Esaurimento scorteIl mondo è improvvisamente a corto di materie prime

La domanda di beni e merce di vario genere è cresciuta molto nelle ultime settimane, complice l’allentamento delle restrizioni in molti Paesi. Ma questo, scrive Bloomberg in un lungo articolo, ha ricadute sulla produzione, sul trasporto e sulla fornitura di rame, caffè, alluminio, carta, acciaio e praticamente qualsiasi altra cosa

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Con le riaperture delle ultime settimane è tornata a crescere in maniera costante la domanda di beni. Questo ha portato a un aumento della produzione, per permettere all’offerta di adeguarsi. E chi produce ha ovviamente dovuto ordinare componenti e materie prime in gran quantità: non solo quella necessaria a sostenere la domanda di oggi, ma anche per quella che verosimilmente caratterizzerà i prossimi mesi in cui la prospettiva di avere maggiori libertà dovrebbe far crescere ancora di più i consumi.

In questo modo, la crescita della domanda, attuale e prevista, sta prosciugando le scorte in magazzino di qualunque fornitore di materie prime, semilavorati o componenti. In tutti i settori.

Ad aprile qui a Linkiesta raccontavamo come la penuria di semiconduttori stesse frenando la produzione degli apparecchi tecnologici, dagli smartphone all’industria automobilistica fino ai forni a microonde: «Con il lockdown della scorsa primavera le catene globali del valore hanno dovuto interrompere la produzione, il trasporto di beni e le forniture; poi smartworking e didattica a distanza entravano nel vivere comune, con l’esplosione della domanda di dispositivi elettronici».

L’industria dei microchip è abituata a lavorare secondo il principio del just-in-time minimizzando le scorte in magazzino e contenendo i costi. Vista l’impennata della domanda non ha potuto fare altro che riorganizzare la propria fornitura verso le aziende tecnologiche. Ma i produttori di chip non hanno la possibilità di aumentare così improvvisamente e quantitativamente la produzione, e l’intera filiera è in affanno.

Questo stesso fenomeno adesso si sta ripetendo in tanti altri segmenti di mercato: rame, ferro e acciaio, poi mais, caffè, grano, soia, e ancora legname, semiconduttori, plastica e cartone per imballaggi.

Il mondo è a corto di tutto.

Ne ha scritto Bloomberg in una lunga analisi firmata da Brendan Murray, Enda Curran e Kim Chipman: «I produttori di materassi, le case automobilistiche, i produttori di fogli di alluminio, stanno acquistando più di quanto necessario, per sopravvivere alla velocità vertiginosa con cui la domanda di beni sta crescendo e per placare la paura che prima o poi torni a spegnersi. Le carenze, i colli di bottiglia nei trasporti e le impennate dei prezzi si stanno avvicinando ai livelli più alti nella storia recente, sollevando la preoccupazione che un’economia globale sovralimentata possa alimentare l’inflazione».

L’aumento della domanda non è l’unico fattore decisivo per la carenza di scorte. Nell’equazione rientrano ad esempio alcuni eventi – decisamente singolari e imponderabili – accaduti negli ultimi mesi.

Uno di questi è certamente l’incidente avvenuto a marzo nel Canale di Suez (che avevamo raccontato qui). In quei giorni il trasporto marittimo globale si è fermato – non del tutto, ma quasi – generando ritardi a livello mondiale nella consegna di merci. Ritardi che potrebbero avere ricadute concrete ancora nel prossimo autunno.

L’articolo cita poi anche altre cause, effetti di lungo periodo, come la siccità che ha colpito alcune regioni del mondo devastando i raccolti di alcune materie prime. Oppure, più in generale le conseguenze del cambiamento del clima. E, ancora, l’enorme blackout in alcuni Stati americani lo scorso febbraio, che ha rallentato di molto le operazioni nel settore energetico e petrolchimico degli Stati Uniti.

Tutto questo ha ricadute anche su altri segmenti della filiera. Ad esempio sui trasporti: la domanda di materie prime e semilavorati è anche una sfida alla capacità di stoccaggio delle merci e delle componenti all’interno del sistema di trasporto mondiale che al momento sta lavorando a pieno regime – e forse anche oltre.

La prima e più evidente conseguenza di questa situazione straordinaria nella filiera di produzione si legge nei prezzi finali pagati dai consumatori: un aumento che non si vedeva da un decennio buono.

Qualche esempio per capire la portata dell’aumento dei prezzi: il rame si è apprezzato del 47% rispetto ai livelli pre-crisi; il grano del 12%, la soia del 15%; il legno per pallet del 20%; il nichel e lo zinco del 51%; l’alluminio del 26%. E il petrolio è già tornato ai livelli pre-crisi dopo il crollo dell’anno scorso: il Brent è intorno ai 70 dollari a barile.

Le fonti citate da Bloomberg riguardo l’inflazione spiegano che verosimilmente è destinata ad aumentare ancora: «La minaccia è stata sufficiente a far tremare le capitali mondiali, le banche centrali, le fabbriche e i supermercati. La Federal Reserve statunitense sta ricevendo nuove domande su quando aumenterà i tassi per evitare l’inflazione, e il rischio politico percepito già minaccia di sconvolgere i piani di spesa del presidente Joe Biden».

Ma non tutti sono della stessa idea: è probabile infatti che l’aumento dei prezzi rifletta anche una fase delicata di transizione, dovuta al fatto che soprattutto nei confronti con l’anno scorso – quando eravamo in pieno lockdown – questa di oggi somiglia a una fase di espansione gigantesca. Quindi, secondo chi sostiene questa tesi, i prezzi potrebbero tornare a scendere in poco tempo.

In generale, però, non è ancora stata fatta una stima sulla fine di questa carenza di materie prime, quindi della produzione. Non c’è una data di scadenza.

L’articolo di Bloomberg cita il Logistics Managers’ Index – un indice costruito da ricercatori di diverse università americane che ogni mese intervistano i direttori della logistica di numerose imprese statunitensi – che fornisce un’indicazione rispetto allo stato dell’arte e alle prospettive delle spese di inventario, trasporto e magazzino delle imprese.

«L’indice attuale è al secondo livello più alto nei record risalenti al 2016 e l’indicatore futuro mostra pochi cambiamenti nel prossimo anno. L’indice si è dimostrato estremamente accurato in passato, corrispondendo ai costi effettivi circa il 90% delle volte», scrive Bloomberg.

Ad aprile 2021 le stime del Logistics Managers’ Index parlavano di una ridotta capacità di trasporto – dovuto ad esempio all’impossibilità di produrre nuovi camion o nuove navi nel breve periodo – nonostante l’ulteriore aumento della domanda.

Così i costi di trasporto delle aziende saliranno e le imprese potrebbero aumentare a loro volta i prezzi di vendita dei prodotti al consumatore e portare, di conseguenza, a un aumento dell’inflazione.

È per questo che la carenza di beni, le difficoltà delle filiere di produzione e l’aumento dei prezzi, potrebbero non risolversi prima di un anno.