Inside LubianaLa crisi politica e sanitaria della Slovenia

Mentre il Paese è di nuovo in lockdown, Janez Janša continua imperterrito la sua campagna personale contro i mass media, colpevoli secondo il primo ministro di remare contro di lui e criticare aspramente le misure per far fronte alla pandemia

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Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso transeuropa

Da oggi la Slovenia è nuovamente in lockdown. Undici giorni di stop per cercare di far fronte alla diffusione incontrollata del virus: didattica a distanza, regioni chiuse, blocco dei confini, uffici pubblici a regime ridotto e fermo di tutti gli esercizi commerciali non essenziali. Non chiude, però, l’industria e adesso il problema per i lavoratori è dove mettere i figli. Si riaprirà il 12 aprile, quando è stato promesso che comunque vada i bambini torneranno a scuola. Gli esperti non si attendono miracoli e probabilmente sarebbero pronti a fare firma se la situazione non dovesse peggiorare. Il regime di chiusure ed aperture dura da ottobre e gli sloveni sono sempre più stufi dei divieti e sempre meno pronti a seguire le regole imposte dal governo, che non pare nemmeno avere a sua disposizione troppi strumenti per farle rispettare.

Sullo sfondo della pandemia, intanto, è sempre più galoppante anche la crisi politica. L’ex premier Marjan Šarec e i suoi infidi alleati, lo scorso marzo, erano riusciti nel miracolo di far tornare in scena il leader del centrodestra Janez Janša. La raffazzonata coalizione di centrosinistra, che era andata al governo, dopo le elezioni del 2018, si era dissolta a causa di mille dissidi su questioni pressoché banali. Marjan Šarec, convinto di poter monetizzare a suon di voti la sua popolarità, aveva deciso inspiegabilmente di dimettersi, sicuro di riuscire a portare il paese verso le elezioni anticipate. Non aveva tenuto conto che i tanti partitini della area politica liberale non avevano nessuna voglia di farsi pappare da lui e che i deputati arrivati solo a metà mandato non avrebbero lasciato di buon grado il loro posto in parlamento.

La soluzione, così, è stata quella tirare fuori dal cilindro un personaggio che pareva definitivamente rottamato, tanto che gli altri partiti ed i loro leader avevano giurato e spergiurato di non volere mai più tornare al governo con lui. Per molti sloveni Janez Janša è l’uomo della provvidenza, un martire ed una vittima del regime “totalitario” comunista e delle sue ramificazioni che ancor oggi continuano a manovrare le leve del potere. Per i suoi detrattori, invece, non è altro che il pericoloso “principe delle tenebre”, che vuole trasformare la Slovenia nell’ennesima democrazia “illiberale” del centroeuropa.

Sta di fatto, che molti nel marzo dello scorso anno, proprio mentre il virus aveva bussato alle porte della Slovenia, tirarono un sospiro nel vedere che al posto delle elezioni anticipate le redini del paese erano state prese in mano da un uomo che aveva la fama dell’efficiente organizzatore. Janša, con la sua solita “grazia”, non perse tempo a lanciare strali contro i suoi predecessori, colpevoli di aver lasciato il paese con i magazzini vuoti: senza i più basilari presidi medici. D’altra parte, non mancarono immediatamente di piovere accuse sulla qualità degli approvvigionamenti e sul fatto che gli acquisti più che a riempire i magazzini servivano a far fare soldi agli amici ed agli amici degli amici. Uno scontro a tutto campo anche sulle chiusure imposte dal governo, che per i suoi detrattori non erano altro che un modo per “Orbanizzare” il paese, per incutere terrore nei cittadini e per imporre misure liberticide.

Nel mirino dell’opposizione soprattutto gli ex alleati del Partito del Centro Moderno e del Partito dei Pensionati, che erano passati dalla coalizione di centrosinistra a quella di centrodestra. Lo sforzo, quindi, si è concentrato soprattutto sul far tornare all’ovile questi partiti costringendoli con le buone o con le brutte ad abbandonare l’alleanza con il centrodestra. L’operazione è partita in sordina ad ottobre, quando la Sinistra (radicale), i socialdemocratici e due partiti di area liberale (il Partito di Alenka Bratušek e quello di Marjan Šarec) hanno dato vita alla Coalizione dell’arco costituzionale. Ad idearla Jože P. Damijan, un economista ed ex ministro di uno dei governi Janša, che da icona neoliberista è passato ad essere in pochi anni un punto di riferimento della sinistra.

Il proposito era quello di far cadere il governo Janša e la prospettiva ha cominciato a prendere corpo quando le redini del Partito dei Pensionati sono nuovamente passate nelle mani di Karl Erjavec, noto pendolo della politica slovena, capace di passare indenne da coalizioni di centrodestra e a coalizioni di centrosinistra. Al pittoresco personaggio è stata addirittura offerta la poltrona di capo del governo. Ma alla prova dei fatti la mozione di sfiducia, che doveva portarlo a prendere in mano le redini dell’esecutivo, è naufragata miseramente, grazie anche ai deputati del suo partito, che non l’hanno votato.

All’opposizione non è andata meglio nemmeno con i tentativi di silurare il ministro del Lavoro, Janez Cigler Kralj e con quelli di togliere di mezzo la ministra dell’Istruzione, Simona Kustec. La musica, invece è cominciata a cambiare con la mozione di sfiducia indirizzata contro il ministro della Cultura, Vasko Simoniti. Uno degli uomini più rappresentativi del governo, alla fine, è rimasto al suo posto, ma il risultato è stato quello di riuscire a spaccare il Partito del Centro Moderno, che ha visto tre dei suoi otto deputati lasciare il gruppo parlamentare. Tra di essi anche il presidente della Camera, Igor Zorčič. La coalizione di governo, che ora conta 38 deputati su 90, ha immediatamente risposto cercando di sostituire Zorčič. La speranza era quella di riuscire a raccogliere in aula un numero sufficiente di compagni di strada per dimostrare che l’esecutivo continuava ad avere la maggioranza in parlamento. Alla fine l’operazione non è riuscita per un voto e Zorčič è rimasto al suo posto.

Lo scontro politico però oramai sembra essere entrato in ogni poro della società slovena. È guerra aperta tra Janša ed quelli che lui definisce i media mainstream, colpevoli di remare contro di lui e contro le misure per far fronte alla pandemia. L’agenzia di stampa nazionale si è vista bloccare i fondi, mentre le accuse sulle sue velleità di controllare i media sono arrivate fino a Bruxelles e si sono amplificate quando Janša ha usato gli stessi toni che è abitato ad adoperare in Slovenia per prendersela con i giornalisti delle testate internazionali che scrivevano articoli su di lui.

La baruffa si è persino spostata nel Parlamento europeo, dove è andato in scena un poco edificante siparietto tra il premier e Sophie in ‘t Veld, la presidente della commissione che doveva discutere della libertà dei media in Slovenia. Un bel risultato per Lubiana, che proprio mentre si appresta a prendere la poco significativa poltrona di presidente di turno dell’Unione europea, si trova a essere messa, sempre più spesso, nello stesso calderone con Ungheria e Polonia.

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