Gli amici cavillistiLe feste dei ligi-a-parole che hanno violato tutte le regole possibili dichiarando di non violarne alcuna

In questi giorni c’è un catalogo di italiani che ha disegnato un mondo dove i disattenti al virus sono sempre gli altri, gli evasori fiscali sono sempre gli altri, i parcheggiatori in doppia fila sono sempre gli altri. E loro invece hanno deciso di potersi permettere ogni cosa

AP Photo/Daniel Cole

Non ho amici antivaccinisti. Neanche uno. È un limite così enorme che, per sapere come la pensano là fuori, sono iscritta a tutti i gruppi Facebook di picchiatelli convinti che Bill Gates voglia installarci un microchip sforacchiandoci sotto una petunia di Arcuri (Domenico, no Manuela). 

Ho amici che, come diceva Guccini, «Per fortuna o purtroppo, ci tengono alla faccia». E quindi dicono che certo, bisogna rispettare le regole, certo, non bisogna andare in giro, certo, ci vuole disciplina, sacrificio, carattere, fisarmonica. 

I miei amici non sono come quel mio vicino che il 24 ho sentito conversare col portiere di come sarebbe stata la loro cena della vigilia, «No ma tanto la sala da pranzo è grande, non stiamo vicini», «Bisogna stare attenti a non scambiarsi i bicchieri», mentre riflettevo sulla fortuna d’esser sempre stata schifiltosa e di preferire morire di sete che bere da un bicchiere altrui. 

I miei amici non sono come tutti quelli che ho visto le due volte che sono uscita di casa nell’ultimo mese, e che tutti, tutti, tutti avevano la mascherina sotto il naso, che sono arrivata a ritenere sia una forma di disturbo cognitivo, se non sai tenerti la mascherina sul naso devono darti l’accompagno, se quando qualcuno (io, ovviamente) ti dice di stringere il ferretto così non ti scivola rispondi «Eh ma così mi sento soffocare» devono toglierti il diritto di voto. 

I miei amici sono ligi alle regole, non parcheggiano in doppia fila, non evadono le tasse, non violano la legge. Ho quindi catalogato come hanno passato le feste – quelle che per fortuna adesso finiscono e si torna al caro vecchio «non potete allontanarvi più di 200 metri da casa», così possiamo lamentarci che ci trattino come bambini – i miei amici ligi. 

Il catalogo è questo. 

Amico che vive a Milano da vent’anni (prima viveva a Roma), figli nati e cresciuti a Milano: i suoi social erano pieni di foto liguri. Ma allora siete scemi, gli ho detto (il plurale era per lui e la moglie). Sono in regola, ho la residenza qui, mi ha risposto senza traccia d’ironia. Segue conversazione in cui io dico che pure buttarsi dalla finestra è in regola, ci si aspetta che gli adulti capiscano che una regola che serve a tutelarli non va aggirata attaccandosi ai cavilli; e lui mi dice che sto invecchiando male (smentisco: ero odiosa pure da giovane, forse persino peggio). 

Amica che vive a Roma da quindici anni, telefonata del 26 dicembre: sono tornata oggi, pazzesco, non c’è nessuno in giro. Non so: sarà forse perché oggi non si poteva andare in giro? Segue dibattito di giorni in cui ella cambia circa sessantadue volte la scusa per cui improrogabilmente il 25 doveva andare a mangiare i tortellini nella città d’origine. 

Prima scusa: «I giornalisti possono viaggiare per lavoro». Tu non viaggiavi per lavoro, viaggiavi per i tortellini. Trentacinquesima scusa: «Se hai un congiunto anziano che ha bisogno d’assistenza è consentito». Il congiunto ha la badante. «E l’assistenza spirituale dove la metti?». Sessantaduesima scusa: «E comunque io ho la residenza lì». Certo, come quell’altro. 

Vorrei sapere cosa dice il cervello ai legislatori che prevedono un’eccezione agli spostamenti in caso di residenza: non vivono anche loro in una repubblica fondata sul non crescere mai e sull’arrivare a sessant’anni ancora percependosi fuori sede e avendo la residenza altrove? (Non che lo facciano per non pagare tasse sulla casa di proprietà al paesello, per carità: i miei amici sono ligi). 

Risiedono tutti altrove, tranne un amico calabrese che vive a Milano e, incredibile, ci ha preso la residenza. Quando, il 27 dicembre, si è instagrammato in aeroporto, io – autonominatami vigilante di tutte le trasgressioni, il che mi ha reso popolarissima tra gli amici – gli ho chiesto dove diavolo andasse. Sono giorni in cui non ci si può spostare, puntesclamativo. «Sono tornato a Milano, per tornare alla residenza ci si può muovere sempre». E allora era prima che non potevi partire, ho sbuffato. Venendo però zittita dall’unica vera forma di governo italiana: il cavillo. «Sono partito il 20, era tutta zona gialla, erano consentiti anche i tornei di sputo in bocca». 

A capodanno, mentre la moglie dell’amico milanese instagrammava dalla Liguria la figlia precisando che si era tolta la mascherina solo per farsi fare la foto dal fratello, ma per carità a distanza di sicurezza (tipo il portiere in sala da pranzo), un altro amico milanese mi diceva che non riusciva a scaricare un video. «Qui c’è poca banda» «Ma dove sei?» «Al lago». Non avevo neanche più la forza di obiettare, mentre quello mi parlava dei giorni rossi, dei giorni arancioni, dello stato di necessità (la necessità di stappare lo schiumante in un codice postale diverso). 

Il guaio naturalmente sono i social. Se tutti questi ligi-a-parole resistessero alla tentazione d’immortalarsi mentre cavillano sull’arcobaleno delle zone e delle date, io non saprei niente e non avrei crisi isteriche: app non vede, cuore non duole. E invece s’instagrammano come degli invasati, spiegando nelle didascalie che stanno attentissimi. 

Esasperata da questi giorni in cui i disattenti al virus sono sempre gli altri, gli evasori fiscali sono sempre gli altri, i parcheggiatori in doppia fila sono sempre gli altri, ieri ho chiamato un’amica ligia. 

Lei mi ha detto che faccio bene a incazzarmi ogni volta che, su Instagram, vedo qualche cena di gente che si affretta a specificare «Siamo tutti tamponati» (ci mancava solo l’entrata di questo termine, nel nostro già infelice lessico). Tamponati quando?, mi ha spiegato che devo chiedere. Mica vale se il tampone non è d’un quarto d’ora prima. 

«Li faccio io», ha continuato con una certa fierezza, spiegandomi poi d’essersi procurata tamponi onde organizzare cene a casa. Gli ospiti arrivano, lei li fa andare in terrazza, lì li tampona e, se negativi, li fa sedere a tavola. «Mi dicono che non ho la mano delicatissima, ma se vogliono venire a cena così è. “Ho fatto il tampone ieri” a me non basta, da ieri puoi aver incontrato chiunque». 

Spero che anche Yasmina Reza abbia un’amica così, l’unica pièce sul virus che voglio leggere è una sua intitolata “La cena dei tamponati”, con crisi isterica di quelli che non vengono fatti sedere a tavola perché non superano il test, e si pentono d’essere andati in giro a infettarsi a Natale e di dover per questo ora rinunciare a quello splendido pâté. Ligia e crudele, la padrona di casa li manda via rifiutando loro anche una porzione da asporto.

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