Ognuno è terrorista per qualcunoQuando Erdoğan si appellava alla Corte europea dei diritti dell’uomo

Nel 1999 l’attuale presidente turco, decaduto dalla carica di sindaco di Istanbul, scontò quattro mesi in carcere per incitamento alla violenza e all’odio religioso e razziale. Come i molti dissidenti che ha fatto incarcerare da quando è al potere, per uscire si rivolse all’organo di giustizia europeo, lo stesso che oggi figura tra i suoi peggiori nemici

Lapresse

«Nella sua domanda, il ricorrente lamenta una violazione del suo diritto ad un equo processo, ai sensi dell’articolo 6 – 1 della Convenzione, in quanto egli sarebbe stato giudicato da un tribunale dipendente e di parte, senza alcun riguardo per il principio di uguaglianza delle armi processuali. Si lamenta anche che la sua condanna avrebbe violato i suoi diritti e le sue libertà sancite dagli Articoli 9 e 10 della Convenzione. Quanto a queste lamentele, afferma anche di essere stato vittima di una discriminazione contraria all’articolo 14. Il ricorrente infine si è basato sull’articolo 1 del protocollo n. 1, a causa della privazione della posizione di sindaco, quindi relativi diritti salariali». 

È uno stralcio del ricorso che un importante uomo politico turco in carcere ha presentato contro il suo stesso Paese, per la sentenza con cui è stato privato della sua carica elettiva e sbattuto in galera. Un ricorso presentato presso la Corte europea dei diritti dell’uomo: quello stesso organismo del Consiglio di Europa di cui il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha respinto più volte la richiesta di immediata liberazione di un detenuto politico, asserendo con forza che «la sentenza non è vincolante per Ankara». 

Lo ha fatto adesso con Selahattin Demirtaş: il carismatico leader curdo che fondò nel 2012 il Partito democratico dei popoli (Hdp) apposta per aiutare la protesta curda a passare dalla lotta armata alla vita parlamentare anche collegandosi con altre istanze di sinistra e libertarie non necessariamente collegate all’etnia, e che dopo un grande successo elettorale il 4 novembre 2016 è stato arrestato, per essere condannato addirittura a 142 anni di carcere. 

Ma lo aveva fatto anche il 10 dicembre 2019 a proposito di Osman Kavala: l’imprenditore, filantropo e difensore dei diritti umani in carcere dal 18 ottobre 2017, per cui la richiesta di liberazione era stata reiterata il 4 giugno 2020 anche dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, come organo decisionale della Corte di Strasburgo. Lo accusano in particolare di essere amico sia George Soros sia di Fethullah Gülen: il fantasma del complottismo mondiale assieme a quello personale di Erdoğan, come dire un pericolo al quadrato. 

E lo aveva fatto anche per Ahmet Altan: giornalista e scrittore, che ha osato affrontare un tema tabù come il genocidio armeno, arrestato il 23 settembre 2016 e condannato addirittura all’ergastolo. Qua nel gennaio 2018 era stata la stessa Corte costituzionale turca a ordinare il rilascio dopo tre anni di detenzione, e qua il Segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland era intervenuto semplicemente per invitare la Turchia a rispettare le decisioni della sua stessa Corte costituzionale. La risposta fu appunto la condanna alla detenzione a vita.

Che fu poi ridotta a 10 anni e seguita il 4 novembre del 2019 da una libertà vigilata. Che ancora dopo appena 8 giorni si è tradotto in un ritorno in cella tornato di Altan, a seguito delle obiezioni del Procuratore generale allarmato da un possibile  «pericolo di fuga» e un «non pieno pentimento». Per finire, il 7 gennaio 2020 è stato condannato ad altri 5 anni e 11 mesi per «offese al presidente» e «propaganda del terrorismo», condanna che si aggiunge a quella dei 10 anni.

Ed ecco la domanda da un milione, come si diceva una volta nei quiz. Chi è il politico turco in carcere dal cui appello alla Corte europea dei diritti dell’uomo abbiamo preso uno stralcio? Demirtaş? Kavala? Altan? Acqua, acqua. La domanda alla Corte di impedire al governo turco di compiere abusi contro un politico dissidente l’aveva fatta Erdoğan. Ovviamente, quando il governo turco era un altro e il dissidente era lui. Alle volte basta questo semplicissimo cambio di prospettiva per far decidere se i difensori dei diritti umani siano benemeriti o scocciatori.

Secondo Erdoğan, Demirtaş, Kavala e Altan, sarebbero tre «terroristi». In effetti anche per il potere turco dell’epoca Erdoğan, appena eletto sindaco di Istanbul, lui stesso era un terrorista. In particolare, aveva letto in pubblico una poesia in cui si diceva: «Le moschee sono le nostre caserme, le cupole sono i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati». «Incitamento alla violenza e all’odio religioso e razziale» fu la motivazione per cui lo dichiararono decaduto dalla carica e gli appiopparono 10 mesi. Ma ne scontò effettivamente solo 4: da 27 marzo al 27 luglio 1999.

Il ricorso alla Corte europea dei diritti umani n°47130/99 fu appunto presentato «da Recep Tayyip Erdoğan contro la Turchia». «II ricorrente, Recep Tayyip Erdoğan, è un cittadino turco nato nel 1954 e risiede ad Ankara», spiegava la sentenza. «È rappresentato davanti alla Corte dalla signora Faik Işık, avvocato presso il Foro di Istanbul. All’epoca dei fatti, il ricorrente era sindaco di Istanbul, eletto dalla lista del Refah Partisi (Partito della Prosperità-Rp) durante le elezioni elezioni municipali nel 1994. Il 16 gennaio 1998, la Corte costituzionale ha dichiarato lo scioglimento del Rp, con la motivazione che era diventato un centro di attività contro la laicità. L’11 febbraio 1998, il pubblico ministero presso il tribunale di sicurezza dello Stato di Diyarbakır ha incriminato il ricorrente per istigazione del popolo a odio e ostilità, ai sensi dell’articolo 312 § 2 del codice penale. A sostegno, ha fatto riferimento a un discorso che il ricorrente aveva tenuto il 6 febbraio 1997, durante un incontro organizzato a Siirt dal Rp». Dove appunto aveva recitato il poema incriminato. 

Continua il documento: «con una sentenza del 21 aprile 1998, il Tribunale per la sicurezza dello Stato di Diyarbakır ha dichiarato colpevole il ricorrente e lo ha condannato, senza sospensione, a dieci mesi di reclusione e multa. Il 23 settembre 1998 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna del richiedente. Quest’ultimo ha quindi presentato ricorso per la rettifica della sentenza, che è stato respinto il 2 ottobre 1998. Il sig. Erdoğan è stato quindi privato, ipso jure, del suo mandato di sindaco.»

Attenzione, però. Erdoğan fu liberato in base alla sentenza della Corte? In realtà, in senso stretto, no. Retrospettivamente, si può pensare a una mossa politica per permette allo stesso Erdoğan di fondare un partito più moderato, con cui avrebbe diviso definitivamente il mondo islamista. La Turchia corteggiava anche l’Unione Europea, e voleva suscitare buona impressione. Non solo dunque l’ex-sindaco di Istanbul poté tornare in politica, ma il 14 marzo del 2003 divenne addirittura primo ministro, delineando una situazione surreale. La causa era infatti ancora in piedi e a quel punto Erdoğan cittadino si trovava a chiedere i danni all’Erdoğan primo ministro. 

Ma torniamo al documento. «La Corte nota che il 24 marzo 2003, il rappresentante del ricorrente ha fatto inviare una lettera alla cancelleria, i cui passaggi rilevanti recitano come segue: “(…) Il mio difeso Recep Tayyip Erdoğan non desidera più che le richieste [nn . 47130/99, 25802/02 e 34511/02] citate in calce siano ulteriormente esaminate fino a una sentenza; ritiene necessario ritirarli ai sensi dell’articolo 37 della Convenzione». Esprime però una «sincera espressione della sua gratitudine». Insomma, non riteneva che la Corte avesse sbagliato a farsi gli affari della Turchia. Allora.

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