Dopo la pandemiaLavoro incerto e clima al collasso, perché i giovani hanno paura del futuro

Secondo un sondaggio del Financial Times, la sensazione più diffusa nelle nuove generazioni è la sfiducia. Si crede sempre meno al merito e si notano le diseguaglianze, mentre il timore per l’ambiente suscita ansie che i più anziani non colgono

Fotografia di Fallon Michael, da Unsplash

Niente di solido sotto i piedi. La sensazione di andare verso un precipizio. Anzi, di affondare nella mancanza di sicurezza, senza alcun aiuto in vista. E la pandemia è riuscita solo a peggiorare un quadro già complicato.

Il coro dei giovani – secondo una ricerca portata avanti dal Financial Times all’interno di un progetto dedicato alle nuove generazioni – esprime un disagio reale, spesso ignorato e a volte sbeffeggiato. Ma supera la crisi sanitaria e assume, in molti casi, una dimensione esistenziale.

Loro non chiedono aiuti, non vogliono dipendere dall’intervento di altri. Lavorano, studiano, vanno all’università e cercano lavoro. Fanno, insomma, tutto ciò che occorre fare. Stanno ai patti.

Ma nonostante ciò il resto del mondo sembra non onorare gli impegni. Le carriere sono bloccate, i prezzi troppo alti impediscono stabilità e nei momenti più difficili sono i primi a pagare il prezzo. In termini di incertezza e di assenza di prospettive.

Un esempio è quello di Akin Ogundele, londinese di 34 anni con famiglia e buon lavoro nel settore finanziario. Per lui il problema è la casa: lui e la moglie lavorano ma, nonostante gli stipendi più che dignitosi, non riescono a permettersi l’acquisto di un appartamento in città. Vivono in affitto, spendono tanto e risparmiano poco. «Cosa potrò lasciare ai miei figli?», si chiede, intervistato dal quotidiano britannico.

Ci sono situazioni peggiori, certo. Ma nonostante il cursus honorum impeccabile, Ogundele va sviluppando un senso di inadeguatezza e, peggio, ancora, di scetticismo nei confronti della società. Il contratto sociale, dice, «è stato infranto». C’è impegno, ma non ci sono garanzie. Si lavora, ma senza sicurezza. E dei soldi guadagnati con merito e sacrifici resta in tasca molto poco.

Il problema è che non si tratta di un caso isolato. A minare la fiducia dei giovani è un crescente senso di insicurezza. Il prezzo degli immobili è in aumento, così come quello per l’istruzione. Sul lavoro, nonostante l’alta preparazione, la competitività è assoluta e, alla lunga, è percepita come esasperante. E la minaccia climatica contribuisce, non ultima, al disincanto («andrò in pensione per godermi le guerre del clima»), come ha dichiarato un altro intervistato, rimasto anonimo.

Di conseguenza, nonostante siano consapevoli che per molti aspetti le loro vite sono migliori rispetto a quelle delle generazioni precedenti (studio, viaggi, internet, varietà di impieghi), il malumore è montante. Tanto da cambiare la loro visione su temi come meritocrazia, mondo del lavoro e futuro.

È molto più di un sospetto, per esempio, che la ricchezza dei genitori sia diventata un fattore sempre più importante per determinare crescita e prospettive. A confermarlo arriva anche un documento dell’Institute for Fiscal Studies: più le vecchie generazioni accumulano ricchezza, dichiara l’istituzione, più l’eredità media rispetto al reddito aumenta. Per i nati negli anni ’80 è quasi il doppio rispetto ai nati degli anni ’60. Di conseguenza, per i giovani provenienti da famiglie della fascia più bassa della società, l’eredità contribuirà al loro benessere soltanto per il 5%. Per chi si trova in quella più alta, lo farà per il 29%. Per i nati negli anni ’60 la forbice era più bassa: 2% e 17%.

Oltre a costituire un ostacolo per la mobilità sociale e creare/perpetuare disuguaglianze, questa situazione va a detrimento anche per chi si trova nel novero dei fortunati. Il loro successo nel lavoro risulta sempre relativo rispetto al capitale ereditato e questo alla lunga – confessano – provoca frustrazione.

Chi invece è riuscito a migliorare le proprie prospettive senza poter contare sulle risorse familiari tende – continua la ricerca – ad attribuire questo risultato più alla fortuna che al merito. La perdita di fiducia in una società meritocratica, insomma, è diventata tangibile.

Ad aggravare il quadro è l’insicurezza lavorativa. È un mondo fatto di posizioni precarie, contratti di agenzia e posti temporanei (è una delle formule lavorative più diffuse per gli impieghi dei giovani nell’eurozona), peggiorato dagli effetti della pandemia e dalla scarsa considerazione da parte delle aziende.

«Nel 2009 ho mangiato spaghetti per un mese perché l’impresa in cui lavoravo era di proprietà di una azienda di private equity che ha scelto di licenziarmi per comprare competitor più piccoli», spiega il californiano Jim al FT. «Alla fine mi hanno riassunto per metà della paga. Bel modo per sviluppare talenti, giusto?»

Altrimenti, è la competizione: «Dopo 30 rifiuti, sono stato scelto da un gruppo di 2.500 candidati per fare un test psicometrico, seguito da una intervista video, un assessment centre, una settimana di prova virtuale conclusa con una intervista. Dopo tutto questo, mi hanno proposto un contratto di apprendistato di due anni», spiega invece l’inglese Hadrien. «Dobbiamo misurarci con bot, macchine e una generazione di esseri umani sempre più qualificati».

Il risultato di tutto questo è una perdita di fiducia e, soprattutto di disponibilità. Per esempio nel campo legale cresce il rifiuto di sottostare alle regole non scritte degli studi che impongono ai più giovani d subire ritmi feroci, garantire presenza continua e massima attenzione in cambio di una paga al di sotto degli standard minimi, con una prospettiva di carriera ridottissima. Non ne vale la pena, questo è il pensiero.

Anche perché la percezione di insicurezza, continua il Financial Times, non è legata soltanto alla propria realtà individuale. A preoccupare i giovani è anche la traiettoria, poco incoraggiante, dell’ambiente e della politica.

Per i Millennial africani, per esempio, non si vede più l’ottimismo che dominava fino a 10 anni fa. Si parla di perdita di prospettive, di politica lontana, di corruzione e democrazia in pericolo. In Turchia (altro esempio) si teme per la tenuta dell’economia e per la direzione dei libertà individuali. Lo stesso vale per il Sudamerica.

Ma preoccupa anche il futuro disastro ambientale. Le generazioni più anziane, spiega Abhi Kumar al FT, «non capiscono la nostra ansia. Io cerco di spostarmi dall’India per trasferirmi in un Paese dove gli effetti climatici saranno più mitigati». Per molti della sua generazione è un imperativo, per i più anziani una paura balzana.

Il risultato è che i giovani conoscono timori che i meno giovani non hanno mai avuto. E sono spaventati da un futuro che sentono di non poter controllare. Come spiega Sam, che lavora a Londra come corporate lawyer, «Stiamo meglio di altri in passato, certo. Ma non abbiamo quella soddisfazione di sapere che i nostri figli staranno meglio di noi».

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