Posto ergo sum Siamo così scemi da indignarci per le foto di Ibra e di Bottega Veneta sui social

Nulla piace alla plebe quanto rivalersi sul privilegiato percepito, e quindi ora muoia Zlatan con tutti i commensali. Suggerirei a chiunque volesse essere così incosciente da fare vita mondana in pandemia, e così incontinente da volerne condividere le immagini sui social, di procurarsi almeno un amico gender fluid (come dimostra la pubblicità di Valentino)

Unsplash

Ho una rivelazione pazzesca per tutti coloro che si straniscono per la foto di Ibrahimovic al ristorante. Ogni giorno, in molti ristoranti delle città in cui abitiamo, si tengono pranzi di lavoro tali e quali a prima. Sì, anche nelle zone rosse e arancioni. Sì, quegli stessi ristoranti che se provate a mangiarci voi vi dicono che è vietato, che c’è la pandemia, che spiacenti solo da asporto. Chiudono le porte e ospitano a pagamento gente che affitta l’intero locale – per il resto chiuso al pubblico – perché deve parlare con un cliente o un socio o un chiunque con cui prima avrebbe pranzato e con cui intende pranzare anche ora.

Sì, lo so: voialtri se dovete parlare di lavoro ordinate il cinese a domicilio e vi riunite su Zoom. La vita è iniqua, e vi dirò di più: quelli che s’affittano un intero ristorante non sono neanche i ricchi. I ricchi prendono una suite in un albergo figo e si fanno portare il pranzo in camera (poi tornano a dormire a casa: che spreco).

Anche nella pandemia esistono le classi sociali, lo so che non volete sentirvelo dire, che vi sembra un concetto inaccettabile, che alle scuole elementari v’hanno detto che eravamo tutti uguali e non potete capacitarvi v’abbiano mentito: eravate pure i cocchi della maestra.

Tuttavia nulla piace alla plebe quanto rivalersi sul privilegiato percepito, e quindi ora muoia Ibrahimovic con tutti i commensali: come osa lui andare al ristorante e noi no.

Per non parlare di Bottega Veneta: crolleranno le vendite, ora che le foto della festa postsfilata, a Berlino, hanno rovinato la reputazione del marchio? Chissà. L’indignazione era alta – come osano non mantenere le distanze sociali, come osano pensare che il virus stia lontano dal loro party solo perché esclusivo – ma sappiamo che la memoria dell’indignazione s’esaurisce dopo un giorno e mezzo. (Tranne se sei un cinese davanti a una boutique di Dolce e Gabbana).

Il guaio sono le foto, in entrambi i casi. Un paio d’anni fa sono andata al compleanno d’una influencer. La regola per la festa era: niente social. Quando qualcuno tirava fuori il telefono per postarsi su Instagram, e qualcun altro gli diceva «non si può», lo sguardo era quello di Verdone in Un sacco bello: «In che senso?». Se non lo posti non è successo davvero.

Tempo fa Chiara Ferragni non postò niente per ventiquattr’ore. Era una pubblicità di qualcosa, ricomparve il giorno dopo dicendosi riposatissima per merito di non ricordo più quale prodotto (può dirsi efficace una pubblicità di cui ti ricordi il contorno ma non il prodotto?), ma coloro che la seguono erano preoccupatissimi: se non esisti in diretta Instagram per ventiquattr’ore, devi essere come minimo morta.

E quindi figurati se chi si trova a tavola con Ibrahimovic non posta una foto, anche se così inguaia tutti dal ristoratore in su. E quindi figurati se chi va alla festa (esclusiva, puntesclamativo) di Bottega Veneta non smania per farlo sapere a chi non è stato invitato (e si sentirà costretto a mettere un cuoricino per non apparire invidioso).

Le due polemiche, poi, si fondano sul supremo ricatto morale: c’è la pandemia, ci fai morire tutti per le tue frivolezze. Facendo impallidire la polemica di Valentino, il cui ricatto morale è (solo?) la fluidità di genere: robetta, direte voi, in confronto al contagio; ma lo direte solo perché non sapete quant’è importante posizionarsi dalla parte giusta su certi temi.

Riassumo la vicenda Valentino perché è di tre giorni fa, che nel mondo delle indignazioni è un tempo lunghissimo. Decidono di pubblicizzare una borsetta da duemilaetrecento euro con una foto orrenda: un modello nudo scavalca una parete e, dal piede davanti al muro, pende la borsetta. Senonché il modello ha un’aria efebica, è peloso come un uomo ma ha i capelli lunghi come una donna, a uno sguardo distratto potresti sbagliare sesso, e quindi i commentatori che trovano la foto orrenda sono certamente retrogradi fautori della binarietà di genere. (Ci sono anche quelli che esplicitano il loro considerare il tizio che sembra una tizia una turpitudine morale, certo che ci sono; e io li detesto, perché tolgono legittimità al mio dire che quella è oggettivamente una foto orrenda: lo sarebbe anche se la borsetta pendesse dal piede di Steve McQueen o di Marilyn Monroe, per fare due nomi dall’estetica non ambigua).

Quindi, specularmente a come è indifendibile il ristorante privatizzato o la festa non distanziata in corso di pandemia, è inattaccabile la foto di Valentino: se osi criticarla ti prendi un pistolotto sui massimi sistemi che in confronto le miss che volevano la pace nel mondo erano una passeggiata di salute.

Ergo, visto che i ricatti si bilanciano, suggerirei a chiunque volesse essere così incosciente da fare vita mondana in pandemia, e così incontinente da volerne condividere le immagini sui social, di procurarsi almeno un amico gender fluid (non si può dire «un amico», se è gender fluid; non si possono nominare i fluidi senza solidificarli, in una lingua romanza, una lingua coi generi: siamo destinati a suonare retrogradi). Se nell’immagine della serata ci sarà anche la creatura della quale non possiamo definire il genere, allora possono star certi che nessuno che voglia stare dalla parte dei giusti condannerà la convivialità, pur di non passare per bigotto.

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