Rischio estradizioneCarles Puigdemont è a un passo dal perdere l’immunità parlamentare

La commissione giuridica del Parlamento Europeo ha votato per revocare la protezione ai tre eurodeputati indipendentisti. La decisione dovrà essere confermata dal resto dell’emiciclo in seduta plenaria

LaPresse

Il cerchio si stringe attorno a Carles Puigdemont, Toni Comín e Clara Ponsatí, i tre eurodeputati catalani protagonisti del tentativo di secessione dalla Spagna nel 2017. La commissione giuridica del Parlamento Europeo (JURI) ha votato a favore della revoca dell’immunità parlamentare, che al momento tiene bloccato il mandato d’arresto europeo pendente sulle loro teste. Per la revoca definitiva sarà necessario un altro voto, quello dell’intero Parlamento Europeo riunito in seduta plenaria. Ma allo stato attuale delle cose, ribaltare il verdetto appare proibitivo è molto difficile.

La commissione JURI ha approvato il rapporto sul tema, preparato dal deputato bulgaro Angel Dhambazki, con 15 voti a favore, otto contrari e due astensioni. Nessuna sorpresa, visto che fra i suoi membri siedono cinque parlamentari spagnoli, tra cui il presidente Adrián Vázquez Lázara, che avevano assicurato il loro appoggio alla mozione. Gli eurodeputati appartengono alle delegazioni di Partido Popular, Partido Socialista e Ciudadanos e avrebbero fatto opera di convincimento su molti colleghi dei propri gruppi politici, rispettivamente Partito Popolare Europeo, Socialisti & Democratici e Renew Europe. 

Questi gruppi, uniti, rappresentano la maggioranza assoluta dell’emiciclo, che si esprimerà sul caso la seconda settimana di marzo. Se voteranno compatti a favore della risoluzione, ai deputati separatisti verrà tolta l’immunità. «Non ci facciamo illusioni: è un errore creare aspettative sul risultato finale, che sarà quasi sicuramente negativo» afferma a Linkiesta Toni Comín. «Ma ogni voto è importante, per noi conta anche quanti deputati si opporranno alla richiesta».

Dalla parte dei tre si schiererà quasi sicuramente il gruppo della Sinistra, come ha assicurato la sua co-presidente, Manon Aubry, denunciando la «dimensione politica» del voto. Anche la famiglia Verdi/Ale, di cui fanno parte molti eletti di partiti separatisti o autonomisti d’Europa, potrebbe dare il suo appoggio agli accusati. Il verde tedesco Sergey Lagodinsky ha rivendicato il suo voto contrario in commissione e i due deputati catalani del gruppo, Diana Riba e Jordi Solé, faranno campagna per il No in plenaria. 

Troppo poco, comunque, per sperare in una remuntada. Sinistra e Verdi insieme contano poco più di 100 deputati sui 705 totali ed è difficile aspettarsi soccorso dai gruppi dell’estrema destra riuniti in Identità e Democrazia o nei Conservatori e Riformisti Europei: fra questi ultimi si registra anche la paradossale convivenza dei nazionalisti spagnoli più acerrimi dell’emiciclo, i membri di Vox, e degli agguerriti sostenitori della causa catalana, i belgi della Nuova Alleanza Fiamminga, anch’essi desiderosi di una secessione dal proprio Paese.

Le residue speranze di rompere il fronte del Sì alla revoca poggiano sulle singole coscienze dei parlamentari, fa notare Comín. «Non si tratta di manifestare simpatia o meno verso il nostro progetto politico. Si tratta di diritti e libertà d’espressione: un politico davvero democratico non può votare a favore di questa richiesta». L’eurodeputato auspica un’alzata di scudi in Parlamento contro quello che ritiene “un caso di persecuzione politica”. «È una giornata nera per la democrazia europea. La passività dell’UE di fronte alla questione catalana danneggia seriamente la sua immagine. Non mi meraviglia il trattamento subito da Borrell a Mosca: come possiamo essere un riferimento per i diritti umani nel mondo quando in un Paese europeo si perseguitano in modo autoritario i dissidenti?»

Gli standard democratici dell’UE vengono richiamati anche in una conferenza stampa allestita dai politici catalani per perorare la propria causa. «Le autorità spagnole vogliono metterci in prigione prima del giudizio. Se la decisione del Parlamento si baserà strettamente su motivi di diritti fondamentali, vinceremo questa partita. Se invece sarà condizionata dalla pressione dello Stato spagnolo, la perderemo», le parole di Carles Puigdemont, sicuramente il personaggio centrale di questa vicenda.

Puigdemont era presidente della Generalitat de Catalunya, il governo regionale che il primo ottobre 2017 celebrò un referendum per la secessione della Catalogna dalla Spagna e la proclamò ufficialmente il 27 ottobre. Alla Dichiarazione unilaterale d’indipendenza, il governo di Madrid rispose sciogliendo la Generalitat, di cui facevano parte anche Toni Comín e Clara Ponsatí, consiglieri rispettivamente alla Salute e all’Educazione. Buona parte di quel governo lasciò la Spagna, evitando così il processo che nel 2019 condannò a 13 anni di carcere il vice-presidente di Puigdemont, Oriol Junqueras, e a oltre dieci anni altri consiglieri e la presidente del Parlament catalano Carme Forcadell.

Puigdemont, insieme a Comín e ad altri due membri del suo esecutivo, riparò in Belgio, mentre Ponsatí si rifugiò in Scozia. Da allora, nonostante varie vicissitudini giudiziarie e svariati mandati d’arresto europei, la giustizia spagnola non è riuscita a mettere le mani su nessuno dei tre. Puigdemont e Comín sono stati eletti al Parlamento Europeo nel maggio 2019, mentre Ponsatí è subentrata nel febbraio 2020, occupando uno dei seggi supplementari riservati alla Spagna dopo la Brexit.

Immunità no, estradizione forse
Salutata con favore da chi vorrebbe vedere Puigdemont e i suoi sodali sul banco degli imputati in Spagna, la revoca dell’immunità parlamentare non comporta tuttavia la perdita automatica del seggio né significa necessariamente l’estradizione. In primis, perché i tre europarlamentari sono pronti a ricorrere contro il provvedimento di fronte alla corte di Giustizia Europea, che potrebbe anche annullare l’intero processo e restituire loro l’immunità, nel caso ritenesse violati i diritti dei soggetti coinvolti. 

Ma soprattutto, quella che si giocherà nei tribunali belgi sarà tutta un’altra partita rispetto a quella comunitaria. Una volta tolta l’immunità, si riattiva il processo del mandato d’arresto europeo, che prevede in casi come questo il via libera da parte di un giudice locale. Un dettaglio non di poco conto, visto che in un recente caso analogo la giustizia belga ha negato a quella spagnola il permesso di processare Lluís Puig, un altro dei consiglieri della Generalitat “ribelle” riparato all’estero nel 2017. 

«I magistrati si sono opposti all’estradizione perché il Tribunal Supremo, l’organo giudiziario spagnolo che l’ha richiesta, non è a loro giudizio competente per farlo. In più, viene messa in dubbio la presunzione d’innocenza a cui l’imputato avrebbe diritto in Spagna», spiega a Linkiesta Toni Comín. Una sentenza che a rigor di logica potrebbe applicarsi anche allo stesso Comín e a Puigdemont, destinatari del medesimo mandato d’arresto europeo di Puig, anche se con un capo d’imputazione aggiuntivo, il delitto di sedizione. 

Al di là della controversia giudiziaria, che tra tutti i gradi di giudizio richiederà parecchi mesi, il voto del Parlamento Europeo sarà inevitabilmente letto anche come un rilevante messaggio politico da Bruxelles a Barcellona. Bloccati in un lungo stallo, senza nessun rilevante appoggio dall’UE alla propria causa, gli indipendentisti catalani manifestano da sempre la speranza di trovare alleati all’interno dell’emiciclo comunitario. Se i colleghi degli altri Paesi volteranno loro le spalle in questo delicato frangente, è difficile che ne sosterranno le istanze in futuro.

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