Magistratura AmaraGiudici e pm non sono più in grado di controllare se stessi (ammesso che lo siano mai stati)

Dopo il Palamaragate, continua la serie inaudita di scandali che coinvolgono il sistema giudiziario, con molti déjà-vu e un ricorrere di nomi e di situazioni che avrebbe fatto impazzire Dumas. Se il sistema non si autoriformerà, sarà la democrazia del Paese a crollare

Foto di Alberto Sanchez da Pixabay

Deflagra l’ultimo scandalo al Consiglio superiore della magistratura, ma il tutto ha il sapore del già visto. La storia giudiziaria ha infatti già conosciuto altre volte la stagione dei corvi, tipica di ambienti e corporazioni in cui il coraggio è dote di pochi. Proviamo allora a mettere insieme un po’ di punti nel complicato grafico della magistratura italiana di questi tempi.

Come due anni prima a Roma, agli albori del Palamaragate, l’innesco è un’altra volta la protesta di un sostituto procuratore arrabbiato. Come allora, anche questa volta a Milano un pm stimato e ritenuto integerrimo fino alla rigidità (con qualche analogo precedente di contrasti con i capi anche in altre sedi), Paolo Storari, non si è fermato davanti alla insensibilità dei vertici della sua Procura per quello che gli sembrava un caso di evidente malaffare da perseguire con maggiore incisività.

C’è un punto in comune tra le due situazioni: entrambi i pm in questione si sono lamentati di non aver potuto arrestare e/o indagare il medesimo soggetto: l’avvocato siciliano Piero Amara, già condannato per illeciti commessi in Sicilia e a Roma dove, secondo le accuse per le quali ha patteggiato pene ragionevoli, ha corrotto magistrati nelle Procure e addirittura al Consiglio di Stato.

La grave crisi che rischia di trascinare a fondo le istituzioni della Seconda (o Terza?) Repubblica ha le fattezze paciose di questo legale siciliano, scoperto da uno dei più famosi giuristi italiani, Federico Stella, grande anche come avvocato di clienti del calibro dell’Eni, di cui era difensore storico e presso cui introdusse Amara che ne divenne consulente.

Il primo pm, Stefano Rocco Fava, all’epoca sostituto a Roma, ha presentato un paio di anni fa un esposto al Csm incrociando sulla sua strada Luca Palamara, nel frattempo informato di essere stato denunciato a Perugia per corruzione dai medesimi magistrati bersaglio dell’esposto del collega. Per inciso, uno di questi, secondo la sua versione, si era premurato anche di dargliene notizia.

All’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati la coincidenza sembrò un colpo di fortuna, ma sia lui sia Fava sono finiti imputati a Perugia insieme all’ex procuratore generale presso la Cassazione per rivelazione di segreto d’ufficio, mentre l’esposto di Fava al Csm veniva invece archiviato e lui stesso trasferito in altra sede.

Il sostituto ha fama di magistrato fin troppo intransigente e ostinato e ciò lo accomuna al suo omologo milanese Paolo Storari. Questi un anno dopo sollecita, ugualmente senza trovare ascolto, i suoi diretti superiori a indagare sulle dichiarazioni rese dal medesimo soggetto, Piero Amara, in ordine a una misteriosa loggia segreta, “Ungheria” (dal nome, pare, dell’omonima piazza dei Parioli a Roma, in cui sarebbe ubicata la sede), dove sarebbero soliti incontrarsi esponenti delle istituzioni, grand commis, imprenditori, alti gradi militari e magistrati, appunto.

A differenza del collega, e non sappiamo se ammaestrato dal precedente di Fava, Storari non firma esposti ma decide di andare lui come Maometto alla montagna, recandosi dall’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, espressione (al tempo) della magistratura libera dai condizionamenti delle vecchie correnti, con un singolare regalo: la copia dei verbali milanesi di Amara, non firmati ma sembra autentici.

Qui la storia s’ingarbuglia: Davigo condivide, per sua stessa ammissione, le preoccupazioni di Storari, ma per certo non deposita le copie al Csm o presso una procura: Davigo ci ha tenuto a dire che ne informò «chi di dovere», affermazione vaga da cui ha preso le distanze, con un formale comunicato, la Presidenza della Repubblica. Il Fatto quotidiano (la stampa, certa stampa, in questa storia, in tutta questa storia, ha un ruolo non secondario), giornale da sempre grande estimatore del dott. Davigo, riferisce che il vice-presidente del Csm, David Ermini, ne sia stato informato e sia salito al Quirinale, ma la circostanza non è stata confermata.

A questo punto si manifesta opportunamente sul proscenio il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, titolare dell’azione disciplinare, e informa che in effetti Davigo gliene parlò, ma senza accennargli nulla o mostrargli alcunché dei famosi verbali.
A seguito di ciò Salvi ha contattato il capo di Storari, il procuratore Francesco Greco e, come lui stesso scrive, l’inchiesta sulle dichiarazioni di Amara ha ricevuto un proficuo impulso con il coinvolgimento anche delle procure di Roma e Perugia dove il procuratore Raffaele Cantone, secondo l’Ansa ha aperto un procedimento ipotizzando la violazione del divieto di costituire associazioni segrete. Il capoluogo umbro è una delle capitali massoniche italiane ma la competenza della locale Procura deriverebbe dall’iscrizione di nominativi di magistrati romani. Nel contempo, Salvi preannuncia rigorose iniziative disciplinari a carico di Storari. Vedremo se l’esito sarà il medesimo di Fava.

Non basta, si è appreso solo ora di una clamorosa notizia secondo cui i sempre misteriosi verbali sono stati inviati da mano ignota a due giornali, gli stessi che due anni fa, per coincidenza, fecero esplodere il Palamaragate, senza tuttavia che venissero diffusi (a differenza delle chat di Palamara, dunque un caso unico di scoop mancato), come pure la ignota “postina” (come riferito da Liana Milella, firma di Repubblica) aveva sollecitato.

Liana Milella, ancorché posseduta in altre circostanze per sua stessa ammissione dal “demone del giornalismo”, questa volta non risponde e la cosa è rimasta segreta sino a oggi.

Per questo fatto è indagata un’impiegata del Csm che era stata la segretaria di Davigo. Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera scrive che la circolazione dei verbali in questione non sia una novità: essi erano stati addirittura “sventolati” dal grande accusatore del processo Eni-Nigeria, Armanna, in un interrogatorio dove aveva parlato anche della misteriosa loggia “Ungheria”.

Il felleuiton non finisce qua, ma si arricchisce di un’ulteriore puntata con l’ingresso sulla scena di quello che è destinato a essere uno dei grandi protagonisti nel futuro prossimo, politico e forse istituzionale, del Paese: Nino Di Matteo, il pm del processo sulla trattativa Stato-Mafia (che intanto langue a Palermo in appello). Da consigliere del Csm ha sollevato una settimana fa in assemblea lo scandalo: dichiara di avere ricevuto pure lui i verbali (Dumas padre sarebbe impazzito) e fa il nome di uno dei magistrati citati da Amara quale iscritto alla loggia Ungheria, Sebastiano Ardita, anche lui membro del Csm, ex pm antimafia, fondatore con Davigo della corrente di Autonomia ed indipendenza ed ex amico dello stesso, da cui si è diviso per ignoti motivi. Ardita dichiara, in un’intervista al Fatto, di condividere punto per punto l’iniziativa di Di Matteo da lui anzi sollecitata, di essere bersaglio di manovre oscure e di non ritenere possibile che dietro l’invio dei verbali di Amara ci sia solo una modesta impiegata del Csm.

L’ultimo tocco (per ora) lo fornisce Francesco Grignetti su La Stampa, che rivela come Amara abbia indicato il capo della loggia Ungheria nell’ex procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra. Qui la memoria storica fa un balzo all’indietro e spalanca la scena a uno dei grandi e più tragici misteri italiani: l’indagine sull’omicidio di Paolo Borsellino. Tinebra ne fu l’istruttore: fu lui, con altri pm, a raccogliere e seguire la pista delle false confessioni del pentito farlocco Vincenzo Scarantino che causarono la condanna all’ergastolo di sette innocenti. Come accertato da una serie di sentenze e da un’indagine, quel processo e soprattutto la sua istruttoria furono una colossale opera di depistaggio e inquinamento.
Per essa sono oggi a giudizio tre poliziotti agli ordini dell’ex questore Arnaldo La Barbera, deceduto nel frattempo come Tinebra.

I pm di Messina, nella richiesta di archiviazione della posizione di due magistrati che seguirono le indagini agli ordini di Tinebra, scrivono che «il silenzio, ineccepibile in punto di diritto, del quale si sono avvalsi» i tre poliziotti sotto processo per il depistaggio a Caltanissetta «non ha consentito di comprendere quale effettivo ruolo hanno svolto il dottor Giovanni Tinebra – a quell’epoca Procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta – e i suoi sostituti nella gestione di Scarantino, né quale direzione effettiva essi hanno avuto delle indagini. Senza dire che la scomparsa di Tinebra e La Barbera ha impedito, oggettivamente, di acquisire le conoscenze che gli stessi direttamente avevano o potevano avere dei fatti».

La storia professionale di Tinebra incrocia curiosamente quella di due dei protagonisti della vicenda del Csm. Tinebra ha lavorato con Sebastiano Ardita al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di cui era dirigente e di cui Ardita era uno dei collaboratori, responsabile dell’Ufficio detenuti. Poi, come è successo al magistrato catanese con Davigo, i due litigarono apertamente e notoriamente nel 2005 proprio per motivi attinenti la gestione di alcuni detenuti al 41 bis per cui non è ipotizzabile, secondo Di Matteo e Ardita, una convivenza nell’associazione e dunque sarebbe palese la calunniosità delle dichiarazioni di Amara.

Tra i sostituti che seguirono la drammatica indagine Borsellino vi era anche Nino di Matteo insieme a Ilda Boccassini, che si era fatta applicare a Caltanissetta proprio per indagare sulle stragi. Boccassini fu l’unica a denunciare per tempo l’inattendibilità del presunto pentito e a scontrarsi apertamente con Tinebra che, secondo le dichiarazioni rese in dibattimento nel processo, era solito appartarsi da solo con Scarantino prima degli interrogatori. Metodi e stranezze denunciati negli anni anche dalla famiglia Borsellino. Boccassini rinunciò e rientrò a Milano, dove finì la sua carriera in Procura divenendo aggiunto senza riuscire a divenirne capo, in favore di Francesco Greco, e avendo tra i suoi sostituti un pm nel frattempo arrivato da Torino per difficoltà ambientali coi capi dell’ufficio: Paolo Storari.

Il ricorrere di nomi e situazioni genera una vaga sensazione di capogiro e diversi interrogativi sulla qualità della “classe dirigente”: nomi, luoghi e abitudini di frequentazione ricorrenti.
Come in ogni consorteria di sistema ristretto si litiga, maturano rancori ma alla fine si cercherà di ricomporre e, se salterà la testa di qualcuno, pazienza: l’importante è salvare l’insieme, famiglia, associazione o loggia che sia.

Non rassegnandosi e volendo individuare un punto da cui ripartire, in un’ottica “liberale e democratica“ come si è discusso nel dibattito di Linkiesta, pare evidente che si debba affrontare il problema della gestione delle Procure italiane. Ciò che dimostra la serie inaudita di scandali è che la magistratura non sia più in grado di controllare se stessa da sola. Lo sapevano i costituenti, che avevano immaginato un controllo “misto” nel Csm con la presenza significativa dei politici rappresentati dal vicepresidente. Tutto questo è saltato perché, come ha bene spiegato Palamara, il numero due del Csm dopo il presidente della Repubblica viene scelto solo col placet dell’Anm. Lo avevamo sospettato viste le scialbe figure di secondo piano che nel corso degli anni sono state designate all’incarico.

Non può essere così: il risultato è che la mancanza di un valido controllo “esterno” ha favorito la nascita di potentati annidati principalmente nelle Procure, i gangli più delicati nel sistema giudiziario. Se è così, non è solo un problema di sistema elettorale ma soprattutto di controllo sull’operato e la gestione dei vari procuratori. Non una forma di subordinazione politica, ma semplicemente di “checks and balances” come in ogni democrazia vera.

Sarà bene cominciare a riflettere, tra chi nelle varie comunità di giuristi ha indipendenza di giudizio, se non sia il caso di rendere effettive ed efficaci le funzioni di controllo su progressione delle carriere, nomine locali e gestione dell’attività svolte da organismi come i consigli giudiziari, magari stabilendo temporanee incompatibilità tra le attività professionali e la funzione pubblica come avviene già per i laici eletti al Csm. Di sicuro se il sistema non si autoriformerà sarà la democrazia del Paese a crollare.

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