Farsa continuaLo stravagante dibattito sul Mes dimostra che non c’è nessuna evoluzione europeista dei grillini

Impigliati nelle loro stesse trame, Bettini e gli altri strateghi del Pd hanno riabilitato persino l’arcinemico Renzi, purché li aiuti a liberarsi del fu «punto di riferimento fortissimo per tutti i progressisti». O perlomeno a ridurlo a più miti consigli

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Ammesso e non concesso che lo sforzo di trasformare la riforma del fondo Salva-Stati nell’ennesima farsa Salva-Governo (votare sì alla riforma del Mes per dire no all’uso del Mes) si riveli sufficiente al raggiungimento dell’obiettivo, è evidente che il prezzo da pagare – anzi, già pagato – a una simile operazione è tutt’altro che esiguo, con un presidente della Camera (la terza carica dello Stato) e un ministro degli Esteri che ribadiscono pubblicamente la loro contrarietà al Meccanismo europeo di stabilità. Perché lo capiscono tutti, in Europa quanto in Italia, che i motivi di tale insuperabile contrarietà hanno ben poco a che fare con i tecnicismi accampati come scuse dai grillini.

La sola idea di una discussione tra Roberto Fico e Luigi Di Maio sull’«effetto stigma» o le «condizionalità implicite» del fondo Salva-Stati è credibile quanto un dibattito sul principio di indeterminazione di Heisenberg tra Franco Franchi e Ciccio Ingrassia (intesi naturalmente come i personaggi da loro interpretati, e con il rispetto dovuto a due comici capaci comunque di eccellere nel proprio ruolo, a differenza di Fico e Di Maio).

Con tali dichiarazioni – cui bisognerebbe aggiungere l’incredibile flusso di coscienza emesso domenica in diretta tv dal capo politico Vito Crimi, troppo contorto e troppo sconnesso per essere sintetizzato in alcun modo e pertanto integralmente riportato in coda al presente articolo – cade l’ultimo velo sulla presunta evoluzione europeista del Movimento 5 stelle. Nonché la principale giustificazione non tanto della scelta di formare il governo (che ne aveva perlomeno un’altra: evitare di consegnare i «pieni poteri» a Matteo Salvini), quanto della strategia politica che mirava a trasformare la maggioranza nell’embrione di un «nuovo centrosinistra».

E proprio a partire dalla comune difesa della collocazione del paese in Europa: la famosa «maggioranza Ursula», come la battezzò Romano Prodi, con una certa dose di cautela e anche di astuzia. Doti che lo hanno indotto a benedire tra i primi l’operazione ma anche a squagliarsela tra i primissimi, a differenza dei meno cauti e molto meno astuti dirigenti del Partito democratico. I quali da allora non hanno fatto altro che cedere a ogni impuntatura politica e programmatica dei cinquestelle, chiedendo in cambio come unica contropartita una vaga promessa di matrimonio: la futura «alleanza strutturale» (aggettivo peraltro piuttosto incongruo per un’alleanza, ma perfetto per un cedimento).

Ora però che il conto dei disastri combinati da Giuseppe Conte minaccia di farsi più pesante del previsto, dalla gestione della pandemia a quella dell’economia, ecco che i suddetti dirigenti non sanno più come trarsi d’impaccio. E si sono talmente avviluppati nelle loro stesse trame – aspiranti burattinai cui sembra si siano di colpo «intrecciati i diti» – da essere corsi a riabilitare persino l’arcinemico Matteo Renzi, promuovendolo sul campo padre nobile della sinistra, purché li aiuti a liberarsi del fu «punto di riferimento fortissimo per tutti i progressisti». O perlomeno a ridurlo a più miti consigli.

Per l’occasione, Renzi è stato invitato nientemeno che al grande dibattito organizzato dalla fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema sull’ennesimo «cantiere» dell’immancabile nuovo partito della sinistra.

Sì, avete capito bene: quelli che neanche tre anni fa hanno promosso una scissione dal partito unitario che c’era già (il Pd) per costruirne uno nuovo e ovviamente non meno unitario (Articolo 1) al solo scopo di non restare con Renzi nel partito unitario precedente, hanno invitato Renzi, che nel frattempo ha promosso pure lui una scissione per farsi il suo piccolo partito a parte (Italia viva), a discutere di come costruire un nuovo grande partito unitario della sinistra (insieme con Nicola Zingaretti, ovviamente).

Il bello – anzi, lo stupendo – è che a suggerire questa mossa impensata (loro direbbero senz’altro «del cavallo», perché la fantasia linguistico-espressiva è l’unica cosa che li unisca davvero), pare sia stato Goffredo Bettini, cioè il principale teorico, diciamo ex aequo con Dario Franceschini, della famigerata «alleanza strutturale» con i cinquestelle. «Inesorabile», come l’ha definita Franceschini in quella stessa occasione (e qui forse il problema è più freudiano che linguistico), dicendo tra l’altro che a renderla tale è il fatto che Pd e Movimento 5 stelle avrebbero «valori comuni». Tesi smentita, oltre che dall’intera esperienza di governo precedente, da tutte le dichiarazioni e interviste grilline di questi giorni, in cui è evidente la fermissima intenzione di presidiare il campo populista (e antieuropeo) dalla concorrenza leghista e fratellista. Ma la prima smentita alla tesi viene proprio dagli stessi teorici della comunanza di idee e valori tra grillini e democratici, che al momento di aprire il grande dibattito sul futuro della sinistra, giustamente, si sono ben guardati dall’invitare Luigi Di Maio, Danilo Toninelli o Vito Crimi a discuterne con loro.

Ed è un vero peccato, perché personalmente avrei pagato oro per osservare i loro volti su zoom, mentre Crimi diceva qualcosa di simile a quello che ha detto domenica su Raitre, ospite di Lucia Annunziata, per spiegare la posizione del Movimento 5 stelle sul Mes. Spiegazione che ho puntigliosamente trascritto, parola per parola, senza nulla togliere né aggiungere né correggere, e che lascio qui, in conclusione dell’articolo, come perpetuo monito alle future generazioni e a tutti prossimi direttori di cantieri più o meno unitari della sinistra.

Queste le testuali parole di Vito Crimi, attuale capo politico del Movimento 5 stelle, pronunciate domenica scorsa.

«Noi siamo contrari all’utilizzo del Mes, perché lo riteniamo uno strumento obsoleto, uno strumento anacronistico, che non ha funzionato, doveva funzionare nelle crisi dei paesi e in quest’anno, evidentemente, se abbiamo dovuto trovare altri strumenti, ha dimostrato che non era lo strumento adeguato, come il presidente Conte ha più volte rappresentato. Detto questo, questa riforma è una riforma che parte da oltre quattro anni e cerca di cambiare questo Mes. Non ci piace la riforma, anche questo vorrei chiarire, perché qualcuno pensa: abbiamo detto sì alla riforma. No, questa riforma non ci piace. Ma mentre a dicembre del 2019 potevamo permetterci di fare un ragionamento e dire: questa riforma non ci piace e quindi assolutamente no, oggi siamo dopo un anno in cui abbiamo una crisi pandemica che ha investito tutta l’Europa, un anno in cui l’Europa ha dimostrato di essere in grado di mettere in campo strumenti nuovi, il Recovery fund e tutte le altre, patto di stabilità sospeso, la Bce che acquista i titoli di stato, quindi tutta una serie di misure, dimostrando quindi anche, diciamo, l’inefficacia dello strumento Mes. Quindi oggi noi dobbiamo guardare avanti, dobbiamo guardare alle cose che possiamo fare dopo. Per cui questa riforma è un modo un po’ per chiudere un capitolo e abbandonare questo vecchio Mes, ma anche questo nuovo, che ripeto non è che cambi molto, non ci piace, neanche in questa nuova configurazione, per parlare di futuro, per parlare di quelli che sono i nuovi strumenti. Questo Mes va riformato definitivamente, completamente, per trasformarlo in un’altra cosa».

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