L’obolo di San PietroIl problema non è il Mes, ma il debito pubblico e la stagnante crescita economica dell’Italia

Le polemiche sull’adesione e sul rinnovo degli accordi del Meccanismo europeo di stabilità non rappresentano le vere criticità del nostro Paese. Per risolverle dovremo investire i fondi del NextGenerationEu nella rivoluzione green, la digitalizzazione e nelle infrastrutture

Afp

Negli ultimi tempi in Italia sono esplose le polemiche sull’adesione e sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Il timore è che il Mes, se attuato, possa stritolare l’economia dell’Italia perché le condizioni per ottenere l’aiuto sarebbero stringenti. Al contrario, la Banca centrale europea è apprezzata perché, acquistando il debito e schiacciandone il rendimento, impedisce che il peso degli interessi scappi di mano. L’intervento, a differenza del Mes, è, in questo caso, senza condizioni.

Da qui la narrazione sovranista: il Mes recita il ruolo negativo e la Bce positivo. Il Mes è la matrigna che mette il nostro Paese con le spalle al muro, mentre la Bce è la fata madrina che lo aiuta. L’Italia è quindi la fanciulla innocente in balia di forze oscure, che si potrebbero manifestare con la Troika.

Da qui la narrazione europeista: il Mes aiuta a uscire da una crisi profonda fornendo i mezzi necessari nonché le regole per non sprecarli. Il Mes è la maestrina supplente dalla penna rossa severa ma benevola. Il Bel Paese è quindi una fanciulla problematica che la maestrina supplente aiuta a guarire. La fanciulla può guarire velocemente per la presenza della Bce, la maestrina di ruolo, che l’aiuta senza farle fare troppi compiti a casa.

Le narrazioni dilagano, ma dietro le stesse agiscono le forze vere dell’economia. Abbiamo ai nastri di partenza l’Italia e l’Europa. Il Mes è un meccanismo che interviene in soccorso di uno o più Paesi se si ha una crisi che trascina con sé il debito pubblico (ma anche il sistema bancario, se in grave difficoltà). Ai nastri di partenza non tutti i Paesi sono nella stessa condizione di fronte all’arrivo di una crisi. Alcuni sono messi meglio, altri peggio. 

L’Italia è messa peggio per il peso del proprio debito pubblico. Non solo è messa peggio per effetto del gran debito, ma è messa peggio anche perché ha un tasso di crescita risicato da molto tempo. Un gran debito e una crescita risicata mettono in grave difficoltà l’economia. Il gran debito sorge decenni fa – negli anni Settanta, con l’estensione dello Stato Sociale privo di un gettito fiscale adeguato. Da allora il debito non è mai sceso per davvero. La crescita risicata dipende anche dal peso delle nano-imprese.

In Italia, su sessanta milioni di abitanti, solo 23 milioni lavorano. I disoccupati ante coronavirus non sono molti – 3 milioni, mentre molti sono gli inattivi sia in età di lavoro – 13 milioni, sia in età non di lavoro – 20 milioni. Quelli che lavorano sono quasi tutti occupati nelle imprese con al massimo dieci dipendenti.

Le imprese italiane di piccola dimensione hanno una produttività inferiore a quelle delle imprese tedesche e francesi della stessa classe, mentre quelle di dimensione maggiore hanno una produttività eguale o maggiore. Dunque il punto non è l’italianità incapace di fare industria e/o l’euro che ci ha rovinati. I salari possono salire stabilmente – e quindi aiutare il finanziamento sia della spesa pubblica attraverso le imposte sia di quella pensionistica – solo se aumenta la scala delle imprese e quindi il valore aggiunto generato dalle stesse.

Segue, come prima conclusione, che l’Italia non è la fanciulla innocente dei sovranisti, e neppure la fanciulla solo problematica degli europeisti. La crisi è in corso ovunque, ma in Italia è aggravata dal gran debito e dalle nano imprese.

Il fabbisogno dello stato da finanziare è pari alle obbligazioni emesse per far fronte al deficit esploso per la crisi, sommato alle obbligazioni che vanno in scadenza. Esso sarà di 500 miliardi di euro sia quest’anno sia l’anno prossimo. Gli acquisti delle istituzioni europee, soprattutto della Bce e in misura ancora modesta del NextGenerationEu, sono pari alla metà. Perciò, se si volesse sostituire l’intervento europeo nel finanziamento del fabbisogno con l’oro per la patria, come adombrano alcuni sovranisti, si dovrebbero trovare ben 250 miliardi di euro quest’anno e l’anno prossimo.

La crisi in corso è una punizione dei nostri peccati pregressi? Sì. Possiamo ancora sperare in una redenzione? Sì, ma dipende. La redenzione si avrebbe secondo alcuni anche investendo oltre ai fondi del Mes, quelli del NextGenerationEu.

Questi fondi, che arriverebbero poco alla volta, sarebbero investiti nell’ordine: nella rivoluzione verde, nella digitalizzazione, nelle infrastrutture, e così via. Questa spesa si articola a partire dal lavoro di trecento esperti scelti fuori dal Parlamento e dai Ministeri e coordinati dalla Presidenza del Consiglio.

A proposito di redenzione, questo modo inusuale di procedere è la versione laica dell’obolo di San Pietro, il fondo che il Papa spende a sua discrezione.

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