Il decennio d’oroCome ricreare i ruggenti anni Venti senza ipotecare il futuro della democrazia

I Roaring Twenties sono stati un periodo di espansione economica, sociale, culturale, ma sono stati segnati anche da crescita diseguale. La sfida di oggi è evitare che la storia si ripeta

Pixabay

«Quello di cui ha bisogno l’America non è l’eroismo, ma la ripresa; non la panacea, ma la normalità; non la sperimentazione, ma l’equilibrio; non l’internazionalismo a tutti i costi, ma il sostegno al nazionalismo trionfante».
Warren G. Harding, 1920.

«Ora che abbiamo la scorta di vaccini, dobbiamo convincere sempre più americani a vaccinarsi. Se riusciremo in questo sforzo allora gli americani avranno fatto un serio passo verso un ritorno alla normalità».
Joe Biden, 2021.

Le dichiarazioni dei due presidenti americani, Harding e Biden, sono insospettabilmente simili nonostante siano state pronunciate a oltre un secolo di distanza. Si somigliano non solo per il contenuto, ma anche per il destinatario del messaggio: una popolazione americana – per estensione potrebbe essere buona parte del mondo – che esce da una crisi economica e sociale profonda, una crisi che ha cambiato la vita delle persone, ne ha stravolto la quotidianità e le abitudini.

Il ritorno alla normalità nel caso di Harding è in riferimento alla Prima guerra mondiale e alla pandemia di influenza spagnola. Nel caso di Biden c’è voglia di superare la crisi dovuta al Covid-19.

Da oltre un anno si parla del futuro dopo la pandemia e si fanno paragoni tra gli anni ‘20 del secolo scorso e quelli del Duemila: si cercano punti di contatto, similitudini, differenze. È soprattutto uno sforzo ottimistico, perché quelli del secolo scorso sono passati alla storia come “Roaring Twenties”, i ruggenti anni ‘20.

Bisognerebbe chiedersi cosa sono stati, davvero, gli anni ‘20 del Novecento, cosa hanno portato come conseguenza, e soprattutto se è auspicabile una replica di quel periodo in modalità simili a quelle di cento anni fa: i Roaring Twenties sono descritti ovunque come una fase di espansione culturale, economica, sociale, che ha innescato una trasformazione di costumi, correnti artistiche, movimenti sociali.

«Ci sono due sentimenti che caratterizzano quel periodo, una contrapposizione frontale», dice a Linkiesta Paolo Mattera, professore di Storia contemporanea all’Università Roma Tre. «Da una parte il desiderio di normalità, rappresentato perfettamente dalla campagna elettorale di Harding, quindi l’euforia delle classi medie e basse che uscivano danneggiate dalla guerra e non volevano tornare alla subalternità della periodo precedente. Ma dall’altra ci sono le spinte opposte dei nazionalismi e dell’idea di poter disciplinare la società ed estendere certi metodi di gestione della società di massa del periodo bellico anche in tempo in tempo di pace».

Anche sul piano economico gli anni ‘20 sono stati un periodo di espansione, ma non l’età dell’oro che il nome Roaring Twenties farebbe immaginare.

«Fu un decennio di crescente prosperità nel mondo occidentale, alimentato dal boom delle costruzioni e dalla rapida espansione dei beni di consumo, come automobili ed elettrodomestici», dice a Linkiesta l’economista Alessio Terzi, della direzione generale degli Affari economici e finanziari della Commissione europea, che in un articolo di fine aprile aveva analizzato analogie e differenze tra i due periodi.

I parallelismi con l’attualità ci sono, almeno a un primo sguardo: la diffusione dell’elettricità può essere paragonata alla sfida della digitalizzazione di oggi; la rivoluzione dei trasporti, con il motore a combustione, ha sicuramente punti di contatto con la mobilità green del Duemila – per fare un paio di esempi.

«Ma oggi come un secolo fa – aggiunge Terzi – le crisi portano cambiamenti che se non governati rischiano di creare nuovi problemi: aziende che prima erano fiore all’occhiello del sistema economico, adesso avranno un nuovo ruolo. Pensiamo ai settori del commercio al dettaglio, dei viaggi aerei, o del turismo congressuale. O ancora al manifatturiero italiano: fornisce pezzi e componenti per produzione di automobili di motore a combustione. Ma le auto elettriche hanno una struttura molto diversa, richiedono skills e know-how diversi, e il valore aggiunto è quasi tutto nella batteria. Le sfide sono crisi e opportunità, è come ridare le carte al tavolo del casinò: può andare bene o andare male. Ma mentre nelle carte dipende dalla fortuna, qui deve esserci programmazione, capacità politica, lettura dell’attualità e del futuro».

Insomma, i ruggenti anni ‘20 non sono un’età dell’oro della Storia contemporanea in tutto e per tutto. Lo si capisce ancora di più contestualizzando: a febbraio 2020, prima della pandemia, Jill Lepore raccontava sul New Yorker il periodo immediatamente successivo a quegli anni ruggenti. Il titolo dell’articolo non potrebbe essere più esplicito: «L’ultima volta che la democrazia è quasi morta».

Il riferimento è proprio a quel capitolo che la storiografia ha rinominato la crisi delle liberaldemocrazie. Lepore ripercorre la caduta degli Stati liberali, cita alcune frasi simboliche di Mussolini e il moltiplicarsi dei governi autoritari – Portogallo, Uruguay, Spagna, Grecia, Bulgaria oltre a Italia e Germania. «Anche la democrazia americana ha barcollato», si legge sul New Yorker.

Paradossalmente, all’inizio di quel periodo di spensieratezza, 24 Stati europei rientravano nel calcolo dei Paesi democratici, ma nel 1939 erano rimasti in 11: nella maggior parte di questi aveva prevalso una forma di autocrazia.

«La spiegazione sta nelle spinte conservatrici e di disciplina sociale che si combinavano con le identità nazionalistiche. Era forte il desiderio di trovare riparo e protezione nelle culture nazionali, nell’identità di gruppo, nell’idea di una società che doveva essere gerarchica e disciplinata per esprimere quella tranquillità e quella stabilità che gli stravolgimenti degli anni precedenti avevano turbato», spiega Paolo Mattera. Che poi aggiunge: «Questa è una delle più grandi differenze rispetto ai giorni nostri: un secolo fa l’impatto e lo shock culturale e sociale della crisi fu molto maggiore rispetto a quello di oggi».

Nonostante le differenze, però, crisi, incertezza e paura, continuano ad essere un fattore all’interno degli Stati, contribuendo ad accentuare il desiderio di un punto d’appoggio identitario e di protezione, economica e culturale. D’altronde nella maggior parte degli Stati europei i partiti e i movimenti sovranisti sono ancora forti, e lo scorso novembre l’elettorato di Donald Trump – pur risultando una minoranza – ha dimostrato di avere numeri consistenti (della vitalità e della forza dei nazionalismi avevamo parlato qui).

«L’insegnamento che possiamo trarre dagli anni ‘20 del ‘900 è che il crollo delle liberaldemocrazie è arrivato a causa dell’incapacità della politica nel cogliere i messaggi della crisi, analizzarne le cause e agire di conseguenza», spiega il professor Mattera.

È quel che abbiamo visto anche dopo il 2008: pur con un percorso non omogeneo, la crisi dei mutui subprime – e a seguire quella sociale – ha provocato ha infierito sulle ferite aperte della globalizzazione, ha aumentato le disuguaglianze e portato con sé un’ondata di nazionalismo che negli anni si è modificata, evoluta, ma non fermata.

«Il vero cambiamento di prospettive della politica occidentale sarebbe arrivato solo dopo la crisi successiva, quella degli anni ‘30, e dopo la Seconda guerra mondiale: solo allora sarebbe arrivata la consapevolezza di dover cambiare il modello di sviluppo economico e che bisognava adottare formule di cooperazione internazionale per sviluppare democrazia e partecipazione», spiega Mattera.

Dal punto di vista economico le stime per il futuro cambiano praticamente con cadenza settimanale. Le previsioni della Commissione europea dicono che se la campagna di vaccinazione procede spedita, se le varianti non sono un problema, e non ci sono altri fattori frenanti, nei prossimi due anni la ripresa sarà robusta in tutta l’Unione, che però sarà meccanica, fisiologica. Un rimbalzo inevitabile e scontato.

«Quello che bisognerà guardare sarà il lungo periodo, un decennio. Gli anni ‘20 del Duemila, appunto», suggerisce l’economista Alessio Terzi.

«Proprio come un secolo fa – conclude Terzi – oggi il mondo si trova davanti a grosse sfide, che vanno da una sensibilità ambientale maggiore alla digitalizzazione, fino alla riduzione delle disuguaglianze (quelle indicate anche dal Next Generation Eu). Quindi l’avvertimento che arriva dal passato è che in questa prima fase di ripresa e di espansione economica dovremo gettare le basi per ottimizzare il rimbalzo economico ed evitare che in futuro si creino gli stessi mostri del secolo scorso: l’uscita dai momenti di crisi può essere un’opportunità o un potenziale pericolo. È una sfida che richiede capacità di intercettare e anticipare i cambiamenti. Altrimenti il rischio è quello di aggravare i problemi che la pandemia ha messo sotto gli occhi di tutti».