Il Paese fragileLa mancata prevenzione è la principale causa del dissesto idrogeologico

Dal 1970 al 2019 frane, erosione del suolo e alluvioni hanno provocato nel nostro Paese 1673 morti, 60 dispersi, 1923 feriti e 320mila evacuati. Fenomeni non connessi solamente alla morfologia o al cambiamento climatico, ma influenzati anche da alcuni fenomeni di urbanizzazione senza regole. Spesso i disastri naturali si ripropongono nello stesso luogo

La presse

Frane, colate detritiche, alluvioni e valanghe. In una parola, dissesto idrogeologico. Un problema, che in Italia pende sul 91% dei Comuni, condizionato dalle specificità geomorfologiche, idrografiche e litologiche del nostro territorio. Ma non solo, come sottolinea Fabio Luino, geologo e ricercatore dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR.

«Se da un lato la Penisola presenta una certa propensione naturale al dissesto – spiega Luino – dall’altro ci troviamo di fronte a un’impresa ciclopica: sanare uno stato di salute generale grave generatosi in 30-35 anni di urbanizzazione senza regole che ha creato decine di migliaia di situazioni potenzialmente rischiose», come dimostrano tutti quei paesi e città che in Italia presentano canali tombati, case costruite sulle sponde o sopra il letto di un fiume oppure ancora alla base di ripide colline o versanti.

Da Nord a Sud, negli ultimi quattro mesi almeno quindici località state colpite da eventi catastrofici che hanno interessato, ad esempio, Terme Vigliatore (8 agosto), Messina (8 agosto), Verona (24 agosto), Catania (14 settembre), Roma (23 settembre), Avellino (27 settembre), Limone Piemonte (2 ottobre), Garessio e Ceva (2 ottobre), ma anche Picinisco (15 ottobre), Crotone (21 novembre), Cirò Marina (22 novembre) e Bitti (29 novembre). «Ci sono state giornate, penso al weekend del 5-6 dicembre, in cui non si riusciva neppure a seguire tutti gli aggiornamenti sui dissesti: a quelli del Bellunese, si aggiungevano quelli del Messinese, del Modenese e della Toscana – sottolinea Luino. Questo non accade in Germania o Gran Bretagna. Siamo in constante stato di allerta e stress, subìto soprattutto da chi è impegnato a gestire e arginare queste emergenze».

Dal 1970 al 2019, episodi di grave dissesto idrogeologico hanno provocato nella Penisola 1673 morti, 60 dispersi, 1923 feriti e 320mila evacuati. Tuttora, circa 1,3 milioni e oltre 6 milioni di cittadini vivono, rispettivamente, in zone esposte a rischio frane e a rischio alluvioni.

L’Italia, Paese fortemente antropizzato, conta oggi circa 8mila Comuni e quasi 60mila nuclei urbani. Negli ultimi 70 anni, il forte incremento delle aree urbanizzate, spesso non accompagnato da una corretta pianificazione territoriale, ha portato al drastico aumento dei siti esposti a frane e alluvioni. Parallelamente, l’abbandono delle aree rurali montane e collinari ha determinato l’assenza di un importante presidio del territorio. Dagli anni ‘50 a oggi, l’Italia ha incrementato il consumo del suolo dal 2,7% a oltre il 7%: nel periodo 1951-2011 è quasi triplicata la costruzione di abitazioni (passate da 11milioni e mezzo a più di 31milioni) nonostante la popolazione sia aumentata con un ritmo decisamente meno serrato (da 47milioni a 59milioni).

È dunque chiaro che il problema, molto italiano, del dissesto idrogeologico non dipende, come anticipato, solamente dalla struttura della nostra Penisola, né dal cambiamento climatico. «Si tratta certamente di una concausa – sottolinea Luino – Lo testimoniano i numeri riportati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente: negli ultimi 10 anni in Italia ci sono stati 946 fenomeni meteorologici violenti in 507 Comuni con precipitazioni mai registrate prima d’ora, come quella di Limone Piemonte del 2 ottobre 2020 (517,6 mm in 6 ore)». Tuttavia, come sottolinea il geologo, noi abbiamo favorito l’aumento delle situazioni a rischio.

«Possiamo affermare tranquillamente che siamo il Paese della pillola del giorno dopo, uno Stato che interviene quasi sempre in emergenza e quasi mai prima, in condizioni di pace. Abbiamo ristretto, rettificato, deviato e incanalato migliaia di corsi d’acqua, velocizzando il loro deflusso. Abbiamo coperto 12mila km di torrenti per realizzare sopra strade, parcheggi, giardini, capannoni e attività commerciali. Abbiamo dimenticato la manutenzione ordinaria delle opere costruite, così come la pulizia dei corsi d’acqua. Abbiamo asportato materiale litoide dagli alvei per decenni provocando il collasso di ponti e opere longitudinali lungo le sponde. Abbiamo costruito a pochi metri dalle sponde dei corsi d’acqua, non solo case ma garage in sotterranea e scantinati poi resi abitabili. Ci siamo macchiati di tre condoni edilizi. Abbiamo fatto tanto per distruggere questa bellissima Penisola».

Secondo Luino, per l’Italia sarebbe fondamentale recuperare la memoria storica perché conoscere episodi di dissesto idrogeologico che hanno colpito un determinato territorio possono renderlo più resiliente. Infatti, molto spesso gli eventi di frane e alluvioni si ripropongono nello stesso sito: è il caso della colata detritica che il 19 maggio 1977 invase la Borgata Garin di Villar Pellice (Torino), per poi riproporsi dopo trent’anni causando 4 vittime. Ma anche dell’alluvione che due settimane fa ha interessato Bitti, località sarda che nel 2013 era stava vittima dello stesso problema.

«Sottolineo sempre che analizzando la storia delle piene di un corso d’acqua è possibile osservare che i tratti fluviali dove sono avvenute le esondazioni e le zone su cui le acque si sono espanse sono quasi sempre gli stessi. L’analisi storica dimostra che quando vengono inondate aree prima mai colpite da eventi simili nella maggior parte dei casi ciò è stato provocato dalla presenza di nuove opere antropiche che hanno modificato il territorio e la sua naturale evoluzione. Purtroppo, la ricerca storica non viene molto considerata dagli amministratori locali: è fastidiosa perché mette in evidenza molte zone a rischio ed è meglio fingere di non sapere. Eppure, basterebbe che ogni Comune disponesse di un registro pubblico consultabile con le cartografie delle zone colpite in passato».

Ma anche gli stessi cittadini possono dare una mano. «Possono aiutare pretendendo di essere informati per conoscere la zona in cui vivono, i pericoli che corrono e i rischi con i quali devono convivere. Appare inconcepibile intervistare persone, come mi accadde a Livorno dopo l’alluvione del 2017, inconsapevoli che sotto casa loro scorresse intubato il Rio Maggiore, protagonista dei danni che funestarono la città. Una consapevolezza più radicata sulle criticità del proprio territorio favorirebbe il rispetto delle norme e dei vincoli e ci spingerebbe a prendere decisioni informate su dove costruire, dove acquistare beni immobili o terreni e dove ubicare nuove attività economiche».

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