Meglio meno, ma meglioIl Pd sta facendo con Draghi quello che avrebbe dovuto fare con Conte

Letta fa bene a rivendicare un’autonomia di proposta su fisco, giustizia e immigrazione che non si vedeva dai tempi della cattività giallorossa, ma dovrebbe farlo con più intelligenza e meno furbizia. Altrimenti rischia di regalare Draghi a Salvini e il Pd agli orfani del contismo

di Zoltan Tasi, da Unsplash

Il deterioramento dei rapporti tra Mario Draghi e il Partito democratico è diventato di dominio pubblico ormai da diversi giorni, per il modo in cui il capo del governo ha bocciato prima la tassa di successione proposta da Enrico Letta e poi la proroga del blocco dei licenziamenti voluta dal ministro Andrea Orlando: una pubblica sconfessione, nel caso della tassa di successione espressa addirittura in diretta televisiva, e in termini decisamente perentori («Questo non è il momento di prendere i soldi dai cittadini, ma di darli»).

Quanto le reazioni di Draghi siano effettivamente giustificate dalla scorrettezza con cui sarebbe stato messo dal Pd davanti al fatto compiuto, nel caso dei licenziamenti magari anche in un gioco di sponda con i sindacati, e quanto invece non sia stato Draghi a scavalcare il Pd e a metterlo in difficoltà, privilegiando il rapporto con Lega e Confindustria, ciascuno può valutare da sé. Non mancano, sui quotidiani degli ultimi giorni, ricostruzioni e retroscena con le versioni degli uni e degli altri (o dei rispettivi sostenitori). E certo simili ricostruzioni non mancheranno sui giornali di oggi, dopo il nuovo incontro di ieri mattina, a breve distanza dal precedente, tra il presidente del Consiglio e il segretario del Pd, che naturalmente lo ha definito «lungo e proficuo», nonché caratterizzato da «piena sintonia» su tutti i temi in agenda.

Personalmente, me lo auguro, perché penso che di un partito capace di imporre un principio di equità nella distribuzione delle risorse e una maggiore attenzione alle fasce più deboli, nella difficilissima fase di uscita dall’emergenza, il governo Draghi abbia estremo bisogno. Come dimostrano anche i segnali poco rassicuranti arrivati ad esempio nella fase di elaborazione del decreto Semplificazioni, in tema di massimo ribasso e subappalti, e non solo.

Del resto, anche chi come me ne ha criticato l’estemporaneità e il tatticismo, deve riconoscere che Letta in questi pochi mesi ha riconquistato al suo partito un’autonomia di iniziativa e di proposta – su immigrazione, giustizia e fisco – che non si vedeva dai tempi della cattività giallorossa. Penso però che su questa strada i democratici dovrebbero muoversi ora con più intelligenza e meno furbizia. Come diceva Lenin: meglio meno, ma meglio.

Il fatto che delle precedenti tensioni tra Pd e governo su tasse e licenziamenti circolino sulla stampa versioni opposte e mutuamente esclusive è di per sé significativo. È il segno di un logoramento dei rapporti da cui Letta ha tutto da perdere, perché schiaccia il governo sulle posizioni della destra, mentre sul fronte opposto accredita la lettura populista secondo cui avevamo un bellissimo governo di sinistra guidato da Giuseppe Conte, che sarebbe stato rovesciato da un’oscura «convergenza d’interessi nazionali e internazionali», motivo per cui adesso ci tocca il governo dei padroni, che a questo punto non si capisce perché il Pd si ostini ad appoggiare.

Si tratta di una lettura grottesca, considerando che il capo del governo progressista sarebbe quello dei decreti sicurezza in politica interna, della legge Bonafede sulla giustizia e dell’asse con l’amministrazione Trump in politica estera.

È però una lettura che il segretario del Pd ha finito per avallare non solo con il silenzio, ma anche partecipando all’iniziativa della neonata corrente di Goffredo Bettini, che tale interpretazione sulla «convergenza d’interessi» l’aveva messa nero su bianco.

Tralasciando la bizzarria di un partito che denuncia il colpo di stato ordito per insediare un governo di cui fa parte, non escluderei l’ipotesi che il capo del suddetto governo, vedendosi implicitamente paragonato a una sorta di Pinochet, si sia potuto anche leggermente incazzare.

In pratica, i democratici stanno facendo con il governo Draghi quello che avrebbero dovuto fare con il governo Conte. E che allora, invece, non hanno mai nemmeno tentato.

Allora, infatti, si sono tenuti per un anno i decreti sicurezza, per non parlare di quota cento, navigator, abolizione della prescrizione e persino il taglio costituzionale dei parlamentari contro cui avevano votato per quattro volte. In altre parole, il novanta per cento del programma del governo Di Maio-Salvini (che evidentemente, per la proprietà transitiva, doveva essere a loro giudizio un governo molto di sinistra).

Mentre adesso, proprio quando cominciamo appena a vedere la luce in fondo al tunnel, anzitutto grazie alla radicale revisione della campagna vaccinale e del Pnrr, ecco che il Partito democratico ritrova di colpo tutta la grinta e il desiderio di far sentire la propria voce che negli ultimi due anni sembrava avere smarrito.

Il rischio è che con questo atteggiamento, anche per la concomitanza con il maldestro tentativo di alleanza alle amministrative, il Pd finisca per legarsi mani e piedi a un partito in via di decomposizione da un lato, dall’altro all’aspirante leader di un partito che non c’è ancora – il «neomovimento» contiano – e che probabilmente non ci sarà mai. Una forza politica e una leadership che con il passare del tempo dovranno inevitabilmente fare i conti con i frutti di quello che in questi anni hanno seminato.

E non si tratta solo delle indegne campagne di demonizzazione contro avversari nel frattempo diventati alleati, indagati nel frattempo assolti e scelte politiche nel frattempo votate e sottoscritte da loro stessi (che già non sarebbe poco). Si tratta anche dei frutti di un modo di governare la pandemia per cui, prima o poi, verrà il momento di tracciare un onesto bilancio, e di distinguere le responsabilità pure tra alleati di governo. Un momento in cui forse per i democratici ritrovarsi abbracciati ai grillini, sorridenti e soddisfatti, non si rivelerà nemmeno così conveniente dal punto di vista elettorale.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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