Ma si può governare così?Conte vuole fare niente da solo, il Pd tanto per cambiare si contraddice

Il presidente del Consiglio propone una verifica di governo per salvare il salvabile. Se in Parlamento maturasse l’ipotesi di un nuovo esecutivo il Nazareno si troverebbe isolato perché ancora non ha preso una posizione

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Ma perché il Pd dovrebbe preferire le urne a un governo qualitativamente migliore del Conte 2? Perché dovrebbe andare a schiantarsi col suo poverello 20% contro una destra che il governo giallorosso non ha minimamente scalfito (perché alla fine il punto è questo)? Perché non dovrebbe seguire l’indicazione del dottor Goffredo (che auspicava «il governo dei migliori») invece di dar retta a mr. Bettini («se cade Conte, elezioni»)?

A parte la sgrammaticatura istituzionale evidente – ma Bettini sa bene che non tocca a lui sciogliere le Camere, e nemmeno al segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti – quella che va colta è un’intima contraddizione nel Pd: da una parte non può non condividere le critiche del leader di Italia Viva Matteo Renzi alle tendenze accentratrici dell’avvocato del popolo, dall’altra non può criticarlo esplicitamente, dunque restando a bofonchiare come quegli invitati a una festa dove non si stanno affatto divertendo.

E suona strano che un consumato tessitore di trame politiche come Bettini non trovi di meglio che abbaiare alla luna minacciando elezioni che in cuor suo non può realisticamente desiderare. È politica, si dirà. Ma l’eccesso di tatticismo e furberie reca più confusione che altro, tanto che adesso non si capisce bene quale sia la posizione vera del Nazareno: provare a imbrigliare Conte? Ipotizzare un nuovo governo? Perché certo è che una cosa il Pd non può chiedere: che tutto continui come prima. D’altronde, a fare da controcanto a Bettini ci ha pensato Andrea Orlando che con eloquio forbito ha rovesciato sul presidente del Consiglio un missile che nella sostanza è simile a quella sganciato da Renzi: Conte «concentra su di sé il vaglio di molto, forse di troppo».

Stavolta il presidente del Consiglio è stato più lesto a reagire alle bordate di Italia viva annunciando in sostanza una verifica di governo. Vedrà prima i singoli partiti e poi si farà il punto tutti insieme. Vuole sfidare Renzi come sfidò Salvini dopo il Papeete: toglimi la fiducia alla luce del sole. Ma la verifica di Natale è quasi un atto dovuto nel momento in cui in pieno Senato il leader di un partito della maggioranza ha sfiduciato un atto così rilevante come la bozza di Piano per la ricostruzione, diventata ormai carta buona per incartarci il pesce.

Sul problema della governance e anche sul merito delle scelte si ripartirà dalla casella del via: non è un’umiliazione del presidente del Consiglio ma certo una lezione di un certo peso, non puoi fare tutto da solo e lui ha capito l’antifona: ragazzi discutiamone. Ed è anche l’inevitabile, provvisoria, conclusione della pugna di questi giorni nei quali Conte ha persino accarezzato l’ipotesi del voto constatando il vuoto intorno a sé, un vuoto improvvisamente apertosi dopo l’offensiva di Renzi. Il quale ha segnato un punto, obiettivamente.

Che cos’abbia in mente il capo di Italia viva, adesso, non è chiaro. Possibile che se le cose dovessero andar male e portare Conte alle dimissioni Renzi lavorerà per un altro governo, magari in sintonia, su questo, con un Di Maio terrorizzato dalle urne e anche con mezzo Pd (anzi, di più) che, contrariamente al decreto Bettini, non ci pensa minimamente a fare il funerale alla legislatura. E se in Parlamento maturasse l’ipotesi di un nuovo esecutivo il Pd si troverebbe isolato. Correndo il rischio di essere il partito che in un momento come questo trascina l’Italia alle urne. È questa la strategia del Nazareno?

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