Valorizzare l’originalitàCome lo Stato può far ripartire il mondo della cultura

La storia italiana insegna che l’azione centrale non sempre produce buoni risultati quando deve valorizzare il patrimonio artistico nazionale. Ma stavolta ha a disposizione una montagna di denaro, anche grazie al Next Generation Eu. Forse si può prendere spunto da modelli virtuosi già funzionanti all’estero per creare qualcosa di valido anche qui

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L’intervento dello Stato, come ovvio, non è la soluzione definitiva alla devastazione che ogni attività sta attualmente vivendo a causa della pandemia. In particolare non lo è per il settore della Cultura.

La macchina statale è composta da funzionari (più o meno capaci e nel nostro Paese più o meno inamovibili) a cui in ogni caso non sarebbe giusto demandare il problema in toto. Ha risolto poco o niente in passato, tantomeno sarebbe in grado di farlo oggi, quando la velocità della trasformazione indotta da uno sviluppo tecnico-scientifico senza precedenti rende certamente fallibili modi di procedere che reiterano schemi otto-novecenteschi.

A metà degli anni Sessanta dello scorso secolo Franco Reviglio, importante accademico e uomo politico di grande rilievo, è in quel momento anche Presidente (1983-1989) dell’Eni. Per ripianarne il bilancio svende il segmento tessile (Lanerossi) di proprietà dell’ente, dedicando tutta la sua energia allo sviluppo della estrazione degli idrocarburi nella penisola.

Sono proprio gli anni Ottanta però quelli dove il tessile-abbigliamento italiano (settore abbandonato a se stesso dalla politica ufficiale e ritenuto in fase di dismissione) esplode nel mondo intero regalando al Paese un beneficio economico e di immagine impensabile in precedenza.

Nel 1982 arriva prima la copertina di Time magazine dedicata a Giorgio Armani; a seguire i contratti milionari con cui i più potenti gruppi della distribuzione internazionali raggiungono “gli stilisti” italiani e a ricaduta raggiungono l’intero indotto tessile: surclassa persino la Francia, da sempre regina dei business milionari della Moda.

Quanto agli idrocarburi gli impianti sono ancora lì: ad Augusta a Gela a Taranto, uno sconcio a cui nessuno sa come rimediare.

Vale per la moda, vale per il design anche questo sbocciato fuori da qualsiasi aiuola programmata, è valso pure per la produzione artistica nel suo complesso. In un Paese a cui il mondo intero riconosce un primato invidiatissimo, che è dotato di piccoli e grandi musei colmi di tesori ineguagliabili, di centinaia di accademie d’arte dislocate senza interruzione da nord a sud della penisola, che vanta la più longeva Biennale d’arte esistente sul pianeta sta a Venezia – i due fenomeni italiani che si affermano internazionalmente nel secondo dopoguerra nascono totalmente scollegati da qualsiasi “sistema”.

L’Arte povera letteralmente inventata da quel fenomenale intellettuale cresciuto all’estero che è stato Germano Celant e la Transavanguardia messa insieme da un (sino a quel momento) outsider geniaccio come Bonito Oliva. Sostegno da parte delle Istituzioni: nessuno. Una casualità?

Per venire ai giorni nostri non si può non rilevare la coincidenza: quando lo Stato ha cominciato a guardare con interesse a un settore come quello della moda il Made in Italy – già in fase calante – ha accelerato la sua perdita di rilevanza sui mercati internazionali.

Per quel che riguarda l’arte contemporanea poi va detto che non sono molti (anzi sono decisamente pochi rispetto a quanto meriterebbero) gli artisti italiani davvero riconosciuti all’estero. Un esempio per tutti: Maurizio Cattelan è divenuto un player di primo piano quando ha deciso di vivere altrove e di fare tutto da sé. Di nuovo solo un caso?

Il fatto di essere un Paese di Comuni storicamente dotati di straordinarie originalità a loro volta popolati da individualisti senza pace poi non ha aiutato l’azione centrale: avere messo in piedi l’Italian Council (a parte il nome che non si sa perché in lingua inglese) è già qualcosa, ma le attività di ricerca, organizzazione e sostegno finanziario messe in campo da istituti come l’olandese Mondriaan Fund for culture in an open society restano al momento da noi una chimera.

Di recente accostare l’aggettivo “facilitatore” – come una vernice pennellata – al sostantivo “Stato” pare sia diventato un vezzo. Ma facilitatore di cosa? In che modo? Perché se il buongiorno si vede dal mattino è impossibile non rilevare quanto appare sin dalla prima voce della piattaforma dell’Italian Council (il fatidico “Chi siamo”) quel che accade alla voce “Direzione Generale”, che recita: «La Direzione Generale Creatività Contemporanea svolge le funzioni e i compiti relativi alla promozione e al sostegno dell’arte e dell’architettura contemporanee, ivi inclusa la fotografia e la video-arte, delle arti applicate, ivi compresi il design e la moda, e della qualità architettonica ed urbanistica». Perfetto stile buro-ministeriale, particolarmente surreale se messo in relazione alle attività elencate.

È pur vero che lo Stato gestisce una montagna di denaro che gli viene affidato in tempi normali dai suoi cittadini attraverso il prelievo fiscale e in questo momento pure dall’iniezione di miliardi provenienti dal Next Generation Eu. Altrettanto vero è che il momento attuale, complesso come pochi altri in precedenza, non prevede soluzioni semplici: il terreno su cui costruire è accidentato ma proprio per questo non è più possibile improvvisare. Per questo può essere d’aiuto prendere spunto da modelli virtuosi per pensare o ripensare a un da farsi, utile sul lungo periodo.

Negli Stati Uniti è utile guardare all’attività del National Endowment for the Arts. Si tratta di un’agenzia federale indipendente costituita per offrire al cittadino l’opportunità di partecipare a qualsiasi genere di attività artistica.

L’Arts Endowment collabora con agenzie statali per le arti, con leader locali e con il settore filantropico che negli Stati Uniti è particolarmente sollecitato all’azione grazie a una legislazione che consente sgravi fiscali da noi impensabili. L’approccio dell’Arts Endowment è inteso a sostenere nel modo più diversificato possibile il patrimonio culturale americano.

Questa agenzia ha avuto sino a oggi impatto rilevante: dal 1965 ha assegnato oltre di 5,5 miliardi di dollari sostenendo progetti artistici esemplari nelle comunità di riferimento attraverso sovvenzioni dirette o partnership. Ha favorito in ogni modo il placemaking, ovvero le attività dove comunità locali integrano arte e cultura nel lavoro di rivitalizzazione del proprio territorio con strategie di uso dei trasporti, sviluppo economico, istruzione, alloggi, infrastrutture e sicurezza pubblica.

Ha anche prodotto rapporti di ricerca che chiariscono le condizioni dell’ecosistema artistico statunitense e l’impatto delle arti su altri domini della vita americana. Attraverso un Office of Accessibility inoltre si è si impegnata a fornire assistenza tecnica a singoli individui e organizzazioni per rendere le arti accessibili anche a persone con disabilità e agli anziani che vivono in contesti assistenziali.

Le sovvenzioni che vanno sotto il nome di Collective Impact implementano inoltre l’accesso e il coinvolgimento nelle arti a tutti gli studenti attraverso approcci collettivi e sistemici per trasformare spesso radicalmente i modi in cui i componenti e le strutture di un sistema si comportano e interagiscono nel tempo.

Quasi l’80% delle borse di studio per l’educazione artistica coinvolge direttamente le popolazioni svantaggiate. Il programma di educazione artistica si concentra su studenti educatori e i leader civici che li supportano. Il finanziamento dell’agenzia si concentra su attività come danza, musica, teatro, arti visive, letterarie o mediali per colmare il divario di opportunità per gli studenti che hanno il minor accesso all’istruzione artistica.

Particolare attenzione è riservata alle comunità dei nativi americani con sovvenzioni per una vasta gamma di attività artistiche che invitano al rispetto reciproco per credenze e valori diversi e arricchiscono l’umanità. Gli sforzi dell’agenzia sono inoltre rivolti a stabilire e coltivare relazioni costanti con dirigenti, educatori e studenti di college e università storicamente neri. Il che include forme assistenza tecnica per lo sviluppo di domande di sovvenzioni competitive.

Alcune di queste attività solo a prima vita possono sembrare avulse dalla realtà del nostro Paese, dove certo culture native e discriminazioni razziali sono meno accentuate. Dove per converso non andrebbero trascurati – specie al Sud – il fenomeno dilagante dell’abbandono scolastico già in tenera età né quello di nuclei di popolazione che pur avendone diritto, non conoscono e non frequentano opportunità di sostegno esistenti, ma nella realtà aliene ai loro sistemi di vita.

In società complesse come quelle attuali “tutto si tiene” o “tutto si scioglie” senza via di scampo. Senza un’educazione di base adeguata i Netflix della cultura sono destinati a rimanere scatoloni vuoti.