Estinzione in corsoDopo cinque anni la sinistra è ancora in crisi in tutta Europa

Francia, Paesi Bassi, Polonia e Ungheria sono teatro di un declino di quei partiti democratici e socialisti che hanno fatto la storia della politica continentale. Travolti dall’ondata populista, questi dinosauri sono ora costretti a formare delle coalizioni con altre forze progressiste per mitigare la propria debolezza

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Il centrosinistra europeo vive, ormai da anni, una complessa fase di transizione che lo ha portato ad un notevole ridimensionamento in numerosi Paesi del Vecchio Continente. In alcuni casi la crisi dei progressisti si è rivelata così profonda da determinare la scomparsa di partiti politici di lungo corso ed in passato al governo per periodi più o meno lunghi. L’estinzione del centrosinistra trova, nelle diverse nazioni in cui è avvenuta, spiegazioni diverse, spesso influenzate dai contesti locali ma comunque legate all’emersione di nuovi partiti sovranisti oppure post-ideologici che sono riusciti ad alterare tradizioni politiche rodate e consolidate talvolta da decenni.

In Francia il presidente Emmanuel Macron ha assunto il potere, nel 2017, grazie ad una rivoluzione che ha demolito i partiti tradizionali, tra cui quello Socialista e li ha assorbiti nel suo movimento centrista La République en Marche. Macron ha buone possibilità di essere rieletto ed il suo tasso di approvazione è di circa il 40 per cento, un buon risultato tenendo conto della pandemia e dei problemi avuti dalla Francia con i vaccini. Il Partito Socialista, gigante dai piedi d’argilla della politica francese, sembra sparito ed era riuscito a racimolare meno del 10 per cento dei voti alle elezioni presidenziali che si erano svolte nel 2017. Il suo candidato, Benoît Hamon, aveva ottenuto appena il 6 per cento dei voti, un risultato umiliante per un partito in grado di ottenere la presidenza nel 1981 e 1988 grazie a François Mitterrand ed ancora nel 2012 con François, Hollande.

Il Partito Socialista è sempre stato, tra gli anni Settanta ed il 2017, il partito di governo oppure il principale movimento di opposizione della Francia. Non sono però mancati, nel corso degli anni, i momenti di crisi come l’eliminazione al primo turno delle presidenziali nel 2002 oppure il fazionalismo esasperato che nel 1991 ed ancora nel 2005 ha quasi provocato l’esplosione del partito. «Il problema della sinistra» secondo la ricercatrice Chloé Morin (le sue parole sono riportate da Politico) «è che continua a spararsi sui piedi».

I Socialisti, I Verdi e la France Insoumise non hanno possibilità di raggiungere il secondo turno delle elezioni presidenziali del 2022 se non creeranno un fronte comune. I Verdi ed i Socialisti non sono nemmeno riusciti a trovare un candidato unico per le elezioni regionali, pianificate per giugno e che coinvolgeranno aree come Parigi. Il leader dei Verdi ha chiesto ai progressisti di unirsi e di creare un progetto per affrontare Macron. I partiti hanno accettato di incontrarsi ma hanno chiarito che sarà difficile trovare un terreno comune. «La sinistra» afferma Morin «sembra voler concentrarsi sulle cose che la dividono piuttosto che su quelle che la uniscono».

Nei Paesi Bassi il Partito del Lavoro (PvdA) è ormai politicamente insignificante ed ha ottenuto appena nove seggi alle elezioni del marzo 2021. La caduta, rovinosa, era iniziata nel 2017 quando il partito aveva ottenuto il 5.7 per cento dei voti, perdendone 19 rispetto alle elezioni precedenti e conseguendo la peggior sconfitta elettorale della storia olandese. Le cose, per il PvdA, non sono sempre andate così male ed il partito ha ottenuto il maggior numero di voti in ben otto occasioni su ventidue dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

La nascita e lo sviluppo di partiti di sinistra alternativi, nello specifico Verdi e Socialisti, ne hanno però eroso la base elettorale mentre l’emersione ed il consolidamento della destra radicale, in particolare dopo il 2002, lo ha progressivamente oscurato. Secondo alcuni osservatori una delle ragioni della crisi esistenziale del PvdA è legata alla sua partecipazione al secondo governo Rutte, tra il 2012 ed il 2017 e più in generale all’adozione, talvolta entusiastica, di politiche economiche legate al libero mercato.

A giocare a sfavore del PvdA è anche l’assenza di una leadership carismatica, di proposte convincenti per superare la crisi del coronavirus e la presenza di vedute divergenti, sul corso politico da intraprendere, tra chi guida il partito ed i suoi elettori. Il trionfo del liberalismo olandese sulla socialdemocrazia potrebbe spingere i socialdemocratici a tentare la strada della fusione con i Verdi, abbandonando il ruolo di movimento di riferimento della classe lavoratrice. Il PvDA, che è stato accusato di aver evitato di muovere critiche al governo Rutte, dovrà scegliere se cambiare pelle ed avventurarsi nell’ignoto oppure rifiutare un’alternativa che può essere rischiosa. Le scelte compiute sono destinate ad influire sugli sviluppi futuri e potrebbero lasciare il segno. 

Il Partito Socialista ungherese (MSZP) è stato il più votato nelle prime quattro elezioni dopo l’introduzione della democrazia multipartitica in Ungheria nel 1990. A partire dal 2010, però, ha subito tre sconfitte consecutive ed una sua ripresa non appare imminente. Il MSZP ha risentito, nel 2010, della crisi finanziaria globale del 2008-2009 e di una serie di altri eventi negativi. Tre cicli consecutivi al governo avevano indebolito il carisma tecnocratico del movimento ed avevano reso più complesso il processo di reclutamento delle nuove leve.

L’elettorato ungherese era stufo di vedere sempre gli stessi volti al potere, tra cui quello dell’ex primo ministro Ferenc Gyurcsány. Proprio Gyurcsány, che nel 2010 fondò un nuovo partito, provocò una frammentazione del sistema partitico che indebolì il MSZP e rese più complesso sconfiggere Viktor Orban. Il Partito Socialista non gode di buona salute. Alcune associazioni ad esso legate sono state sciolte perché i membri le hanno abbandonate mentre diverse sezioni locali del partito esistono ormai solo sulla carta. L’ascesa di Bertalan Tóth, leader del movimento dal giugno del 2018, ha provocato una serie di problemi con altri importanti esponenti socialisti e l’unica speranza di ripresa è legata alle elezioni del 2022.

In questa occasione tutti i partiti dell’opposizione ungherese, dalla destra radicale di Jobbik ai Socialisti passando per i liberali di sinistra della Coalizione Democratica, i Verdi, i centristi di Momentum hanno annunciato l’intenzione di formare una lista unitaria contro Fidesz di Viktor Orban e di coordinare le candidature in tutte le circoscrizioni elettorali. Questa lista ha buone possibilità di successo nelle grandi città, come Budapest ma è ancora indietro nelle aree rurali dove Fidesz è nettamente in testa. Il predominio di Orban, che può contare su una base di supporto molto radicata, sarà difficile da intaccare e bisognerà comunque vedere quale ruolo potranno giocare i Socialisti.

La Sinistra polacca, aggregata nella coalizione Lewica, è riuscita a tornare in Parlamento grazie alle elezioni del 2019 (12.5 per cento dei voti) e dopo quattro anni di assenza. Due partiti della coalizione, Primavera (Wiosna) e Insieme (Razem), si sono presentati con progetti politici piuttosto interessanti ed in grado di intaccare il predominio di Diritto e Giustizia (Pis), al potere dal 2015 e mosso da un’ideologia che fonde tendenze autoritarie e strategie in grado di raccogliere il consenso anche a sinistra. L’ Unione della sinistra democratica (SLD), anch’essa parte di Lewica, aderisce invece ad un socialismo atipico che lo allontana dagli altri partiti progressisti polacchi.

Nel 2020 la crisi della sinistra polacca si è ripresentata con intensità quando Robert Biedron, candidato di Lewica alle elezioni presidenziali, ha ottenuto appena il 2.2 per cento dei voti. Il programma economico del cartello elettorale non è stato percepito come realmente alternativo rispetto a quello dei liberisti di Piattaforma Civica (PO) e la forte moderazione delle posizioni socialdemocratiche da parte di Biedron non ha pagato. La marginalità dei temi economici nella campagna elettorale ha impedito ai progressisti di mostrarsi come antagonisti di nazionalisti e liberali ed ha evidenziato la sostanziale debolezza della sinistra polacca che, forse, potrebbe salvarsi tornando alle origini e strizzando l’occhio a contadini ed operai, duramente colpiti dalla crisi economica.

Per riuscire a sconfiggere il Pis alle elezioni del 2023 la sinistra avrà bisogno di nuove idee e strategie. Diversi polacchi associano i progressisti ai crimini commessi durante il periodo dello stalinismo ed i legami tra il comunismo e la sinistra dovranno essere affrontati per cercare di riabilitare questo blocco politico. Il compito è difficile ma affrontarlo è probabilmente l’unico modo per coltivare la speranza.

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