Palco glitteratoPerché non possiamo fare a meno del trash geopolitico dell’Eurovision

L’oro dei Måneskin e l’argento di Barbara Pravi riportano al centro l’Europa della diversità linguistica: una scelta di giuria e televoto rafforzata ancora di più se si guarda alle prime cinque postazioni. Solo una canzone (l’Islanda) parla inglese, mentre la parte alta della classifica celebra italiano, francese e ucraino

LaPresse

L’Eurovision rilancia il Trattato del Quirinale tra Italia e Francia, perlomeno in chiave musicale. L’oro dei Måneskin e l’argento di Barbara Pravi riportano al centro l’Europa della diversità linguistica: una scelta di giuria e televoto rafforzata ancora di più se si guarda alle prime cinque postazioni. Solo una canzone (l’Islanda) parla inglese, mentre la parte alta della classifica dell’Eurovision celebra italiano, francese e ucraino. La francophonie in particolare ne esce vittoriosa, con la doppietta di Francia e Svizzera e tanto da poter dire nell’Europa post-Brexit (come sa il ministro per gli Affari europei di Parigi Clément Beaune, che non a caso era alla Ahoy Arena di Rotterdam per la finale).

La Brexit rivela di essere un po’ anche Eurovexit, nonostante le rassicurazioni dell’allora premier David Cameron alla vigilia del referendum del 2016. Ingiustamente, forse, perché il brano di James Newman non meritava d’essere fanalino di coda con zero punti. Ma evidentemente è nata qualche acrimonia nel continente per una Little England che pure sogna da Global Britain. Al di là della Manica il vento europeo invece soffia, eccome: altro che Royal Navy al largo di Jersey per le dispute sulla pesca; a Londra (come a Berlino e Madrid) una canzone francesissima come “Voilà” ha inaspettatamente mietuto successi.

La storia dell’Eurovision
L’Europa moderna s’è fatta a Parigi e a Roma, a Maastricht e Lisbona (e pure un po’ ad Amsterdam e Nizza), città che hanno ospitato successive tappe della storia Ue e la firma di vari Trattati. Ma s’è fatta anche un po’ a Zagabria, e prima che la Croazia entrasse a far parte dell’Unione europea. Era il 1990, la città croata era ancora parte di una Jugoslavia che si sarebbe dissolta di lì a poco, il muro di Berlino era caduto da appena qualche mese e ci si preparava per la riunificazione tedesca, in agenda per l’autunno: su un palco lambito dagli eventi storici, quello dell’Eurovision Song Contest, Toto Cutugno portò “Insieme 1992”, che non era il nome di una lista civica alle amministrative della lunigiana, ma un brano che diventò a pieno titolo un inno all’integrazione europea e alla fiducia figlia dell’alba degli Anni Novanta (“Sempre più liberi noi / Non è più un sogno e noi non siamo più soli / Sempre più uniti noi / Dammi una mano e vedrai che voli / L’Europa non è lontana / C’è una canzone italiana per voi / Insieme, Unite, Unite, Europe”). 

Prima delle più recenti simpatie russe e quando non c’erano ancora sovranisti in giro, Toto Cutugno (che anche quell’anno a Sanremo era arrivato secondo, ma approfittò del ritiro dei Pooh per andare lui all’Eurovision) ha regalato agli europeisti un brano rimasto negli annali e dedicato al Trattato di Maastricht che sarebbe stato firmato due anni dopo, nel 1992 appunto. Oltre ai Maneskin quest’anno l’unica altra vincitrice italiana, la 16enne Gigliola Cinquetti, che a Copenhagen trionfò con “Non ho l’età” (nell’attesa fanno inorridire i frugali olandesi con le loro salate coreografie). Menzione d’onore, naturalmente, per “I Treni di Tozeur” di Franco Battiato e Alice, che si fermarono ingiustamente quinti nel 1984.

 

Come le Olimpiadi, l’Eurovision Song Contest – il festival organizzato dall’EBU, la European Broadcasting Union, che torna in scena dal 18 al 22 maggio dopo l’inedito stop dell’anno scorso, ospitato come da programma all’Ahoy Arena di Rotterdam – è un evento televisivo su scala globale al confine tra costume e (geo)politica, una frontiera sempre densa di sorpresa e che negli anni ha prodotto consolidate certezze (in particolare sul sistema a punti, che vede ormai rodate alleanze bilaterali come quella tra Italia e Albania e Grecia e Cipro), ma anche non poche controversie. Momenti che di tanto in tanto hanno anche rubato i riflettori alla musica e alle coreografie nella settimana in cui ci si riunisce tutti attorno all’altare del trash (tutti, anche i parlamentari europei, che hanno ospitato e acclamato Conchita Wurst, l’artista austriaca in drag vincitrice nel 2014 con “Rise Like a Phoenix”).

È capitato già in questa edizione, ad esempio, contro le proteste di un gruppo di fondamentalisti religiosi davanti alla tv pubblica cipriota, per mettere all’indice “El Diablo”, il brano della connazionale che inneggerebbe al demonio. Per il pubblico, però, finora il vero peccato originale della canzone è che ricorda parecchio, al limite del plagio, “Bad Romance” di Lady Gaga. E in Russia è la performance della portabandiera Manizha con “Russian Woman” a creare qualche malcontento: è di origine tagika e pure femminista, in un Paese reale che corre ed è sempre meno in sintonia con la sua classe dirigente. 

Ma è sulla politica che si scivola anche sul palco glitterato dell’Eurovision. Il regolamento del festival canoro, in verità, mette formalmente al bando le strofe di natura politica e divisive. Nel 2009, ad esempio, la Georgia – che in un primo momento si era ritirata dalla competizione ospitata quell’anno a Mosca, in reazione all’invasione russa dell’agosto prima e alla breve guerra che ne seguì, salvo poi decidere di tornare in gara – assistette all’esclusione del brano “We Don’t Wanna Put In”, gioco di parole con il cognome dell’uomo forte del Cremlino.

Lo stesso è accaduto quest’anno con l’eliminazione della Bielorussia, che si presentava con la canzone “I Will Teach You” dei filogovernativi Galasy ZMesta, vista unanimemente come un inno al regime autocratico di Aleksandr Lukashenko e una critica alle proteste dell’opposizione democratica che vanno avanti da mesi, represse dall’establishment di Minsk (“Ti insegnerò a rispettare le regole”, uno dei versi più espliciti). 

Lo spazio post-sovietico, oltre a prediligere gli sfarzi della manifestazione (come ricorda l’arena faraonica sul Mar Caspio inaugurata a Baku, in Azerbaigian, per l’edizione 2012: la più costosa della storia con spese per 60 milioni di euro) è anche il più talentuoso interprete delle controversie. Nel 2016, la vittoria andò all’ucraina Jamala con “1944“, canzone sulla deportazione della popolazione tatara a opera di Stalin, che fece innervosire l’establishment politico di Mosca. 

Nei primi anni del conflitto aperto fra Russia e Ucraina, quello non fu che un tassello di uno scontro più ampio anche in seno all’Eurovision, destinato a continuare pure l’anno dopo, in occasione dell’edizione svoltasi a Kiev (come vuole la prassi secondo cui l’evento è ospitato nello Stato del vincitore uscente). Julia Samoylova, l’artista che avrebbe dovuto portare i colori della Federazione russa, si vide negare l’ingresso nel Paese per avere in precedenza attraversato illegalmente il confine ucraino, in occasione di un’esibizione in Crimea, dal 2014 annessa alla Russia pur senza il riconoscimento della comunità internazionale. Mosca, per tutta risposta, scelse di ritirarsi dalla competizione.

L’Estonia, vent’anni fa, fu il primo Stato ex Urss a vincere, oltretutto con il primo cantante nero della storia della gara, Dave Benton, e il brano “Everybody”. Di musica e politica i tre Paesi Baltici, del resto, ne sanno parecchio: gli episodi di protesta compresi fra la fine degli Anni Ottanta e l’inizio dei Novanta sono ricordati come la “Rivoluzione Cantata”, per l’uso dei festival e delle canzoni popolari come piattaforma per rivendicare l’indipendenza dall’Unione sovietica.

A ben vedere, secondo la storiografia ufficiosa dei cultori dell’Eurovision, pure dal palco del festival della canzone continentale è partita in un’occasione una rivoluzione che ha cambiato il volto dell’Europa moderna. Era il 1974 (l’anno del trionfo degli ABBA con “Waterloo”), e a Brighton si esibiva anche Paulo de Carvalho, con “E depois do adeus”, brano sentimentale che non riscosse particolare successo in classifica. La sua trasmissione in radio, però, servì come segnale per gli oppositori portoghesi per dare il via alla ribellione che si sarebbe poi evoluta nella Rivoluzione dei Garofani, ponendo, il 25 aprile di quell’anno, fine al regime autoritario salazarista. Come il portoghese, anche il dittatore spagnolo Francisco Franco è stato negli anni rumorosamente contestato durante l’Eurovision dal pubblico e anche dagli altri Stati in gara (l’Austria, ad esempio, si rifiutò di mandare suoi rappresentanti a Madrid nel 1969)

Fuori dal coro in questa rassegna è invece il duetto arabo-israeliano del 2009 tra Noa e Mira Awad con “There Must Be Another Way”. Di diverso tono l’uscita di scena all’ultimo minuto del Libano nel 2005, che diede forfait rifiutandosi di mandare in onda sulla tv nazionale la canzone israeliana, o l’esibizione di bandiere palestinesi da parte del gruppo islandese Hatari nell’edizione 2019 a Tel Aviv (quando fu Madonna, ospite del festival, a lanciare un appello in musica per la fine del conflitto israelo-palestinese). 

Parliamo di Medio Oriente perché l’Eurovision, a dispetto del nome, non è (più) solo europeo. Brexit non vuol dire Eurovexit, del resto, si affrettò a rassicurare prima del referendum sull’uscita dall’Ue l’allora premier britannico David Cameron.

Nella sua edizione 2021 l’Eurovision conta 39 partecipanti – e un massimo di 3500 spettatori, tutti con test negativo -, ma ne ha avuto fino a 43 nelle edizioni più affollate. Cinque Stati, i Big-5 (Germania, Italia, Francia, Spagna e Regno Unito), partecipano di diritto alla finale, insieme al Paese che ospita. Nell’attesa che dal festival fuoriesca l’inno della Conferenza sul futuro dell’Europa, l’Ue vede quasi tutti i suoi Paesi membri partecipare (e anche Malta può sognare in grande, come fa quest’anno con “Je Me Casse” di Destiny); ma c’è pure una massiccia presenza di chi nell’Unione vuole entrare, come gli Stati dei Balcani.

Poco meno di 50 anni fa fu Israele il primo Paese geograficamente non in Europa a gareggiare; nel 2015, per festeggiare i 60 anni del festival della canzone europea, fu invitata a partecipare l’Australia. Dopo il quinto piazzamento, Canberra è diventata ospite fissa della competizione; ma se uno dei suoi artisti in gara dovesse portare a casa il primo posto (quest’anno non c’è pericolo, è uscita alle semifinali) l’edizione successiva si terrebbe da regolamento comunque in un Paese dell’EBU, con la Germania come prima scelta. 

Adesso sono invece gli americani a puntare gli occhi sull’Eurovision e a volerlo esportare Oltreoceano, come ha raccontato Politico Europe. E non è necessariamente una buona notizia per il festival della canzone che prim’ancora della politica ha riunito l’Europa uscita dalla guerra.

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