggio di protestare per la prima volta in piazza solo grazie al movimento Black Lives Matter.
I giovani afropei a volte sono colpevoli di pensare di essere i primi ad aver protestato contro il razzismo o il colonialismo. Dimenticano il movimento per i diritti civili, le persone che hanno combattutto per la decolonizzazione e coloro che hanno dovuto affrontare il razzismo in periodi ancora più duri come gli anni ’70 e ’80. Questa inconsapevolezza ha causato alcune fratture nella comunità nera europea. Bisogna alzare lo sguardo e capire cosa hanno fatto le generazioni precedenti per capire cosa può funzionare e cosa no. Il rischio è che alcuni giovani possano cercare la loro identità in una sorta di nazionalismo nero fine a se stesso. Lo stesso vale per i giovani bianchi europei che in teoria dovrebbero essere più cosmopoliti e aperti alle differenze, e invece alcuni abbracciano con furore le tesi dell’alt-right e si dimenticano che il fascismo può tornare di nuovo. 

Quale ruolo possono avere le comunità afropee in Europa?
C’è un po’ di utopia nella mia risposta ma pensate a quale tipo di società avremmo se le comunità nere potessero dire la loro sul futuro del Continente e se tra 50 si sentissero davvero europei. Per me sentirsi Afropei oggi è come un trampolino di lancio verso l’idea di una società realmente integrata.

Forse essere europei vuol dire accettare la complessità di essere così diversi gli uni dagli altri e allo stesso tempo simili.
Umberto Eco ha detto: «La vera lingua dell’Europa è la traduzione», per questo ho lottato molto per far tradurre questo libro in  italiano, spagnolo, francese e tedesco. Europeo e Afropeo sono entrambi dei costrutti sociali, ma l’essere umano ha bisogno di tradizioni e identità perché è la risposta ancestrale al mondo che ci circonda. Chi siamo e come possiamo costruire un luogo sano e sicuro sono due domande fondamentali per appagare la nostra esistenza. La difficoltà per me è quando il concetto di identità è troppo radicato nel suolo. Quando si declina in “Io sono nato qui, difendo la mia bandiera piantata in un fazzoletto di terra”. Per questo motivo quando mi chiedono cosa voglia dire Afropeo a volte rispondo in modo un po’ vago o riluttante perché non possiedo solo io il brevetto di questa parola. Deve essere la comunità di afropei a decidere cosa potrebbe significare e come possiamo andare avanti insieme. È un luogo di partenza piuttosto che uno di arrivo.

Ma è comunque un luogo, definito. Altrimenti non esiste identità.
Se vogliamo usare per forza una metafora perché non parlare di un oceano? Qualcosa di placido e statico agli occhi di chi lo guarda da lontano ma allo stesso tempo fluido, con diverse correnti interne che lo modificano. Ho avuto molte conversazioni interessanti con persone che provengono da paesi che oggi non esistono più: la Germania Est, la Jugoslavia, la Cecoslovacchia. La loro esperienza insegna che il concetto di nazionalismo è fragile proprio a causa della fallibilità dello stato nazionale. Serve un concetto più ampio, o almeno uno che contenga insieme più elementi. L’identità deve essere più di un semplice pezzo di terra in cui vivi.

Nel libro parli molto di Marsiglia come città modello per gli afropei. Perché?
Prendete due città: Parigi e il Cairo, sono impossibili da confondere tra loro. Non diresti mai che Il Cairo in alcuni punti sembra Parigi o viceversa. Tuttavia, se guardiamo alla Francia e all’Egitto oltre le loro capitali e ci concentriamo sulle loro coste mediterranee vediamo molte similarità tra due città: Alessandria d’Egitto e Marsiglia. In particolare Marsiglia è impregnata di questa cultura mediterranea che ha in sé molte identità mescolate: la sua storia è legata alla Corsica, all’Italia, alla Francia, al Maghreb, all’Algeria. Marsiglia è una città afropea per eccellenza perché è orgogliosa del mix culturale che puoi respirare nelle sue strade. È un luogo così felicemente contraddittorio in cui può capitare che il leader locale del Rassemblement National (il partito nazionalista di Marine Le Pen) sia un ragazzo nero. Lì, mi sono sentito davvero a casa, anche se non era la mia casa.

E come ti sei sentito invece a Roma?
È stato un interludio nel mio bello e stancante viaggio di cinque mesi in giro per l’Europa. Mi sono comportato come un turista più che come un giornalista, ma passeggiande tra le vie della città ho notato alcune incongurenze che mi hanno fatto riflettere. Come quando ho visto gli straordinari affreschi di Michelangelo sul soffitto della Cappella Sistina. Ho pensato con stupore a quanto quell’estetica fosse così radicata nella mia psiche. Da piccolo immaginavo Dio come un uomo bianco barbuto. Ho pensato a quanto potente sia stato potente la Chiesa cattolica nell’esaltare una certa visione della cristianità. Ovviamente Gesù non era un europeo bianco, ma un uomo mediorientiale, in realtà più simile all’aspetto degli italiani che ho visto passeggiare per le strade di Roma con la pelle olivasta e i capelli ricci scuri. Per non parlare della grande quantità di suore e preti neri che ho visto in Vaticano. Nel 2025 un quinto dei cattolici di tutto il mondo sarà di origine africane.

Anche in Italia c’è questa idea che la nostra storia non abbia nulla a che fare con l’Africa, quando invece la nostra penisola è stata per millenni il punto di incontro tra diverse civiltà. Ed è forse questa la forza degli italiani, così diversi e così simili tra loro.
Mi chiedo quante persone in Italia si ricordino di questo passato quando vedono uomini e donne arrivare dalla Libia (sui barconi, ndr). L’ultimo giorno del mio viaggio a Roma ho visto tante persone preoccuparsi e agitarsi per la vita di un cane che stava agonizzando per strada, ma allo stesso tempo trattare con indifferenza un ragazzo magrissimo che a malapena aveva un paio di scarpe e che immagino abbia fatto una traversata dalla Libia. Per loro era completamente invisibile. Un episodio singolo, certo ma indicativo anche di un pensiero di più ampio di cui vediamo le conseguenze oggi. Ne dovremmo parlare.

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