Il grande colpoLa storia del furto di libri più acrobatico di sempre

Nel gennaio 2017 alcuni ladri penetrano dal tetto in un magazzino e portano via copie di volumi antichi e preziosi. Un caso strano e complesso, che ha impegnato per anni la polizia di tutta Europa

Fotografia di Guzz Alkala, da Unsplash

I furti di libri rari costituiscono un’attività lenta e diluita nel tempo. Spesso i ladri sono custodi di biblioteche, professori o ricercatori.

Le loro operazioni avvengono di nascosto, con lentezza (emblematico il caso dello scrittore iraniano Farhad Hakimzadeh, che nel 2009 venne arrestato per avere rubato mappe e pagine da 150 volumi della Bodleian e della British Library ritagliate con un bisturi) e spesso sono ripetute per anni. Li aiuta la scarsa tempestività delle scoperte e il basso interesse generale per la situazione.

Ma il furto del 29 gennaio 2017 al magazzino doganale Frontier Forwarding di Feltham, a pochi chilometri dall’aeroporto londinese di Heathrow, è un’eccezione in tutti i sensi.

Secondo le ricostruzioni, i ladri, dopo aver parcheggiato una Renault nei dintorni alle nove di sera, hanno tagliato la rete della recinzione, si sono diretti al magazzino e (non è ancora chiaro in che modo) si sono arrampicati lungo la parete liscia. Una volta sul tetto, hanno forato il lucernario e si sono calati all’interno, attenti a non far scattare l’allarme delle porte. A quel punto si sono dedicati a forzare cassette e contenitori, concentrandosi su uno in particolare. Quello che conteneva libri antichi.

Il giorno successivo tre commercianti, in due Paesi diversi, venivano svegliati dalla polizia londinese. I loro preziosi volumi erano stati rubati. I ladri avevano portato via 240 opere, tra le quali la copia (appartenuta ad Albert Einstein) del “Mysterium Cosmographicum” di Keplero, del 1621. O un’edizione del 1777 dei “Principî matematici della filosofia naturale” di Isaac Newton, insieme a una versione della Divina Commedia del 1569. Quello che valeva di più era l’edizione latina del “De revolutionibus orbium coelestium” di Niccolò Copernico, nel quale viene spiegata la sua teoria/rivoluzione. Totale: 3,4 milioni di dollari. Pezzi unici, insostituibili.

Oltre ai proprietari, anche gli agenti di Scotland Yard erano stupiti. Il furto era stato un’eccezione: rapido e spettacolare. I ladri erano penetrati indisturbati, si erano serviti di alcuni sacchi trovati nel magazzino e, preso ciò che li interessava, si erano dileguati. Per la stampa il caso aveva già un nome: Mission: Impossible, ispirato alla saga cinematografica di Tom Cruise nella quale, in una scena, il protagonista penetra, sospeso dall’alto, in una camera blindata della CIA.

A differenza del film, però, qualcosa non tornava: perché rubare dei libri? A che scopo? È un interrogativo che perdurerà per anni e, a quanto sembra, non verrà chiarito nemmeno con la chiusura del caso e l’arresto dei responsabili.

Una delle ipotesi è che si trattasse di un furto su commissione. Un’altra è che, in realtà, i ladri non conoscessero il vero contenuto delle cassette ma fossero stati avvertiti da qualche talpa del fatto che si trattava di qualcosa di valore. Piazzare libri rari sul mercato non è impossibile. Ma diventa molto difficile quando i tomi sono di quel valore.

Nei giorni successivi al furto a guidare le indagini della polizia londinese viene messo Andy Durham, specialista di criminalità organizzata che, però, non sa che pesci pigliare. Soprattutto non sa che il 5 febbraio, una settimana dopo il fatto, un furgone proveniente dall’estero ha parcheggiato di fronte a una casa londinese, ha caricato la refurtiva ed è ripartito, lasciando l’isola attraverso l’Eurotunnel.

Per alcuni membri della banda che se ne andavano, ne arrivavano altri a sostituirli. La squadra cambiava i pezzi, ma il modus operandi si ripeteva: dopo quello dei libri, si è verificata una serie di altri furti spettacolari, stavolta concentrati su obiettivi più tradizionali come denaro e gioielli. L’indagine, intanto, era rimasta in sospeso.

Per il primo passo in avanti è stato necessario aspettare qualche settimana. A febbraio il capo procuratore di Bucarest, Alina Albu, riceve una chiamata anonima. Il contatto le vuole fornire informazioni su un caso avvenuto a Londra in cui erano stati rubati dei libri. Lei non ne sapeva niente.

«All’inizio ho pensato che fosse uno scherzo», ha spiegato la donna in questo lungo e interessante articolo di Vanity Fair. Poi ha cominciato a capire. Alcuni nomi citati dalla fonte le avevano fatto suonare un campanello: a commettere il furto erano stati tre rumeni: Tizu, Blondie e Cristi Huiduma. Questo era il soprannome di Gavril Popinciuc – e tutti i poliziotti del Paese sapevano di chi si trattasse.

Popinciuc è una star della criminalità rumena. Cresciuto negli anni ’90 all’interno della banda di Ioan Clamparu, detto “Il Padrino”, uno dei più importanti criminali del Paese, ha fatto carriera in proprio negli ultimi decenni. Una storia di crimine e formazione.

Tra le bande che, dopo la caduta del muro di Berlino, avevano cominciato ad allargarsi dai Paesi ex comunisti al resto d’Europa, quella di Clamparu era una delle più grandi. Negli anni il boss aveva costruito uno dei più proficui traffici di prostituzione in Europa.

Con false promesse, convinceva ragazze rumene e moldave a trasferirsi in Spagna, dove poi erano costrette con la forza a prostituirsi. Ne venne fuori un giro grandissimo, che rese Clamparu ricco e potente. Ma non abbastanza da sfuggire all’arresto nel 2011 ed evitare la condanna a 30 anni.

Popinciuc era già uscito dalla banda, ma dal suo mentore aveva appreso l’ambizione e i metodi spregiudicati. Nel 2009 è già un leader riconosciuto nel traffico di sigarette contraffatte. La sua gestione, studiata per evitare gli errori commessi da Clamparu, è agile. Arriva a spostare più volte le merci, in via periodica, anche cambiando Paese.

Per fermarlo le autorità rumene sono costrette ad appendersi a un fatto di evasione fiscale, nel 2015. Ma il colpo non lo ferma. Popinciuc, nel frattempo si è alleato con Cristian Ungureanu e insieme hanno costruito una banda per furti speciali. Si tratta di un team composti da ladri professionisti ma part time, da impiegare per colpi solo all’estero.

L’impegno è di pochi giorni al mese, le operazioni sono brevi, lontane e disseminate nel tempo. Nel nome dell’agilità, Popinciuc ha messo in piedi la macchina del furto perfetta. Anche perché lui – da regola – al momento del furto non è mai in loco.

Per le indagini la svolta arriva, per puro caso, nel marzo 2017. Durante un controllo stradale, la polizia rumena ferma un furgone guidato da Narcis Popescu. L’uomo aveva con sé laptop e cellulari che risultavano rubati, per la precisione a Londra.

Per gli inquirenti è facile fare due più due: vengono analizzati i tabulati di Popescu, si ricostruiscono i movimenti e in poco tempo sono individuati i membri della banda. Agli indizi si sommano le conferme del dna trovato su alcune sbarre del magazzino e sulla Renault utilizzata per il furto.

Scotland Yard scopre uno dei membri: David Daniel. Popescu, invece, era quello alla guida della Renault. Incrociando le telefonate dei due uomini, viene trovato anche il terzo: Victor Opariuc, cioè “Blondie”. È fatta.

Secondo la ricostruzione degli agenti, Opariuc e David erano arrivati a Londra il 27 gennaio. Popescu era in macchina e li era andati a prendere all’aeroporto di Luton. Vanno verso una abitazione nella zona sud della città, dove aspettano il giorno indicato.

Le chiamate rivelano anche che al momento del colpo, Opariuc chiama, dall’interno del magazzino, Ungureanu (che nel frattempo era arrivato a Londra). Questi contatta subito Popinciuc e poi un altro membro della banda, Marian Mamaliga, che si trovava in Romania. E Mamaliga, dopo la chiamata, parte per l’Inghilterra con il suo furgone.

Tutto fila liscio: il 1 febbraio Ilian Ungureanu, fratello di Cristian, arriva in Inghilterra e dopo quattro giorni riparte insieme a Mamaliga col furgone pieno di libri rubati. Gli altri si dividono, alcuni tornano in Romania e altri si dedicano ai furti successivi.

Per arrivare all’arresto della banda si dovrà aspettare due anni, grazie a un’operazione coordinata dell’Europol che coinvolge 150 agenti in tutta Europa, mentre il processo, previsto a Londra, viene interrotto dalla pandemia.

Come misura precauzionale le udienze vengono sospese, mentre gli imputati sono rimandati in prigione in attesa. È a questo punto che, per evitare di restare in carcere in modo indefinito, tutti (tranne uno) decidono di dichiararsi colpevoli, ricevendo in autunno le rispettive (e leggere) condanne.

E i libri?

I libri, si scopre, erano stati nascosti in una delle case dei fratelli Ungureanu. Quando la polizia li ritrova, alcuni erano ancora nei sacchi adoperati per trasportarli fuori dal magazzino. Altri presentavano tracce di muffa e qualche graffio. In generale le condizioni non erano buone, ma nemmeno disperate. I proprietari, al momento del ritrovamento, erano comunque felici.

Quello che resta ancora da spiegare è il perché: cosa pensavano di fare? Come intendevano monetizzarli? E per quale ragione non se ne erano ancora liberati? Forse non si saprà mai, anche perché l’happy ending della storia –la grande bevuta dei poliziotti e dei proprietari – ha messo fine alle indagini.