Contro le democratureIl lato peggiore della Polonia raccontato dall’attivista Marta Lempart

La leader di Ogólnopolski Strajk Kobiet in esclusiva a Linkiesta: «Il problema principale dell’attuale governo polacco non è solo il fatto che sia antifemminista o conservatore, ma che sia costituito da degli incompetenti»

LaPresse

Marta Lempart risponde da una casa che non è la sua, al suo appartamento non va più, le hanno appeso alcun striscioni di insulti davanti alla porta, picchettano la strada e a volte le urlano minacce sotto la finestra «non più è sicuro stare lì» racconta. La co-fondatrice di “Ogólnopolski Strajk Kobiet”, lo sciopero nazionale delle donne che sta scuotendo la Polonia dopo il contestato cambio di legislazione, che rende di fatto illegale l’aborto anche nel caso di malformazioni fetali, è stata inserita dal Financial Times tra le 20 donne più potenti al mondo. 

Recentemente imputata di manifestazione illegale, oltraggio a pubblico ufficiale e violazione delle norme sanitarie per la pandemia che potrebbero costarle oltre 8 anni di carcere, Lempart racconta come il governo di Varsavia abbia intrapreso una battaglia ideologica su cui si sta giocando una grossa fetta di popolarità.

«Il problema principale dell’attuale governo polacco non è solo il fatto che sia antifemminista o conservatore, ma che sia costituito da degli incompetenti» attacca Lempart, «spesso mi viene chiesto di spiegare la loro tattica o analizzare le loro scelte, ma io sono sempre sempre più convinta che non siano in grado governare ma che credano di poter fare tutto ciò che vogliono e questa è una minaccia per lo stato di diritto in Polonia. La corte costituzionale che ha decretato la revoca della legge sull’aborto in gennaio è una corte illegale, il partito di governo ha imposto come membri due ex deputati, che non hanno qualifica di giudici, per garantirsi il controllo. Così è completamente saltata l’indipendenza del potere giudiziario».

Il premier Mateusz Morawiecki ha difeso la nuova norma concedendo ai giornalisti un provocatorio: «per avere libertà di scelta è necessario prima avere una vita». Agli attacchi della Commissione, tra cui la Commissaria all’uguaglianza Helena Dalli che in un intervento al Parlamento europea ha sottolineato come la nuova legge comporterebbe un rischio concreto di violazione dei diritti degli individue e dello stato di diritto, Morawiecki ha ricordato che la politica sanitaria è di esclusiva competenza degli stati membri, per poi attaccare i dimostranti colpevoli, a suo parere, di aumentare il rischio di trasmissione del virus con i loro eventi di piazza.

Sul nervosismo del premier Lempart commenta: «Ciò che sta facendo perdere le staffe al PiS (Diritto e Giustizia, il partito di governo) è che una fetta sostanziale del loro elettorato non li segue in questa forzatura ma anzi supporta la nostra lotta. Pensavano di farla franca e invece quasi il 20% dei loro elettori si è rivelato contrario a questa scelta. I polacchi vedono i loro politici ritardare sulla gestione della pandemia, fallire nella creazione di un sistema di aiuti e usare il loro tempo per impedire l’accesso all’aborto alle donne. Il PiS si sta scollando dal Paese e sempre di più sono evidenti le loro incapacità».

L’attivista per i diritti della donne racconta di essere impegnata nel sociale sin da piccola. Figlia di un importante logopedista fondatrice della più grande associazione di aiuto ai bambini sordo muti in Polonia, Lempart è attiva nel sociale sin da giovane ed è coautrice dell’accordo nazionale sull’uso del linguaggio dei segni in Polonia. Dal 2017 è impegnata nella battaglia per la difesa dei diritti riproduttivi e della condizione delle donne polacche: «L’impegno è nato come risultato dell’attacco sistematico del governo conservatore guidato da Morawiecki ai diritti delle donne – spiega la donna -, iniziato con il divieto della fecondazione in vitro, continuato con la sospensione dell’accesso ai contraccettivi d’emergenza, il taglio dei fondi alle organizzazioni che si battono contro la violenza domestica e infine la revoca, circa un mese fa, della legge sull’aborto».

Il 24 febbraio Marta Lempart ha parlato in diretta streaming all’Europarlamento, ha raccontato dei diritti delle donne calpestati, della discriminazione di genere in Polonia e degli attacchi ai manifestanti. Ma non si è fermata li, ha sottolineato l’attacco sistematico allo stato di diritto in Polonia, ha accusato l’ex primo ministro Jarosław Kaczyński di aver fatto pressioni sulla corte costituzionale e ammonito gli eurodeputati che «se perdiamo il rispetto dello stato di diritto in Polonia, l’indipendenza del potere giudiziario, allora perdiamo tutto e tutto diventa possibile». Alla richiesta di quale fosse il suo obiettivo nel rivolgersi all’Europarlamento, la risposta è secca: «far si che la Commissione usi la clausola sullo stato di diritto e blocchi i fondi a Varsavia facendo crollare la coalizione di governo».

In gennaio Ogólnopolski Strajk Kobiet ha portato in piazza oltre 400.000 persone e ha costruito un sistema capillare di coordinamento che si estende dai grandi centri alle piccole città. L’utilizzo delle proteste pacifiche e dello sciopero di genere sono le tecniche più d’impatto del movimento. Agli uomini e le donne che sono scese in piazza Lempart chiede di non perdere la motivazione, le revisione della decisione da parte della corte costituzionale, o della composizione della corte stessa, è un obiettivo vicino e possibile, magari con più pressione da Bruxelles. La prossima iniziativa è prevista l’8 marzo, la festa delle donne, quando ci saranno proteste in tutte le grandi città polacche. «In questi giorni vedo spesso in tv uno spot sul lancio di un nuovo canale femminile che inizierà a trasmettere proprio in occasione dell’8 marzo, sono tutte donne con un taglio di capelli anni ’50 che cucinano e puliscono casa, non so chi ha avuto questa brillante idea, ma questa è la mentalità di chi ci governa».

Continuano nel frattempo i casi di maltrattamenti e persecuzioni ai danni dei militanti. Nel mirino specialmente gli attivisti LGBTIQ, vittime della campagne di discriminazione che hanno portato alla dichiarazione delle LGBTfree zone da parte di alcuni comuni amministrati dai conservatori, e alla denuncia di alcuni manifestanti – che portavano la bandiera arcobaleno – per “offesa alla chiesa” e “turbamento della quiete pubblica”.

Lempart non risparmia critiche pesanti all’informazione e ai media di stato: «Dalla televisione pubblica in Polonia puoi aspettarti di tutto, noi abbiamo deciso di non far più entrare i loro giornalisti alle nostre conferenze stampa. Stanno costruendo una campagna d’odio contro il nostro movimento, contro di me ed altre persone, e le campagne d’odio spesso perdono il controllo, abbiamo ben presente le oltre mille trasmissioni dedicate a calunniare Adamowicz, il sindaco liberal di Danzica, poi ucciso a coltellate fuori da un teatro nel 2019», spiega la donna. 

Sugli svariati attacchi a mezzo stampa alla sua vita privata Lempart risponde col sorriso: «I media polacchi utilizzano spesso incisi per descrivere il fatto che vivo con un’altra donna, io sono lesbica, ho fatto coming out diversi anni fa e che la cosa si sappia non mi turba anzi». La sua compagna, Natalia Pancewicz, è un altro dei soci fondatori di “Ogólnopolski Strajk Kobiet”. «Quello che mi fa ridere è che insistendo su questo dettaglio in realtà stanno normalizzando la cosa agli occhi del Paese, anche su questo sembrano incapaci di capire quello che fanno», conclude Lempart.

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