Aprire il museoJR è il primo che tenta di rispondere alla domanda su come sara l’arte dopo il Covid

“La ferita” che squarcia Palazzo Strozzi, com’e nelle corde del suo autore, è di grande impatto ma di senso teorico non profondissimo. Eppure, in un contesto in cui non è ancora nata un’opera che sia davvero specchio e riflessione intelligente su ciò che stiamo vivendo, è un primo intervento in questa direzione

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Photo by JR

Una ferita, uno squarcio, una frattura, una faglia. È di JR l’opera più fotografata, instagrammata, postata e discussa in questi giorni. A musei ancora una volta chiusi, dopo i timidi tentativi di ripartenza subito bloccati, l’artista francese ha inventato questa gigantesca installazione sulla facciata esterna di Palazzo Strozzi a Firenze, la stessa che alcuni anni fa ospitò i discutibili gommoni di Ai Weiwei.

Con la consueta tecnica da trompe-l’oeil illusionistico, JR ha invertito il significato di “dentro” e “fuori”, attribuendo alla potentissima immagine di bianco e nero il simbolo della cultura artistica che esplode, non si rassegna, riconquista quello spazio negatole ormai da oltre un anno.

JR è molto amato soprattutto dal pubblico giovane, ma rispetto al suo competitor Banksy ha un volto e un’identità che non cela dietro la scelta delle due lettere “ispirate” al cattivo di Dallas, anche se non si toglie mai gli occhiali neri. E mentre Banksy agisce in maniera indipendente rispetto al mercato ufficiale, JR è rappresentato da uno dei galleristi più potenti d’Europa, Emmanuel Perrotin (lo stesso della banana di Maurizio Cattelan) e ha ottenuto il riconoscimento dell’élite intellettuale dopo che la regista Agnès Varda ha lavorato con lui nel film “Visages Villages” (2017), documentando il loro viaggio per la Francia rurale alla ricerca di storie e facce da raccontare.

Chi lo stima gli attribuisce un autentico moto sociale nei suoi lavori, chi lo critica gli rinfaccia la magniloquenza e il kitsch; certo è che le sue immagini sono semplici, dirette, arrivano subito al pubblico e grazie ai social moltiplicano l’effetto e di conseguenza la fama, cosa che spesso fa storcere il naso ai puristi.

Fatte salve tali considerazioni, JR a Palazzo Strozzi ha posto il problema e tentato una risposta: come sarà l’arte dopo il Covid? Avremo ancora voglia di visitare le mostre, fare shopping alle fiere internazionali? E, soprattutto, quali conseguenze ci saranno sull’opera e che cosa faranno gli artisti?

Giustamente, Massimiliano Tonelli, negli scorsi giorni su Artribune, si è interrogato proprio su quest’ultimo punto, che fine hanno fatto gli artisti?, lamentandone l’assenza. Se infatti il sistema tutto è corso dietro la digitalizzazione per non perdere pubblico e studiare strategie alternative di comunicazione, nell’ultimo anno non è ancora nata un’opera che sia davvero specchio e riflessione intelligente su ciò che stiamo vivendo. L’intervento di JR a Firenze può essere allora considerato il primo – di grande impatto, ma non di profondissimo senso teorico, com’e nelle sue corde.

In diversi mi hanno chiesto – e lo si domanda in genere agli esperti d’arte che non vedono l’ora di dire la loro sul futuro – come potrà essere l’arte post Covid. E io rispondo che non lo so e che bisognerà attendere due anni per capire l’effetto e la scia. L’arte ha sempre reagito agli stimoli della storia, talvolta anticipandoli (i Futuristi erano interventisti), talaltra riassumendoli (la pittura informale si sviluppa sul dramma della Seconda Guerra Mondiale). E non ci sarebbero state Arte Povera, Land Art, architettura radicale senza il Sessantotto.

I primi effetti della lunga crisi economica iniziata nel 2008 sono stati l’abbattimento dei costi di produzione per realizzare le opere, il ricorso a materiali di riciclo e usati (e qui c’entra anche la sensibilità ambientale sempre più necessaria), l’imporsi di uno stile anti-monumentale, anti-retorico. E il primo motivo di tutto ciò è che davvero erano finiti i soldi, tranne che per i più ricchi e potenti.

Di solito l’arte ha bisogno di riflettere e far sedimentare i propri ragionamenti, a meno di  chiamarsi Picasso cui sono bastati pochi mesi dopo il fatto reale – la tragedia di Guernica – per licenziare il proprio capolavoro nonché il dipinto più importante del Novecento. Trasformare la cronaca in paradigma è cosa da pochi, infatti molti artisti non si staccano dalla contingenza – quanti lavori dedicati alle Twin Towers subito dopo l’11 settembre, quanti sulla Guerra del Vietnam, sul dramma dei migranti e l’elenco non si esaurisce certo così.

Pur partendo dal fatto notorio, JR prova un passo avanti attraverso un’opera destinata a mettere un punto tra il prima e il dopo. Immagine spettacolare e magniloquente che non esaurisce una riflessione più approfondita e il nostro interrogarci continuamente: che cosa sarà dell’opera dopo ciò che stiamo vivendo?