Documentario da OscarImmergersi in “Il mio amico in fondo al mare” per capire il mondo sconosciuto dei polpi

Nella sua ultima fatica cinematografica, che ha ricevuto oltre venti premi internazionali, il regista documentarista sudafricano Craig Foster racconta il suo incontro con una piovra che gli rivela tutti i segreti della vita tra le fronde acquatiche di una foresta di alghe kelp

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Un’ora e mezza di suoni ovattati e colori tenui che raccontano una storia sui generis capace di regalare allo spettatore inedite emozioni e rivelare lati nascosti di un mondo che conosciamo solo in parte.

È la relazione che il regista Craig Foster riesce a tessere con un esemplare femmina di polpo comune (Octopus vulgaris), che sceglie di condividere con l’uomo, appassionato del mondo sommerso, i misteri del mare. Un ambiente più strano del più assurdo film di fantascienza, come ha confessato lo stesso documentarista sudafricano.

La 93esima edizione degli Oscar e il Bafta 2021 (British Academy Film Awards), insieme a una ventina di altri premi internazionali, hanno celebrato proprio questa vicenda, raccontata nel Film Netflix del 2020 My octopus teacher (“Il mio amico in fondo al mare”) di Foster, Pippa Ehrlich, James Reed.

Un lungometraggio che diventa il primo documentario naturalistico a vincere un Oscar dopo The Cove del 2010.

«L’Academy Award – ha spiegato Craig dopo l’annuncio del premio – eleva la grande foresta marina africana e l’oceano circostante allo status di icona globale. Questa è un’ottima notizia per noi, perché sottolinea ciò a cui miravamo: mostrare al mondo che siamo seduti su un tesoro di biodiversità che è profondamente degno di protezione».

«Ciò che è stato più entusiasmante per noi come organizzazione è stato il feedback – ha continuato il regista – Abbiamo ricevuto migliaia di messaggi da tutto il mondo. Molte persone hanno iniziato a fare immersioni, studiare scienze marine o usare My Octopus Teacher come strumento nei seminari sulla salute mentale e nelle discussioni sull’ecologia emotiva e sulla connessione profonda con la natura. Volevamo mostrare al mondo questo meraviglioso ecosistema, la grande foresta marina africana, e ci siamo riusciti».

La foresta sottomarina

L’ambientazione del lungometraggio è la foresta di alghe kelp a False Bay, Western Cape, nel mare sudafricano, noto come Capo delle Tempeste. Uno tra i luoghi più selvaggi e spaventosi per nuotare, come spiega Foster, dove la temperatura può scendere fino a 8 gradi, togliendoti il respiro.

Ma è solo questione di tempo. Presto il corpo si adatta allo sbalzo termico e i sensi si acuiscono. «La cosa incredibile di questo ambiente è che sei in uno spazio tridimensionale, dove sembra quasi di volare. È come se fossi in un altro pianeta».

Il sito visitato è una enorme foresta buia che ospita al suo interno uno spazio di circa 200metri dove il regista si è immerso per documentare la storia.

Craig, che ha alle spalle un’esperienza quasi trentennale di documentari, ed è cofondatore del Sea Change Project, organizzazione che mira a proteggere la vita marina e a sensibilizzare l’importanza delle foreste di alghe sudafricane, dopo una crisi mistica e professionale riscopre, proprio nella foresta di kelp, l’energia per tornare a scattare immagini e girare filmati, scegliendo di immergersi senza attrezzature specifiche. «L’istinto mi diceva di non indossare una muta. Se davvero vuoi avvicinarti il più possibile a un ambiente come questo, non avere barriere aiuta moltissimo».

Il regista inizia qui le riprese del film, nel lontano 2010 –  utilizzando tecniche di tracciamento degli animali che aveva appreso vivendo a stretto contatto con il popolo di San nel deserto del Kalahari per il film The Great Dance: A Hunter’s Story (2000) e My Hunter’s Heart (2010) -, seguendo quotidianamente la vita sottomarina di un polpo che, incontrato per caso, dopo una fase di diffidenza e paura iniziale inizia a fidarsi di lui.

«Molti dicono che è un animale simile agli alieni. Ma la cosa strana è che quando ti ci avvicini, ti rendi conto che siamo molto simili in molti modi».

Questi animali trascorrono gran parte del tempo a spruzzare, strisciare e nuotare. Ma di tanto in tanto, appaiono due zampe. E così questi molluschi iniziano a camminare, proprio come un bipede. Posizionano il corpo in un modo strano, che li fa assomigliare ad una roccia. «E poi compaiono due tentacoli, con cui cominciano a muoversi lentamente», narra il regista nel documentario. Possono mutare completamente il loro aspetto: i loro tratti possono farsi appuntati, lisci, possono cambiare colore, consistenza, pelle.

Una piovra è fondamentalmente una lumaca che nel lungo processo evolutivo ha perso il guscio. È fragile, dal corpo fluido, ma è dotata di una intelligenza incredibile. Non ha né madre né padre che le possano insegnare qualcosa. È sola, in mezzo a tanti predatori che le danno la caccia. Proprio per questo ha dovuto ingegnarsi per trovare metodi incredibili per ingannarli. «E deve anche impararli in fretta perché vive, mediamente, un anno».

L’esemplare che incontra Foster è inizialmente condizionato dalla sua presenza: per poterlo osservare a distanza durante la sua giornata, il documentarista decide di lasciare sul fondo del mare la macchina da presa, oggetto con cui il polpo, dopo una breve parentesi di diffidenza, familiarizza e gioca.

Con il tempo la curiosità e la fiducia della piovra cresce sempre più, fino a quando Foster avvicina la mano all’animale che, a sua volta, ricambia il gesto con i suoi tentacoli.

Giorno 52

Dopo settimane e settimane di immersioni, la piovra non teme più l’uomo ma un gesto distratto di Foster, lo smarrimento sul fondale di un obbiettivo della fotocamera, la fa scappare. A quel punto il regista cerca di raggiungerla nella tana, dove la piovra si era rifugiata.

L’animale, ancora terrorizzato torna alla fuga, abbandonando per sempre la sua casa.

Foster non si dà per vinto e inizia a cercare le tracce del polpo, difficili però da distinguere da quelle del riccio di mare, di un semplice pesce o di un verme di mare. «Dovevo imparare tutto. E poi dovevo iniziare a pensare come una piovra. Mi sentivo un investigatore. Dovevo lentamente rimette tutti i pezzi insieme».

Così inizia a osservare e studiare carcasse di animali, a scavare nella sabbia, a cogliere i cambiamenti nella struttura delle alghe per scoprire i movimenti dell’amica. La ritrova dopo una settimana di ricerche, e la relazione viene ricucita.

«I confini tra noi due sembravano dissolversi. C’era solo lei in tutto il suo splendore. Non vedevo l’ora di tornare in acqua per vedere come stava».

Craig inizia così a ricercare più informazioni possibili sulle specificità dell’animale, arrivando a scoprire che, per esempio, 2/3 della sua intelligenza risiede fuori dal cervello, nei tentacoli. Ed è proprio lì, grazie a 2mila ventose utilizzate in modo indipendente l’una dall’altra, che l’amica pensa, sente ed esplora. Per intelligenza si può paragonare ai primati inferiori.

«Le conoscenze però, finivano qui. Ero entrato in un campo che non veniva studiato».

Giorno 125

Foster assiste ad un attacco di squali pigiama, i predatori più pericolosi e aggressivi per il polpo. Pur non essendo dotati di una vista acuta, dispongono di un olfatto incredibile e possono inserire il muso anche in anfratti angusti, costituendo un grande pericolo per la piovra.

«Il primo istinto è stato quello di cercare di spaventare gli squali. Ma poi mi sono reso conto che avrei interferito con la catena alimentare della foresta di alghe. Lei era lontana dalla sua tana e si muoveva al limite della foresta. Ho visto lo squalo: aveva il corpo proteso in avanti e seguiva la scia lasciata dalla piovra».

Di squali poi ne sono arrivati altri. Uno, in particolare, è riuscito ad afferrare uno dei tentacoli del polpo, che si era rifugiato sotto una pietra. «Ho visto chiaramente il tentacolo reciso nella bocca dello squalo. Ho sentito come una morsa allo stomaco. Per fortuna, era riuscita a nascondersi nel fondo della fessura».

Una volta uscita, si muoveva indebolita, sanguinava ed era molto lontana dalla sua tana. «Ho pensato di aiutarla fisicamente ad arrivarci ma non ce n’è stato bisogno».

Il giorno dopo l’attacco, Foster va a trovare la piovra che, ancora viva, è quasi immobile, rannicchiata in fondo alla tana. «Era talmente debole che non mostrava i colori vivaci di un polpo sano. Era bianca e sofferente. Come avrebbe fatto a procurarsi il cibo?».

Foster decide così di procuraglielo, lasciando all’entrate della tana delle cozze, tornando periodicamente a trovarla per sincerarsi che fosse ancora viva.

Giorno 134

La piovra si è ripresa: dal suo corpo spunta un piccolo nuovo tentacolo. Era cresciuto solo per metà ma cominciava a funzionare. Più ricresceva e più la piovra riconquistava sicurezza. Dopo 100 giorni era tornato come nuovo.

In quel periodo anche il figlio di Foster, Tom, era affascinato dal mondo sottomarino. «Gli raccontavo delle storie ogni giorno. Lui l’aveva conosciuta. L’avevo portato da lei tante volte».

Giorno 271

«Avevo deciso di approfondire ulteriormente la conoscenza del suo mondo», racconta il regista, che assiste e documenta la predazione di un’aragosta da parte della piovra. «L’ho osservata girarmi intorno in modo da riuscire a posizionarsi tra me e l’aragosta. Mi stava usando come arma nella sua strategia di caccia. E invece dei suoi soliti affondi si è scagliata direttamente sul crostaceo immobilizzandolo».

Il polpo, come spiega il regista, è un animale che adotta strategie per decidere rapidamente il modo migliore per cacciare. La sua intelligenza si è evoluta proprio in virtù dell’enorme numero di animali, tutti diversi tra loro, che deve predare.

I molluschi di cui si ciba sono facili da catturare ma hanno i gusci molto duri. La piovra riesce a nutrirsene grazie ai suoi tentacoli, ciascuno dei quali dispone di una trivella capace di perforare il guscio duro. Successivamente l’animale inietta il veleno al suo interno, come un serpente, e vede come il mollusco reagisce. «Deve realizzare un calcolo geometrico preciso per capire dove colpire e prendere il cibo. Questa è l’intelligenza di un invertebrato evoluto, in grado di cogliere e memorizzare i dettagli».

«La gente – narra Foster – mi chiedeva perché volessi tornare ogni giorno lì. Ma solo quando cogli ogni differenza riesci a conoscere davvero la natura selvaggia: come la lumaca di mare si rapporta al riccio e la piovra alla lumaca di mare, ad esempio. Tracciavo tutte quelle linee e ripercorrevo tutte le loro storie. La foresta sottomarina era la mente superiore, come un gigantesco cervello sottomarino che funzionava da milioni di anni e teneva tutto in pieno equilibrio».

Poi un altro attacco da parte di uno squalo. In una lunga corsa, il predatore afferra la piovra che, però, riesce a liberarsi e a nascondersi sulla schiena dell’animale, intendo a disarcionarla. «In quel momento aveva lei il controllo. La rapidità con cui ha elaborato un pensiero per mettersi in salvo ha dell’incredibile», ha spiegato Foster.

«Le sono stato acconto per l’80% della sua vita. Un giorno, in mezzo a un banco di salpe, in acque poco profonde, all’’improvviso la piovra ha iniziato a dimenarsi. Ma non era un comportamento da predatore. Voleva semplicemente giocare con i pesci. Vedere interagire gli animali più sociali è normale ma osservare questo atteggiamento in un esemplare altamente antisociale.. Avevo scoperto un suo lato nascosto. Poi si è allontanata da loro per aggrapparsi a me. Quello è stato l’ultimo contatto fisico tra noi».

Giorno 324

In una giornata burrascosa, il registra scruta un altro polpo vicino alla sua amica piovra. «È davvero molto raro vedere due esemplari così vicini. Poi ho capito che era iniziato l’accoppiamento. A quel punto conoscevo già molti aspetti della vita di un polpo. Lei non usciva dalla tana: non cacciava né si nutriva. Gran parte del corpo serviva a contenere le piccolissime uova: ogni femmina ne produce mezzo milione, anche se solo una manciata sopravvive.

«Aveva perso peso e non aveva più forze. Aveva deposto le uova al buio, in fondo alla tana. Era impossibile vederle. Mi immergevo ogni giorno per monitorarla. Lei le ossigenava, prendendosene cura. Lentamente stava morendo. Sarebbe accaduto nell’istante preciso della schiusa delle uova. «Quello che mi colpiva tanto era che un invertebrato sacrificasse la propria vita per i suoi piccoli».

In una delle ultime scene del documentario, si vede la piovra ormai morente uscire dalla tana. «C’erano pesci e specie saprofaghe che si nutrivano del suo corpo. Una scena straziante. Una parte di me avrebbe voluto prenderla e scacciare quei pesci».

Il giorno successivo uno squalo la cattura e la portava via, nella fitta foresta di alghe.

«Per qualche strano motivo, è stato un sollievo perché l’intensità dei sentimenti che provavo mi spingeva ad immergermi per immortalare ogni suo movimento. Cominciavo a pensare come un polpo. In un certo senso, era diventato faticoso. Ma allo stesso tempo, provavo forte ammirazione per quell’animale, che aveva trovato strategie incredibili per sopravvivere».

«Una delle cose più belle che capitano è quando porto con me mio figlio Tom. Camminiamo sulla spiaggia e gli mostro le conchiglie, i dettagli e la complessità della natura. Quello che ho imparato dalla natura voglio trasmetterlo agli altri. Ho ricevuto energia e voglio restituirla».

In conclusione del film, il regista si immerge con il figlio che si ritrova tra le mani un piccolo di polpo. «Abbiamo immaginato che potesse essere uno dei piccoli dell’amica piovra. Dalle dimensioni era plausibile. Ed è stato un momento di gioia. Era come se lei fosse tornata».