Fuori dal coroIl giornalismo dei cittadini per combattere la repressione in Bielorussia

Nella speranza di scalfire l’indifferenza dell’opinione pubblica, l’attivismo nato in occasione delle elezioni presidenziali si è trasformato in citizen journalism. La presidente regionale dell’associazione Articolo 21, Ekaterina Ziuziuk: «Per dare voce ai bielorussi che vivono in condizioni di censura e di oppressione ci siamo trasformati in una redazione»

LaPresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Convegni online, foto di manifestazioni, notizie di arresti, promozione di campagne di solidarietà e mobilitazione, lettere ai consoli bielorussi nei vari paesi: in pochi mesi l’associazione dei bielorussi in Italia “Supolka“ ha intensificato e ampliato l’attività di comunicazione nata spontaneamente in occasione delle elezioni presidenziali, quando la protesta per i brogli e le interferenze è letteralmente esplosa nel paese.

Di Bielorussia, della necessità di tenere alta l’attenzione, e della troppa disattenzione dei media e delle istituzioni europee, parliamo con Ekaterina Ziuziuk, bielorussa da anni in Italia, nominata da poco presidente del presidio regionale Trentino-Alto Adige dell’associazione Articolo 21.

Una non giornalista che parla a nome dei giornalisti, qual è il significato di questo nuovo ruolo?
Non è la voce di Ekaterina che sentirete oggi, ma la voce dell’associazione bielorussi in Italia: e noi non vogliamo rappresentare noi stessi, ma semplicemente dare voce a quelli che combattono per la democrazia e per la libertà in Bielorussia. Non posso che ringraziare Articolo 21 per avermi dato questa occasione di visibilità per le vicende del mio popolo, e ringrazio sempre ogni testata che decide di parlare di quanto sta accadendo nel mio paese.

In Bielorussia, anche secondo un recente report di Access Now  sulla censura online, si sono sperimentati strumenti di controllo e di censura molto espliciti, come quando a giugno si è sperimentato il DPI Deep Packet Inspection, in preparazione a quella che sarebbe stata la chiusura totale di internet in agosto. Il giorno delle elezioni il governo bielorusso ha bloccato prima YouTube, e poco dopo WhatsApp, Telegram, Viber, Vkontakte, e altre piattaforme social, cui è seguito il blocco di alcuni provider VPN, di Tor Project e di Google Play. E poi c’è stato un blocco totale di tre giorni dal 9 al 12 agosto, in seguito giustificato come attacco DDoS. Pare che si sia arrivati fino al 6 dicembre, primo giorno senza blocchi a internet, anche se Telegram e altri VPN non funzionavano. Come vi siete mossi in questa giungla di controlli e blocchi?
Per molti bielorussi, anche per noi all’estero, la data dalla quale è partito tutto è stata il 18 giugno 2020, la data dell’arresto di Viktar Babaryka, uno dei principali tre candidati alle presidenziali; se avessimo avuto le elezioni libere e trasparenti sarebbe adesso presidente della Bielorussia, perché godeva di un consenso molto ampio. Pensate che aveva raccolto 426 mila firme a sostegno della sua candidatura. Ricordo che in Bielorussia vige lo stesso sistema russo, una legge fotocopia che prevede lo stesso numero minimo di firme (100mila) per candidarsi alla presidenza. Ma in Russia non ci sono nove milioni di abitanti come in Bielorussia…

Ebbene, il 18 giugno Viktar Babaryka è stato arrestato con l’accusa di corruzione, quando ancora era in corso la raccolta firme. E anche sapendo che lui era in carcere, la gente è rimasta in coda, sotto la pioggia, ricordo un forte temporale a Minsk. Ma nessuno è andato a casa. Mi ricordo la diretta di Radio Svoboda, 6-7 ore, dal pomeriggio fino a notte fonda e ricordo che dopo quella trasmissione è stato come se si fosse acceso un interruttore: ho percepito un’ondata, non so come descriverla, quasi come sentire che sta aumentando il rumore della protesta contro la dittatura. Anche per molti altri è stato così.

Da quel momento la protesta si è allargata, sulle strade in Bielorussia ma anche oltre confine.
Nonostante, dopo 16 anni qui in Italia, non avessi molti contatti con miei connazionali, e nonostante non mi occupassi direttamente di politica, ho subito cominciato a cercare altri bielorussi in Italia. Ne ho sentito il bisogno. Per me era chiaro che bisognava fare qualcosa, già allora, perché fin dall’inizio tutto faceva presagire le violenze che dopo abbiamo visto verificarsi. Mi rendevo anche conto che per quanto facessimo non avremmo potuto incidere su quanto stava avvenendo, ma allo stesso tempo non potevo sottrarmi.

La nostra associazione è nata così, il 22 giugno, un gruppo Facebook ex novo, senza promozione, senza esperti di marketing o di comunicazione, solo bielorussi amanti del proprio paese e della democrazia. Siamo in contatto con le diaspore in altri paesi, e come loro abbiamo partecipato al sondaggio elettorale: a Roma solo il 3% dei consensi è stato per il presidente Lukashenka.

Il caso Bielorussia conferma come alcune zone restino ancora in ombra per l’informazione mainstream, se non per alcuni sprazzi di visibilità dovuti ai grandi eventi. E invece, con la nomina di una bielorussa a presidente del presidio regionale di Articolo 21, l’associazione di giornalisti italiana ha voluto riportare il tema in agenda.
A dir la verità mi sono resa conto di avere a che fare con il giornalismo solo quando mi è arrivata la proposta di Articolo 21. Col senno di poi mi sono resa conto che effettivamente ciò che stiamo facendo è quello: trasmettere l’informazione in una forma accessibile alla società italiana, in lingua italiana, proprio affinché l’attenzione non cali. E questo è stato l’obiettivo sin dall’inizio del mio attivismo. Così, per dare voce ai bielorussi che vivono in condizioni di censura e di oppressione ci siamo trasformati in una redazione, facciamo comunicati stampa, convochiamo incontri, diffondiamo video, foto, testimonianze. Lo dobbiamo fare perché la libertà di espressione non esiste in Bielorussia. Un esempio eclatante è quello della bandiera bianco-rossa, ora simbolo dell’opposizione: se la esponi sul balcone, vieni arrestato con il capo di imputazione “manifestazione non autorizzata”. Ci sono state decine di casi, con gente in carcere per 14 giorni per essersi rifiutata di rimuovere la bandiera.

Il 2 maggio a Trento. I giornalisti incarcerati in Bielorussia saranno ricordati il 2 maggio a Trento durante un evento organizzato dal Comune in collaborazione con FNSI e Articolo 21, cui parteciperà anche OBCT. Il Comune esporrà la bandiera bielorussa a Palazzo Geremia, dove interverrà anche Ekaterina Ziuziuk insieme al presidente del sindacato FNSI Giuseppe Giulietti, alla giornalista siriana residente in Italia Asmae Dachan e a Paola Rosà di OBCT.

La situazione in Bielorussia va avanti da tempo, con Lukashenka presidente dal 1994. Come era quando vivevi ancora là?
Mi ricordo ad esempio il referendum per cambiare la bandiera, il 7 giugno 1995. Io ero ancora a Minsk, e la sera del voto passeggiavo in centro con un’amica. Ebbene, ancora prima che fossero resi noti i risultati ufficiali, stavano già rimuovendo la vecchia bandiera, quella bianco-rossa. Per me è stata una rivelazione: il referendum era stato solo una messinscena. Ma adesso sembra che le cose non possano più tornare indietro, è come si fosse aperto un coperchio su una pentola in ebollizione.

Le grandi manifestazioni non ci sono più. Ora è il momento degli arresti, dei processi. Che cosa state raccontando?
C’è ancora molta gente che rischia, ci sono piccole azioni allo scopo di marcare il territorio. Ci sono graffiti, adesivi, bandiere, e la repressione è immediata: le autorità arrivano persino ad abbattere gli alberi da cui non riescono a staccare i volantini. Quest’inverno, hanno lasciato per giorni le strade piene di neve perché gli addetti erano impegnati a rimuovere manifesti e bandiere.

La spirale della violenta repressione in Bielorussia si sta attorcigliando sempre di più ma purtroppo non se ne parla quasi più, le condanne sono pesanti, si tratta anche di 5 o anche 7 anni di reclusione a persone che in molti casi non hanno nemmeno partecipato alle proteste. E poi ci sono le violenze da parte delle forze dell’ordine, senza contare le centinaia di prigionieri politici detenuti in condizioni disumane, incluse decine di giornalisti, 13 persone in una cella da due, senza acqua calda, senza carta igienica. Una mia amica è stata arrestata ed ha trascorso una settimana in carcere dormendo per terra vestita. Altre due mie amiche mi hanno detto che i mariti, arrestati durante una manifestazione, sono tornati a casa dopo due settimane di carcere con il Covid: casi così sono numerosi, e c’è il sospetto che sia una strategia delle autorità per colpire la protesta. Ma gli episodi di intimidazione sono centinaia, ci sono stati pensionati arrestati perché leggevano in treno libri classici bielorussi. E noi non possiamo smettere di raccontare quanto accade.

Per qualche tempo, la rivoluzione bielorussa è stata vista come un movimento guidato dalle donne. Citiamo il premio Sacharov del Parlamento europeo a Sviatlana Tsikhanouskaya e Veranika Tsapkala, e quest’ultima poi ospite del programma in prima serata di Fabio Fazio. Si tratta davvero di una rivoluzione al femminile?
Sicuramente è una novità che le donne abbiano assunto un ruolo così importante nella protesta bielorussa, ma devo dire che non le vedo come una forza motrice o come una cosa a sé stante: per me è quasi normale che anche le donne protestino, perché la protesta coinvolge tutto il popolo. Dividere bielorussi in uomini e donne, pensionati e studenti, non credo sia una buona cosa: tutte queste categorie sono coinvolte, si tratta del popolo bielorusso.

A ben guardare, le donne hanno assunto questo ruolo di rilievo un po’ per le circostanze che le hanno costrette a farlo: le tre candidate alla presidenza si sono candidate perché tre uomini erano stati arrestati, e così due mogli e una portavoce sono subentrate in campagna elettorale.

Che cosa vi aspettate dal resto del mondo, e in particolare dall’Unione Europea?
Innanzitutto è importante continuare a parlare della Bielorussia: se si spengono i riflettori il regime potrà agire più indisturbato. Quindi questo è l’invito che rivolgo a tutti i media italiani.

Dopo molte riflessioni, e anche su pressione dei nostri connazionali in patria, pensiamo che l’Unione Europea debba introdurre sanzioni economiche per privare il regime dei mezzi di sostentamento [nei mesi scorsi erano state applicate sanzioni mirate, quali divieto di viaggio e congelamento dei beni, a meno di un centinaio di funzionari governativi, Ndr.]. Sappiamo che spesso le sanzioni ricadono pesantemente sulla popolazione civile, ma la dittatura è possibile grazie alle persone che la rendono possibile, penso ai collaboratori del regime, alle forze dell’ordine che arrestano i manifestanti e a tutti quelli che rendono possibile l’implementazione del terrore nella vita quotidiana. Quando lo stato non avrà più i soldi per pagare gli stipendi, probabilmente tutto comincerà a sgretolarsi. La popolazione sta già soffrendo, la popolazione sta già perdendo il lavoro, stanno già chiudendo le aziende perché i dipendenti o la direzione partecipava alle proteste. Ci sono già danni, non dalle sanzioni ma dal regime stesso.