Elettori contro la democraziaI governi autoritari che piacciono ai cittadini

Le radici di questa fase autocratica che ha investito tutto il mondo non sono da ricercare solo nei tentativi dei politici illiberali di prendere il potere e conservarlo. Un articolo di Foreign Affairs spiega che c’è una spinta che parte dal popolo, da una domanda di maggior sicurezza e ordine, e una incapacità degli organi statali nel fare da contrappeso ai leader politici

Lapresse

Ci sono momenti nella storia in cui i cittadini di un Paese o un’area del mondo hanno una maggiore attenzione verso temi dell’ordine e della sicurezza. La richiesta si traduce nella difesa dei confini, nella prevenzione da eventuali minacce esterne, o in un maggior uso della forza. È uno dei motivi, forse il più immediato e il più intuibile, che spiega perché la politica può arrivare a ridurre le libertà: spesso sono i cittadini che lo chiedono.

Questo spiega ad esempio perché l’atteggiamento “Law&order” di Donald Trump ha incrociato così facilmente un’ampia domanda alle elezioni del 2016 e ha ancora grande successo tra le fila del Partito Repubblicano. Lo stesso è accaduto altrove, in Brasile, Russia, Nicaragua, Grecia, Polonia e altri Paesi, dove i gruppi di odio e gli estremisti sono aumentati.

«È difficile essere ottimisti circa le democrazie liberali oggi», si legge in un lungo articolo di Foreign Affairs, un’analisi firmata da Pippa Norris, docente di Politica comparata alla Harvard Kennedy School. «Il mondo – scrive l’autrice – ha vissuto giorni inebrianti durante la cosiddetta terza ondata di democratizzazione, iniziata in Grecia, Portogallo e Spagna negli anni ’70, diffusa in America Latina negli anni ’80 e accelerata nell’Europa orientale negli anni ’90 dopo il caduta dell’Unione Sovietica. Ma oggi la situazione è molto più cupa. La primavera araba si è conclusa in repressione in Egitto e Siria; il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping hanno rafforzato la presa sul potere; le proteste di piazza in Bielorussia, Hong Kong e Myanmar sono state fermate nel sangue. Anche nelle democrazie liberali di vecchia data, come gli Stati Uniti, i leader populisti autoritari sono saliti al potere».

Nel suo articolo, Norris cita il libro “Backsliding: Democratic Regress in the Contemporary World”, di Stephan Haggard e Robert Kaufman, un saggio che prende in esame 16 diversi casi di caduta democratica: Stati che avevano hanno vissuto almeno otto anni consecutivi di democrazia elettorale dal 1974 al 2019 e poi hanno assistito a un declino significativo dei valori democratici.

La perdita di valori delle democrazie liberali segue uno schema preconfezionato, quasi sempre. In primo luogo, gli autocrati sfruttano la polarizzazione politica per ottenere la carica esecutiva. Poi enfatizzano le tensioni sulle questioni culturali, ad esempio ponendo l’accento su discorsi d’odio nei confronti degli stranieri, gli immigrati e le minoranze – i classici «noi» contro «loro».

Successivamente questi leader iniziano ad aggredire e mettere in discussione le istituzioni democratiche, in particolare quelle che garantiscono elezioni libere ed eque, e legislature indipendenti. In questo caso chi ricopre cariche elettive è spesso complice, non facendo abbastanza per frenare gli attacchi dei leader allo Stato di diritto o le loro manipolazioni delle regole elettorali.

«Questo processo – scrive Norris su Foreign Affairs – disorienta l’opinione pubblica, che non può vedere i danni alla democrazia finché non è troppo tardi». I casi esemplari sono quelli dell’Ungheria di Viktor Orban e degli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump.

In Ungheria il partito di Orban, Fidesz, ottenne una vittoria schiacciante nel 2010. Subito dopo il suo insediamento Orban ha modificato la costituzione e la legge elettorale, consolidando così il suo potere nelle elezioni del 2014 e poi nel 2018.

Non è finita qui: Orban ha intaccato l’indipendenza dei mezzi di informazione, ha limitato la magistratura e limitato i diritti politici e le libertà civili, quasi sempre alimentando il risentimento contro i migranti. In tutto questo la sua retorica ha sempre ribadito un concetto tanto semplice quanto mendace: «Ripete che lui e lui solo rappresenta la “vera” democrazia, rispondendo alla volontà del popolo, difendendo l’Ungheria dall’Unione europea e da quella che considera la sua politica permissiva sull’immigrazione», si legge su Foreign Affairs.

Negli Stati Uniti è accaduto qualcosa di simile, ovviamente con i parametri della più grande democrazia del mondo.

Trump ha vinto le elezioni per la Casa Bianca sfruttando la polarizzazione del suo partito su questioni culturali. Una volta in carica ha enfatizzato le differenze tra i cittadini e i rappresentanti al congresso, ha abusato della retorica del noi-contro-loro su immigrazione, razza, religione e su qualsiasi questione nazionalista.

«Trump – scrive Norris nel suo articolo – ha anche eroso la fiducia dei repubblicani nell’autorità legittima delle istituzioni democratiche che controbilanciano l’esecutivo. Ha attaccato regolarmente i media e si è lamentato della magistratura. Ha ampiamente aggirato il Congresso, governando via Twitter, con ordini esecutivi e con la nomina di funzionari mai confermati dal Senato. Ha anche seminato diffidenza nei confronti delle elezioni, culminata nello sfacciato attacco dei suoi sostenitori al Campidoglio».

Rispetto alla tesi contenuta nel libro “Backsliding” di Haggard e Kaufman l’articolo di Foreign Affaris prova a fare un passo in avanti: «I due autori sottovalutano il ruolo di più ampi cambiamenti nell’elettorato e il fallimento delle istituzioni politiche: i leader illiberali vanno incolpati per il “regresso democratico”, ma sono aiutati da cittadini solidali con loro e istituzioni imperfette».

Inoltre Haggard e Kaufman considerano la polarizzazione delle posizioni politiche come un fattore esogeno, slegandola dalle divisioni economiche o culturali già presenti nell’elettorato. Quindi si concentrano su come i leader illiberali contribuiscono al regresso dei valori democratici, attribuendo ai leader illiberali la capacità di corrompere le norme e le tradizioni democratiche. Di conseguenza trattano i fattori dal lato della domanda – quindi degli elettori, le forze che consentono ai leader autoritari di crescere e affermarsi – come secondari.

«Gli autori – si legge nell’articolo – attribuiscono un ruolo limitato al popolo: gli elettori forniscono un mercato per gli autocrati, li eleggono per le cariche pubbliche, ma poi sono visti come un’entità costretta ad accettare passivamente le conseguenze». Invece spesso è il popolo a richiedere una stretta autoritaria, come si diceva nella prima parte di questo articolo.

Per Foreign Affairs la vera combinazione fatale che determina il decadimento dei valori democratici e l’emergere degli autoritarismi, è data dalla polarizzazione del dibattito politico e dalla presenza di istituzioni obsolete incapaci di creare i giusti contrappesi ai leader illiberali.

Ci sono diversi esempi che possono aiutare a spiegare in che modo i cittadini e le istituzioni sono un elemento decisivo in questa fase di rinascita autoritarismo.

Nel Regno Unito la campagna elettorale per la Brexit ha rivelato le aspre divisioni esistenti tra gli elettori del Leave e quelli del Remain. In Francia, i dibattiti sul ruolo dell’Islam e dell’identità francese hanno alimentato il sostegno al partito di estrema destra di Marine Le Pen.

Il nazionalismo indù in India ha esacerbato la violenza della folla contro le minoranze musulmane e ha portato il Parlamento ad approvare una legge sulla cittadinanza che discrimina i musulmani. E nella già citata Ungheria, il governo di Orban ha cavalcato la xenofobia dei suoi cittadini sulla questione migranti per sfidare l’Unione europea su uno dei terreni più delicati.

E in tutti questi Paesi i sistemi elettorali sostanzialmente maggioritari – per quanto diversi l’uno dall’altro – autorizzano i leader populisti autoritari a minacciare i diritti delle minoranze.

«In generale, i Paesi a più alto rischio di regresso democratico sono quelli in cui società e partiti sono polarizzati su valori culturali liberal-conservatori e dove le istituzioni non accettano fratture e sfumature», scrive Norris su Foreign Affairs prima della domanda finale.

Ecco, in conclusione, bisognerebbe chiedersi cosa si può fare per andare oltre questa fase di pericolosa deriva autoritaria. «La polarizzazione culturale – è la conclusione dell’articolo – è estremamente difficile da superare, soprattutto a breve termine. La strategia più efficace è rafforzare le istituzioni democratiche liberali e fare in modo che i politici siano incentivati a seguire le norme democratiche. Naturalmente, il dilemma è che in molti luoghi i populisti autoritari hanno già preso il potere e possono usarlo per porre il veto alle riforme democratiche. A questo proposito, le prospettive di riforma non sembrano particolarmente promettenti».

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