La mano comunistaPerché la notizia della morte di Mussolini fu pubblicata con un giorno di ritardo

Nonostante lo scoop di Enrico Serra, ci furono tagli e ostacoli in redazione (era anche la vigilia del primo maggio) che avvantaggiarono il giornale concorrente, l’Unità

Lapresse

«Non interessa a nessuno». Quante volte capita a un giornalista di sentirsi rispondere in questo modo da un direttore o redattore o caposervizio, di fronte a una proposta che a lui invece sembra irresistibile e meravigliosa?! Diciamo che fa parte del mestiere. Più difficile è che «non interessa a nessuno» venga detto di un articolo già fatto.

Ma una volta anche ciò accadeva: in tempi pre-cellulare in cui il cronista di fronte al potenziale scoop non aveva tempo di comunicarlo prima, e doveva agire subito d’istinto. Accadde però anche il 29 aprile del 1945, a un giornalista che nella Milano appena liberata dai partigiani portò un articolo con foto su questa notizia: hanno ucciso Benito Mussolini.

E fu a questa informazione che il giornale di uno dei partiti simbolo dell’antifascismo rispose, per bocca di un suo redattore capo, che la fucilazione del dittatore in quel momento «non interessava a nessuno». Possibile? O c’era di mezzo un voluto sabotaggio, dettato da una precisa strategia di infiltrazione del Partito Comunista per fare in modo che a dare la notizia per primo fosse L’Unità?

Protagonista della storia è Enrico Serra. E all’autore di queste righe la ha raccontata il figlio Maurizio Enrico Serra. Nato a Modena nel 1914 e morto nel 2007, Enrico Serra fu un insigne storico delle Relazioni Internazionali: docente a Milano e a Bologna, autore di testi fondamentali sulla storia della diplomazia, e anche di famosi libri su Dossi e Churchill.

Classe 1955, il figlio come diplomatico di carriera ha rappresentato l’Italia tra l’altro all’Unesco e alle organizzazioni internazionali di Ginevra, ha diretto l’Istituto diplomatico “Mario Toscano” del ministero degli Affari esteri ed ha insegnato Storia delle relazioni internazionali alla Luiss, ma soprattutto ha vinto il Premio Goncourt per una sua biografia di Curzio Malaparte, e dopo la morte di Simone Veil ne ha preso il posto all’Académie française. Primo italiano a ricoprire la prestigiosa carica a vita dell’istituzione culturale di Parigi, in riconoscimento di una serie di opere tra cui accanto alla trilogia dedicata a Malaparte, Svevo e D’Annunzio c’è ad esempio un importante libro sulla figura degli “esteti armati” del ’900. Tutte scritte in francese prima di essere pubblicate anche in italiano.

Di Enrico Serra è stato poco fa ripubblicato il primo libro: “L’occupazione bellica germanica negli anni 1939-1940”. Appunto scritto a fine 1940, si proponeva di inquadrare l’esperienza dell’occupazione tedesca in Europa ai sensi del diritto internazionale.

Se presenta vari motivi di interesse, per un altro verso potrebbe oggi apparire imbarazzante per il modo in cui sembra spesso avvallare la «correttezza» del Terzo Reich.

Come avverte la prefazione del figlio, è opera prima di un 26enne formatosi nel regime fascista che di lì a poco sarebbe partito per combattere come ufficiale in Africa del Nord, con la Divisione Corazzata Ariete. Ferito e decorato al valore, sarebbe poi stato un partigiano del Partito d’Azione. E il nome Maurizio, spiega sempre il figlio, sarebbe stato dato appunto in onore del nome di battaglia di Ferruccio Parri.

Come partigiano, dirigente del Partito di Azione e giornalista del giornale del Partito L’Italia libera, il 29 aprile si trovò a accompagnare il primo gruppo di giornalisti stranieri sulla scena dell’uccisione di Mussolini, una volta che la voce era inizia a rimbalzare.

«Alla vigilia dell’insurrezione, Leo Valiani mi aveva anche consegnato una tessera di riconoscimento del Clnai (n, 172 datata 25 aprile) che mi autorizzava a circolare durante il coprifuoco, a portare armi, ad operare fermi, perquisizioni e requisizioni, e stabiliva che “le formazioni del CVL e le altre organizzazioni dipendenti debbono prestargli ogni assistenza”», avrebbe raccontato in dettaglio in “Tempi duri”: un suo libro di ricordi resistenziali uscito prima nel 1982, e poi nel 1996.

«Il possesso di un tale documento mi diede una sicurezza certo eccessiva in quei drammatici giorni. Me ne servii tre sole volte e con successo».

«La seconda volta fu per un’occasione veramente storica. Il 28 aprile sera, la giornalista Helen Hayett del Christian Science Monitor mi disse che aveva avuto una spiacevole avventura. Mentre camminava in una via del centro era stata fermata da un gruppo di partigiani che l’avevano apostrofata: “Tu sei tedesca”. Fortunatamente la Hayett, che parlava un po’ d’italiano, riuscì a convincerli che era una giornalista americana… Era stato un incidente spiacevole, mi disse. Ma c’era dell’altro. Si era ormai certi che Mussolini era stato giustiziato dai partigiani. Lei ed altri suoi colleghi intendevano recarsi sul lago di Como per un servizio sulla esecuzione di Mussolini e degli altri gerarchi. Essendo zona controllata dai partigiani, mi pregavano di accompagnarli quale salvacondotto».

«Il 29 aprile era domenica, una domenica di sole, Milano era semideserta (anche a causa del «ponte» tra la domenica e la festa del 1° maggio) quando la lasciammo a bordo di due jeep». Insomma, a quattro giorni dalla battaglia per le strade di Milano, e mentre ancora a Torino e nel Nord-Est si combatte, i milanesi già pensano al ponte…

Con Serra ci sono la Hayett, Lumby del Times di Londra, Chabot Smith del New York Herald Tribune, Frank Brutto dell’Associated Press e un corrispondente della France Presse.

«La Hayett non aveva avuto torto. Sulla strada dei laghi incontrammo parecchi sbarramenti partigiani, con atteggiamenti qualche volta non amichevoli. Nella notte due o tre aerei sconosciuti avevano lanciato delle bombe sull’abitato dei paesi in riva al lago in segno di rappresaglia, si diceva, dell’uccisione di Mussolini. La mia tessera del Clnai e, occasionalmente, quella de L’Italia libera fecero il loro dovere. Ripercorremmo così fino al pomeriggio inoltrato, cibandoci di pochi biscotti, tutto il tragitto compiuto da Mussolini e dalla Petacci, interrogando decine di testimoni».

«Questo», gli spiega la Hayett, «è un avvenimento giornalistico di estrema importanza, forse il più importante della nostra carriera. Non possiamo perdere un minuto di tempo». Serra segue il consiglio e «tutto fiero» si presenta in redazione.

«Avevo il mio articolo in tasca, e in più una fotografia del cancello della Villa Belmonte, sita in via 24 maggio al n. 14, Giulino di Mezzedra, luogo dell’esecuzione di Mussolini. L’aveva data a me, “perché italiano”, il proprietario Bernardo Bellini, che passeggiava nei pressi con il nipotino, e su sua indicazione precisa avevo apposto due crocette davanti ad un pilastro per indicare dove il duce era stato ucciso. Dietro al biglietto da visita di Frank Brutto, che questi mi aveva dato, trascrissi il nome dell’esecutore della sentenza: colonnello Magnoli e, tra parentesi, Valerio. Sarebbe stata la prima fotografia in senso assoluto ad apparire su un giornale».

Anche il nome dell’esecutore Walter Audisio, sia pure attraverso i suoi pseudonimi, sarebbe stato uno scoop. Un po’ perché un esecutore anonimo si prestava più all’immaginario della vendetta popolare, un po’ per esigenze di sicurezza, il Pci lo tenne a lungo nascosto.

Tant’è che quando verrà tirato fuori dal giornalista neo-fascista Franco De Agazio questi sarà ucciso il 14 marzo 1947 dalla Volante Rossa: gruppo terrorista da cui poi il Pci prenderà le distanze, ma che per un certo periodo fu in contatto con le Botteghe Oscure.

Ma, raccontò Enrico Serra, «davanti agli ascensori del palazzo di piazza Cavour dove era la redazione, incontrai il redattore capo dell’Italia libera, Gaetano De Luca. Lo informai dell’articolo e della foto che fortunatamente conservai. “Non interessa nessuno”, rispose acido il De Luca. Il che mi fece andare in bestia e minacciai le dimissioni. Per fortuna il direttore Leo Valiani volle leggere l’articolo e lo passò tale e quale al proto. Purtroppo i giornali allora uscivano in un solo foglio di due facciate; inoltre si trattava del numero che doveva uscire il 1° maggio. Valiani, dopo avermi invano interpellato, pregò allora Giuliano Pischel di ridurre il mio articolo di circa la metà. Cosa che quest’ultimo fece, dopo aver cercato anche lui di girarmi l’incombenza. Della foto neanche a parlarne».

Anche se l’amica americana al vederlo aveva commentato «così piccolo!», Enrico Serra riconobbe che nell’articolo era stato conservato l’essenziale.

In particolare, vengono riferiti vari particolari poi finiti nella ricostruzione storica «canonica» dell’evento, a partire dal modo in cui Mussolini è riconosciuto. Riporta anche varie battute di Mussolini. «Perché mi avete arrestato? Di che cosa mi si può accusare? Il popolo ha voluto la guerra. Il re ha firmato la dichiarazione. Nei giorni famosi del ’40 tutti insistevano a dirmi che cosa aspettavo per dichiarare la guerra e mi sollecitavano a non fare la parte dell’avvoltoio».

«Hitler mi ha convinto e obbligato a continuare la guerra. In questi 18 mesi non ho fatto altro che lavorare per salvare l’Italia, perché Hitler mi aveva dichiarato che in caso contrario aveva piombo per il nemico e gas per i traditori». «Voglio parlare un’ultima volta al mondo, prima di morire. Sono stato tradito nove tolte, e la decima da Hitler».

Non c’è per, ovviamente, il nome di Valerio. Non ci sono alcune cose che Enrico Serra riferisce poi a parte: dall’ultimo pasto di Mussolini al particolare che al momento dell’esecuzione Claretta Petacci avrebbe cercato di fargli scudo col suo corpo. Ma, soprattutto, malgrado sia consegnato il 29, uscendo il primo maggio si fa battere dall’Unità, che è invece è uscita con la notizia il 30 aprile.

Maurizio Enrico Serra ci dice appunto che non fu un caso. «Il Pci aveva infiltrato suoi uomini nel Partito d’Azione, come poi si capì da varie cose. In questo caso, gli infiltrati agirono perché nessuno desse la notizia della morte di Mussolini prima del giornale del Pci».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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