Gli influencer dei bossIl Financial Times denuncia la svolta social della mafia

Le nuove piattaforme tecnologiche permettono di radunare nuove leve, consolidare la narrazione e affermare la propria presenza online. È quello che fa la pagina di Vincenzo Torcasio, arrestato per omicidio, qui fino al 2017 attaccava i magistrati e postava massime su lealtà e amicizia

da Facebook

Una pagina Facebook (purtroppo) come tante: si intitolava “Onore è dignità” e pubblicava frasi motivazioni, cuori e fiori, citazioni di Paulo Coelho e, ancora, fiori e cuori. Poi il flusso dei suoi post si è interrotto perché il suo gestore, un boss della mafia, era stato condannato a 30 anni per omicidio. L’ultimo saluto era una buonanotte.

È un caso indicativo. Vincenzo Torcasio, alias Giappone, boss della ’Ndrangheta di Lamezia Terme, tra i protagonisti di una decennale faida tra famiglie della città, prima di venire condannato per omicidio, ha costruito, dal 2012 al 2017 un pulpito social.

Per i suoi 15mila follower (mentre 18mila hanno messo like) emanava considerazioni sul mondo, immagini preconfezionate di rose, citazioni dalla Costituzione (usata per controbattere agli esiti giudiziari del processo “Andromeda”) e frasi a metà tra il cioccolatino Perugina e l’avvertimento: «Posso chiamare amico solo a (sic) chi mi è rimasto accanto anche quando le cose andavano male». O «Se il passato ritorna a cercarti, tu cerca di evitarlo. Non c’è spazio per chi ti ha voltato le spalle».

È un codice di raccomandazioni, un elenco di massime di vita che rispondono a una mentalità precisa, quella della criminalità, che sembra interessare alcuni dei follower. Quando non citano Paulo Coelho e non contestano i provvedimenti giudiziari, i post si concentrano sul concetto di «amicizia», più vicino alla sfera della fedeltà che a quello degli affetti. Travisate, se non del tutto ribaltate, sono anche le nozioni di «verità» e «onestà», che pure vengono richiamate nella pagina.

Il fenomeno, secondo alcuni esperti sentiti dal Financial Times, è logico e altro non è che la normale prosecuzione dell’attività mafiosa sui mezzi tecnologici. Serve a mantenere viva la propria presenza, affermare le posizioni di pensiero, ribadire i dogmi del comportamento e, in un certo senso, curare il brand.

Non vuol dire rendere cool la mafia (la pagina non lo è per niente e, come si scrive qui, per quello c’è TikTok), ma investire nella reputazione. Di fronte al rischio minimo di essere individuati dalle forze dell’ordine, c’è il vantaggio di essere riconosciuti e perciò temuti.

Come spiega al giornale britannico il professor Federico Varese, criminologo e docente all’Università di Oxford, l’utilizzo dei media da parte degli appartenenti alle criminalità mafiose non è una novità e non deve stupire.

Prima di tutto, spiega, la conseguenza è pratica: «diminuisce la necessità di ricorrere alla violenza, che attira attenzioni fastidiose». In questo modo, chi interagisce con un mafioso «sa che fa sul serio» e non ignora cosa lo aspetta.

È un investimento intangibile che si traduce in maggiore obbedienza, controllo del territorio e silenzio. L’intimidazione, in altre parole, prosegue con la sola presenza social.

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