Intelligenza AntropologicaGli algoritmi non bastano a spiegare il mondo e i comportamenti umani

Sempre più spesso le aziende si affidano alle scienze sociali per affiancare numeri, statistiche e dati alla ricerca delle informazioni più interessanti. Il Financial Times spiega perché la tecnologia, da sola, non è in grado di prevedere e comprendere del tutto le scelte e le reazioni delle persone. Almeno non ancora

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Ci stiamo abituando facilmente al primato delle scienze matematiche, della statistica, dei dati. Gli algoritmi sempre più spesso ci aiutano a prendere decisioni, in tutti i campi, dagli acquisti online ai viaggi, alle cose che leggiamo. E guidano le nostre preferenze e i nostri gusti, in qualche modo.

Ormai abbiamo assimilato tutto questo come un dato di fatto. Ma i numeri non sono tutto, da soli non bastano a spiegare il comportamento umano, il mondo e le sue dinamiche. È prima di tutto un discorso di tipo tecnico: al momento non c’è una tecnologia in grado di arrivare a certe risposte senza l’input e un lavoro di limatura dell’uomo. Ma non solo: le relazioni interpersonali, le reazioni alle notizie e agli eventi traumatici, le decisioni politiche, tutto quello che ha a che fare con i comportamenti individuali e sociali ha ancora una dimensione prevalentemente umana – inteso come difficilmente spiegabile, non quantificabile – che non possiamo ignorare.

L’esempio recente arriva proprio dall’azienda che più di tutte negli ultimi anni ha rappresentato la forza quasi insuperabile della scienza informatica e del controllo dei dati. Un paio di anni fa, il personale di un ufficio specifico di Google, chiamato Jigsaw, si è reso conto che nonostante l’azienda fosse arrivata a rappresentare la potenza della tecnologia, alcuni problemi non potevano essere risolti dai computer. O almeno, non senza l’aiuto dell’uomo.

L’area di lavoro riguardava la disinformazione e le fake news. E per cercare risposte più approfondite i membri di Jigsaw si sono rivolti agli antropologi, dimostrando di dover ancora cedere qualcosa alle scienze umane.

L’analisi di Google è stata raccontata dal Financial Times, in un articolo firmato dall’editorialista Gillian Tett, antropologa e autrice del saggio “Anthro-Vision: A New Way to See in Business and Life” che sarà pubblicato a giugno: «Gli scienziati sociali hanno viaggiato in tutta l’America e la Gran Bretagna per fare qualcosa che sembrava impensabile prima: hanno incontrato i grandi complottisti e i teorici del cospirazionismo, di persona o in video, e hanno trascorso ore ad ascoltarli».

Il senso di quell’esperimento è stato spiegato al quotidiano economico dal direttore operativo di Jigsaw, Dan Keyserling: «Stiamo usando approcci di scienza comportamentale per rendere le persone più resilienti alla disinformazione». E i risultati sono stati notevoli.

Generalmente i gruppi come i no-vax si oppongono alle grandi multinazionali, le odiano proprio, e nessuno pensava che avrebbero potuto cambiare idea. Ma il team di Jigsaw ha notato che inserendo nell’equazione il lavoro di un gruppo di antropologi – che hanno dialogato con quelle persone – è diventato chiaro che molte delle ipotesi precedenti dei tecnici di Google – o di un’altra qualsiasi azienda del settore – sulla causalità e sull’influenza del cyberspazio nella vita delle persone erano sbagliate.

Un esempio pratico: si è sempre dato per scontato che i siti debunking – quelli che provano a sfatare o a demistificare notizie false, tendenziose o antiscientifiche – dovessero sembrare altamente professionali, seriosi, precisissimi, questo per fare in modo che sembrassero altamente credibili. Ma su molti complottisti quel grado di professionalità produce l’effetto opposto: diventa la raffigurazione del lavoro dell’élite che loro osteggiano.

Così Google ha deciso di fondere l’antropologia, la psicologia e gli studi sui media alla scienza dei dati, per creare nuovi strumenti in grado di contrastare la pericolosa disinformazione che circola su internet. «Per fare un lavoro di questo tipo abbiamo bisogno di empatia», ha detto Beth Goldberg, responsabile del progetto di ricerca Jigsaw.

Ovviamente questo approccio da solo non basta a far cambiare idea a tutti i complottisti del mondo, e tanto meno si può sperare che una dose di antropologia cancelli magicamente quei sentimenti di repulsione che molte persone provano nei confronti del potere dei giganti della tecnologia e dei loro atteggiamenti sul mercato.

Ma l’esperimento ha già dato una risposta scientificamente rilevante: ha fatto capire ad alcuni studiosi del mondo della tecnologia che talvolta hanno bisogno di persone in grado di fare analisi qualitative, non solo quantitative.

Dopotutto è stato Jack Dorsey, co-fondatore di Twitter, a dire che se la Silicon Valley avesse affiancato scienziati sociali agli informatici fin dall’inizio del suo sviluppo come polo tecnologico probabilmente avrebbe costruito un mondo di internet – e dei social media – migliore.

Le parole di Dorsey vengono in qualche modo ampliate dall’articolo del Financial Times, che parla dell’importanza delle scienze umane soprattutto per la capacità di andare oltre i modelli preimpostati, oltre le analisi quantitative e la cosiddetta tunnel vision che impedisce di considerare tutti i fattori in gioco all’interno di uno scenario.

«Oggi – si legge nell’articolo – la maggior parte delle professioni incoraggia ad adottare strumenti unidimensionali, o comunque troppo rigidi, in cui tutto è definito dagli input iniziali e il resto è considerato esternalità, come lo era inizialmente il cambiamento climatico rispetto alla produzione industriale. Ma se il contesto più ampio al di fuori di quel modello sta cambiando, allora quegli strumenti potrebbero non funzionare più. È come camminare di notte in un bosco buio con una bussola e fissare solo il quadrante: non importa quanto valida possa essere quella bussola, se non guardi in alto e non hai una visione laterale, ti schianterai contro un albero. Il contesto conta».

Ed è qui che entra in gioco l’importanza dell’antropologia. Perché al centro di questo sforzo c’è una verità fondamentale: anche in un mondo digitalizzato, gli esseri umani non sono robot, ma animali complessi che hanno creato una miriade di culture diverse. «Non possiamo fare finta di ignorare questa diversità. Quindi, in un mondo modellato da un’IA, l’intelligenza artificiale, abbiamo bisogno anche di una seconda IA: l’intelligenza antropologica», scrive l’autrice Gillian Tett.

Resta da capire perché proprio l’antropologia, cioè una disciplina nata, nella sua accezione moderna, nel diciottesimo secolo per studiare i popoli di territori geograficamente e culturalmente distanti dai grandi imperi europei.

Nel corso del Novecento l’antropologia si è evoluta e gli antropologi hanno iniziato a considerare come campo di studi anche le culture occidentali, quelle di casa loro. Quest’inversione di rotta c’è stata grazie al relativismo culturale e quando gli occidentali hanno cambiato punto di osservazione, comprendendo che tutte le culture sembrano strane o esotiche agli occhi di uno straniero. Questo proprio perché, come scriveva l’autrice dell’articolo del Financial Times, il contesto conta.

Il lavoro dell’antropologo, quindi, permette di ricoprire un ruolo da insider-outsider, cioè aiuta a usare uno sguardo critico – non nell’accezione negativa – verso qualsiasi cultura, favorendo un generale senso di distacco nelle valutazioni qualitative. E questo approccio, si legge sul Financial Times, «ha aiutato nei decenni General Motors, JPMorgan, Japan Airlines, l’esercito americano, il servizio sanitario britannico, la banca centrale del Giappone, l’industria nucleare americana e la scena tecnologica tedesca a rispondere a una varietà sbalorditiva di domande: perché le maschere fermano le pandemie? Perché i conducenti di Uber odiano gli strumenti di intelligenza artificiale? Perché i consumatori acquistano davvero cibo per cani? Perché i finanzieri hanno difficoltà a lavorare da casa?».

Allora si può riproporre questo approccio critico-conoscitivo anche al mondo post-pandemico. La pandemia ha cambiato gli studi delle scienze umane e comportamentali, come avevamo raccontato qualche giorno fa. Il lockdown e la crisi hanno spinto molti leader politici e molti imprenditori ad abbracciare idee e approcci che fino a poco fa sembravano impensabili in determinati contesti.

«Se vogliamo anche la crescita del movimento ambientalista può essere stata dettata dal fatto che molti leader aziendali riconoscano la necessità di una lente più ampia. Allora – conclude il Financial Times – se durante le fasi più dure di lockdown siamo stati tutti costretti a riesaminare i rituali quotidiani, i confini sociali e i presupposti culturali non dichiarati che eravamo soliti ignorare, quando torneremo alla normalità dovremo anche capire quali modelli culturali e sociali vogliamo preservare in un mondo più digitalizzato».