Lo sciacallo psicologoL’agente letterario e il mestiere da inventare ogni giorno

Legge, valuta, scopre, sfida il mercato. Propone nuovi nomi agli editori, strappa contratti e compensi, trova combinazioni e incassa rifiuti. Fa tutto ciò che uno scrittore non ha tempo di fare (deve creare) e anche di più, a volte porgendogli una spalla e regalando complimenti

di Rafaela Biazi, da Unsplash

Di Erich Linder, il più grande (e a lungo unico) agente letterario d’Italia, Giordano Bruno Guerri diceva che avesse tre teste, «come Cerbero»: quella dell’autore, dell’editore e del lettore. Dal gusto finissimo, conosceva tutti i segreti del mercato e le preferenze del pubblico. Così, mentre ascoltava le proposte aveva già cominciato a elaborare la fatidica equazione «lavoro-guadagno-prestigio». Se i conti tornavano, l’affare era fatto.

Erano altri tempi, certo. La sua agenzia, la Ali (Agenzia letteraria internazionale), era stata fondata da Augusto Foà nel 1898, lui ne divenne presidente nel 1951. Il suo spirito era quasi missionario: «Credo che l’autore sia vittima dell’editore», disse una volta. «Il mio scopo è difenderne gli interessi», anche se interrogato altre volte sull’essenza del suo lavoro, si limitava a rispondere «Faccio contratti».

È tuttora così, ed è comunque sempre stato molto di più. L’agente letterario legge, scopre, valuta, propone. È il tramite tra l’autore e l’editore, fa le negoziazioni e, come racconta con leggerezza lo scrittore inglese Chris Paling nel suo ultimo libro “A Very Nice Rejection Letter”, incassa i rifiuti e li gira (quando pensa che sia il caso) all’autore stesso. Il tutto per il 10% (esclusa l’Iva) sul totale.

È anche psicologo, quanto basta, per fornirgli consigli di vita e incoraggiamenti o suggerire, senza ferire il suo orgoglio (per definizione eccessivo), cambi di rotta o nuove idee. Può essere una spalla su cui piangere, ma molti preferiscono che sia un cacciatore di affari, battitore di fiere e sciacallo di occasioni.

Animale non scelto a caso, visto che il più grande agente letterario del mondo, l’americano Andrew Wylie (Philip Roth, ma anche Norman Mailer, Saul Bellow e Salman Rushdie) è stato definito “The Jackal” per la freddezza con cui soffia gli autori ai concorrenti. Ma anche lui, per fare fronte alle sofferenze del settore ha dovuto adeguarsi e nel 2014 si è alleato con la nemica Carmen Balcells (Gabriel Garcia Marquez e Isabel Allende).

Anche in Italia è avvenuta più o meno la stessa cosa. L’anno successivo l’agenzia Bernabò, Marco Vigevani (che erano nate a cavallo tra XX e XXI secolo) e Ali si fondono e creano TILA (The Italian Literary Agency), un colosso che supera i 400 autori. L’operazione rispecchia – lato agente – la fusione Mondadori-Rizzoli e va verso una semplificazione e uno sfoltimento. Il settore, anche a causa della crisi che aveva costretto molti a reinventarsi agenti, era diventato saturo. Anche se sono numerosi, di varie dimensioni e orientamenti, i nomi autorevoli che esistono da tempo e che sono cresciuti: Roberto Santachiara, Antonella Antonelli, Susanna Zevi, Piergiorgio Nicolazzini, Vicky Satlow, Berla&Griffini, Silvia Donzelli, Herzog, Kalama, Agenzia MalaTesta, Alferj e Prestia.

Il passo successivo è arrivato dopo. Nel 2020, in piena pandemia (ma l’idea era sorta prima) nasce Adali, l’Associazione degli agenti letterari italiani. Non è una fusione, ma un’unione delle forze. Sia dal punto di vista amministrativo che da quello deontologico. Perché nel mare magnum delle agenzie italiane ne esistono molte dai risvolti dubbi, soprattutto con l’arrivo del self-publishing (che ha sì democratizzato un mondo spesso autoreferenziale, ma ha anche disseminato il campo di esche e piccole truffe). Un metodo per distinguere quelle serie, come ricorda qui Giulio Mozzi è il seguente: «le agenzie che campano (principalmente) con una frazione dei diritti guadagnati dagli autori, sono necessariamente serie. Le agenzie che campano con i soldi che prendono direttamente dagli autori sono dubbie».

Perché, come ricordato, parte del lavoro dell’agente è la lettura dei manoscritti (e a volte si fanno pagare) e la valutazione (e anche questa può essere a spese dell’autore, soprattutto se sconosciuto). Se poi trovano qualcosa di promettente, sono capaci di tutto per piazzarlo: Vicki Satlow, rossa e determinata, ha organizzato blind date tra autori ed editori (per accrescere la curiosità) o pranzi segreti con location comunicata all’ultimo, o ancora: ha imposto a uno scout inglese fatta venire da Londra a Roma di leggere il manoscritto di “Ascolta la mia voce” di Susanna Tamaro senza poterlo portare via. Perché, a suo avviso, per apprezzarlo (al punto da comprarlo) serviva la giusta atmosfera.

In un mondo dove conta il lavoro duro, ma vale anche la trovata, il trucco psicologico e l’intuizione, la scoperta del capolavoro sembra costituire solo una parte del divertimento. Il bello è stare nel mezzo, trovare le combinazioni, fare sposare gli interessi e inventare qualcosa che prima non c’era. Quando non funziona, be’, si fa la selezione delle lettere di rifiuto.