Re dei cattiviIl mondo secondo Mads Mikkelsen

L’attore danese, conosciuto a Hollywood per i suoi ruoli da villain, ha una carriera ricca e complessa. Oltre a una filosofia di vita e di lavoro che lo aiuta a tenere i piedi per terra

Lapresse

In America è perfetto per le parti del cattivo. Ma in Europa, soprattutto per le produzioni danesi, Mads Mikkelsen riesce a ritagliarsi ruoli più variegati, con interpretazioni profonde e sfumate.

È stato allora Le Chiffre in “Casino Royale”, il 21esimo film della saga di James Bond (banchiere spietato e calcolatore) ma anche il compagno bisessuale di una coppia gay in “Una lei tra di noi”, commedia danese del 2001. È stato nel 2012 il medico amante della regina di Danimarca Caroline Matilde di Hannover e quattro anni dopo, per il Marvel Cinematic Universe, il cattivo Kaecilius in “Doctor Strange”.

Adesso attende la serata degli Oscar per “Another Round”, un altro giro, dove interpreta la parte di un insegnante che, insieme ad alcuni suoi amici, supera il blocco della mezza età con l’aiuto dell’alcol. Fino a esplodere in una danza finale (Mikkelsen dal punto di vista artistico nasce ballerino).

In una intervista al New York Magazine l’attore ripercorre la sua carriera, aiutando a comporre un ritratto sia umano che professionale. Si dice consapevole della sua doppia natura (ruoli stereotipati in America, personaggi più ricchi in Europa) ma non ne è troppo infastidito. In generale non appare molto interessato al mondo dello star system perché «quello che faccio non è mai stato un mio sogno».

Di famiglia umile, anche se con gli anni «hanno migliorato le loro condizioni», Mikkelsen è cresciuto in un mondo (la Copenhagen degli anni ’70) molto diverso da quello di oggi. «Non esisteva nessuna pulsione a ottenere una istruzione migliore». Della sua classe, solo in due (lui e suo fratello) hanno proseguito gli studi. I genitori li hanno comunque sostenuti e «non erano preoccupati perché non avessi un vero mestiere». Recitare, del resto, non era ancora all’orizzonte.

Di mestieri ne ha fatti parecchi. Ha lavorato nel settore delle pulizie, ha servito in un bar e nel frattempo danzava. «Era un’attività che all’inizio mi dava qualche soldo. Poi è diventata via via sempre più importante. I miei erano sorpresi, ma non mi hanno mai detto “Cercati un lavoro serio”». Anche perché lo aveva già: per dieci anni è stato ballerino professionista.

Poi, alla soglia dei 30 anni decide di iscriversi all’accademia di arte drammatica. Tardi rispetto a molti suoi coetanei, pensa. Ma la maturità lo ha anche aiutato: «A 17 anni puoi credere a qualsiasi cosa. Puoi pensare di essere speciale, se hai successo. Io per fortuna me lo dimentico il giorno dopo. Me lo ricordo quando esco di casa e ci sono persone che mi chiedono di fare fotografie con loro: “Ah sì, è vero, sono quello famoso”».

La fama del resto lo raggiunge già all’inizio del suo percorso nel mondo della recitazione. Il primo film, “Pusher” (1996) è un successo, un culto nella zona di Copenhagen. Ma per essere riconosciuto da tutti («dai bambini di cinque anni e i loro nonni di 95») sarà necessario il telefilm poliziesco “Rejseholdet” del 2000, con cui diventa famoso in tutta la Danimarca.

A questo segue una lunga lista di film, tutti prodotti nel suo Paese. È il periodo del Rinascimento danese, stagione cinematografica dominata da Lars von Trier. Un momento importante di cui Mikkelsen riesce a essere protagonista.

Il grande salto internazionale avviene con “King Arthur”, del 2004, in cui interpreta il personaggio Tristano (e sul set del film per due volte non riconosce il produttore, «ma non si deve essere offeso»). Diventa famoso a livello mondiale solo con “Casino Royale”, entrando da cattivo nella saga dei film di James Bond.

«Dopo quel momento le cose sono cambiate. Ho ingaggiato un agente americano e ho cominciato a prendere tutte le offerte che mi capitavano, facevo tutti i provini. Alcuni erano interessanti e altri, be’, potevano farti perdere ogni fiducia in te stesso». Uno di questi – rimasto famoso – era quello per il ruolo di Mr. Fantastic dei “Fantastici Quattro”.

«Lo so che la maggior parte della scelta del cast dipende dalla prima impressione. Ma trovo un po’ maleducato chiedere a delle persone di entrare in una stanza e dire soltanto una battuta fingendo di avere un braccio lungo 24 metri. “Prendi quella tazza di caffè laggiù”. Non è nemmeno una scena. È umiliante».

Per il resto non si è fatto mancare niente. Polizieschi, fantascienza, commedie nere («Amo i finali crudi. Sono uno dei pochi»). È stato Hannibal Lecter dal 2013 al 2015 nella produzione della NBC, si è perfino lanciato nel videoclip di “Bitch Better Be My Money” di Rihanna. «Perché no? Aveva dei copriunghie con il mio volto stampato sopra». Alla fine delle riprese ha chiesto se poteva portarne via un po’.

Frequentare Hollywood gli ha portato diversi insegnamenti. Ha scoperto, per esempio, che sopra una certa cifra di budget il film smette di essere del regista e diventa di qualcun altro. «Non so quanto, forse 10 milioni?».

Lo ha capito quando, per modificare una battuta (e farla diventare migliore), nonostante tutti fossero d’accordo, fosse risultato necessario chiamare qualcuno che non era presente, aspettare che si svegliasse (per il fuso orario), spiegare la questione a qualcun altro, e poi chiamare ancora un’altra persona, e un’altra persona ancora. «Alla fine ti dicono di no». In Danimarca le cose sono del tutto diverse. «Se ci sono proposte che migliorano la scena, allora regista e sceneggiatore le integrano sul momento, non c’è lo stesso tipo di gerarchia».

Gli rimane, dopo 20 anni di lavoro nel cinema e nella televisione, qualche certezza. «Puntare sulla carriera porta solo a vivere tutto come una delusione». Il mio approccio al lavoro, che poi è lo stesso che ho nei confronti della vita è che ciò che faccio è la cosa più importante. Che sia una commedia teatrale o un film: è la cosa più importante. Certo, lo so che spesso non lo è e che in molti casi non è nemmeno la migliore, ma io devo farla diventare la cosa più importante. Questo significa essere ambizioso con il mio lavoro e non con la mia carriera».

Sono due cose diverse: la seconda significa spostarsi, volta a volta, verso un traguardo forse irraggiungibile. La seconda è trasformare ciò che si fa in una carriera, senza volerlo. «Grande o piccola non lo sappiamo. Ma almeno tutto è importante».

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