Baluardo contro la CinaIl trucco dei giganti tech americani per essere protetti dal governo

Di fronte alla crescita di Pechino, la retorica di multinazionali come Facebook e Google diventa patriottica: colpire noi significa avvantaggiare i nostri nemici. Ma come spiega Tim Wu è falso, la concorrenza è sempre meglio del monopolio

di NordWood Themes, da Unsplash

Potrebbe non destare sorpresa apprendere che i leader dell’industria tecnologica americana non hanno mostrato entusiasmo riguardo allo smantellamento delle proprie compagnie.

L’obiezione da loro presentata, comunque, merita particolare attenzione in quanto invoca le paure della dominazione cinese, fa appello a un ritorno all’America promotrice dei propri «campioni nazionali» e auspica l’allontanamento dal tradizionale favore nei confronti dello smembramento dei monopoli tecnologici.

Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook, criticò severamente, come altri leader dell’high tech, l’auspicio a una maggiore concorrenza nell’industria tecnologica:

Noi comprendiamo di aver fatto degli sbagli. Ma non vedete che se danneggiamo gli attuali giganti della tecnologia non facciamo altro che mettere il futuro nelle mani della Cina? Al contrario di noi, il governo cinese sostiene le sue imprese high tech, perché sa che la competizione è globale, e vuole vincerla.

Fu precisato anche che aziende come Facebook e Google si trovano perlomeno in una regione (la California) caratterizzata da ideali progressisti e valori democratici. Un futuro dominato dalla Cina sarebbe molto peggiore per i diritti individuali ai quali l’Occidente tanto tiene.

Si tratta della versione big tech dell’argomento «troppo grande per fallire». È un appello superficiale e nazionalistico ma che può trovare l’appoggio di chi crede in una narrazione del tipo «noi contro loro», secondo la quale una resa dei conti finale tra Oriente e Occidente è inevitabile.

Il settore cinese della tecnologia è in crescita e aggressivamente competitivo, e molte delle sue imprese godono del sostegno e della promozione da parte dello Stato. Le premesse sembrano quelle di una sfida per il dominio globale, per vincere la quale gli Stati Uniti non dovrebbero ricorrere a smantellamenti o regolamentazioni, bensì proteggere e appoggiare a qualsiasi costo i «bravi ragazzi».

Accettare questo punto di vista, però, sarebbe sbagliato. Per prima cosa, non esiste una legge di natura che rende i monopolisti occidentali o americani migliori o meno pericolosi delle loro controparti cinesi.

Nella storia, basti guardare a quella degli ultimi duecento anni, i cattivi sono sempre diversi. Tale visione, inoltre, ignora le lezioni, duramente apprese (e discusse nel corso del volume), sulla follia di una politica industriale incentrata sui «campioni nazionali», specialmente nel settore tecnologico.

Ciò che Facebook sta veramente chiedendo è di essere tutelato in qualità di monopolista dei social media occidentali mentre combatte le sue battaglie oltreoceano. Ma tanto la storia quanto i principî economici fondamentali ci suggeriscono che faremmo molto meglio a fidarci del fatto che una fiera concorrenza rende le aziende migliori, sia tecnologicamente sia in termini di ciò che offrono ai loro clienti.

Esistono rischi reali impliciti in un eventuale «abbraccio statale» di imprese come Facebook, Apple e Google, rischi che non dovrebbero essere trascurati. Se prendiamo Facebook e Google insieme, vediamo che queste due imprese detengono più informazione privata riguardo alla popolazione mondiale di qualsiasi altra entità sulla Terra.

Esse, prese collettivamente, hanno un evidente potere di influenzare le elezioni; magari non tale da deciderle, ma sufficiente a far cambiare segno a voti con poco distacco. Se un tale potere dovesse arrivare nelle mani di un soggetto determinato a restare in carica per sempre, le conseguenze potrebbero essere veramente allarmanti.

Ciò potrebbe iniziare, in maniera abbastanza innocua, con l’idea che la tecnologia stia facendo il suo dovere nazionale di aiutare lo Stato. È evidente, però, sulla base della storia dei monopoli nell’ultimo secolo, che questa è di fatto la via per la schiavitù.

La storia delle industrie della tecnologia non dovrebbe essere appannaggio dei soli Stati Uniti e Cina. Tuttavia, con l’eccezione di un pugno di altri paesi, tra i quali Israele, Giappone, Taiwan e i paesi scandinavi, sono molto poche le nazioni che hanno sviluppato con successo industrie tecnologiche nazionali di rilievo.

In ogni caso, è una situazione insolita per l’umanità, che ha conosciuto il dominio di monopoli nazionali ma non ha mai sperimentato quello di imprese di portata globale.

La domanda per il resto del mondo quindi è: davvero tutti i vantaggi comparati risiedono solo in questi due paesi? Nel mondo dell’industria tecnologica capace di divorare tutto ciò che trova sulla sua strada, i paesi che nel corso del prossimo decennio vorranno distribuire la ricchezza in maniera più equa dovranno impegnarsi per trovare una soluzione.

da “La maledizione dei giganti. Un manifesto per la concorrenza e la democrazia”, di Tim Wu, Il Mulino, 2021, pagine 152, euro 14

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